Nuova ingiustizia: velare la differenza

Arriva ancora una volta l’8 marzo, festa delle donne: più che altro, ormai, conta l’allegra ritualità dell’uscita serale con le amiche, e di ricevere mimose da ogni maschio che si conosce, dal marito (di solito distratto) fino al capufficio (di solito irritabile). E’ il lato più gradevole di una ricorrenza che sembra ormai povera di significato. I discorsi celebrativi, infatti, si limitano a ricordare i successi femminili e a inneggiare alla parità tra uomo e donna.

Ed è questo il punto dolente. Se vogliamo inserirci nel mondo del lavoro, se vogliamo prendere posto nella scena pubblica, il sistema migliore è ridurre al minimo la differenza di genere, farla notare il meno possibile, e appiattirci sul modello maschile. La libertà proposta alle donne è modellata sul corpo degli uomini, che sono “liberi” dalla capacità di generare.

Le nostre conquiste si sono bloccate proprio sul confine più delicato, quello della differenza femminile, che la parità non deve distruggere. Altrimenti ogni libertà rischia di essere declinata solo in negativo: siamo libere di non avere figli, di assomigliare agli uomini che possono telefonare e dire all’ultimo momento “Non torno per cena”, che indicono le riunioni di lavoro all’ora in cui i bambini escono di scuola, che hanno una moglie che si occupa della casa e della famiglia e dunque non hanno la mente affollata da mille piccoli dubbi (Farò in tempo a fare la spesa? Troverò un’amica che vada a prendere mio figlio a scuola?). Libere di manipolare il corpo quanto più è possibile, per comprimere e controllare la fecondità, vista come il più temibile rivelatore di differenza. Libere di negare la nostra identità di donne, rinunciando a cambiare il mondo intorno a noi: è meno faticoso cambiare noi stesse, intervenendo, come da tante parti ci viene suggerito, sulle modalità del concepimento e della nascita.

Però, come ha scritto Janne Matlaary, l’ingiustizia non si verifica soltanto quando soggetti uguali vengono trattati in modo diverso, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale.

La nuova ingiustizia si annida nel tentativo di annacquare la differenza femminile, radicata nel corpo e nel materno, per farne un elemento puramente decorativo, utile solo a fini di seduzione. La femminilità oggi va mantenuta entro confini rigorosamente estetici, perché il suo cuore identitario, la maternità, porta con sé qualcosa di scandaloso, l’oscuro potere di innescare il contatto tra la vita e la morte. La tecnoscienza punta a portare la fertilità sotto un totale controllo medico, riducendo il corpo e la sua naturale anarchia in spazi sempre più angusti e residuali. Si tende ad artificializzare e medicalizzare la nascita fino a trasferirla in laboratorio, un luogo che per alcuni è molto più rassicurante, asettico e monitorabile di un qualunque utero di donna.

Stiamo silenziosamente approdando verso un mondo in cui la differenza sessuale non ha più senso né peso. Il corpo si può manipolare, e la dualità uomo-donna è un concetto che ha fatto il suo tempo. La maternità, in Occidente come in Oriente, continua ad essere un elemento di intollerabile anarchia, un potere che va strappato all’inaffidabilità femminile. Meglio manipolarlo, programmarlo, negarlo. Il governo della fecondità, che credevamo nelle nostre mani, tende a sfuggirci, a trasformarsi in controllo sul corpo femminile, e in nuove forme di esproprio.

L’idea, emersa con il femminismo della differenza, che nascere con un corpo sessuato sia l’esperienza fondamentale che caratterizza ogni essere umano, non ha più molti seguaci. In un vecchio film dei Monty Pithon, “Il senso della vita”, c’è una esilarante scena di parto che contiene due battute illuminanti e feroci. Alla partoriente che chiede cosa deve fare, il medico risponde “Nulla, cara, non sei abbastanza qualificata”. E quando lei timidamente chiede se il neonato è maschio o femmina il dottore esclama severo: “Non è un po’ troppo presto per imporre un ruolo al piccolo?”

Eugenia Roccella da piuvoce.net