I primi a proteggere i cristiani perseguitati dovrebbero essere i Paesi occidentali

di mons. Giampaolo Crepaldi

TRIESTE, giovedì, 14 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Non avrei timore ad affermare che il principale problema dell’umanità di oggi è la mancanza di libertà religiosa nel mondo. Nei giorni scorsi tutti siamo stati colpiti dalle notizie che arrivavano dall’Egitto, ove, presso Luxor, alcuni musulmani armati hanno aperto il fuoco contro la comunità cristiano copta che stava uscendo dalla Chiesa ove aveva celebrato il Natale copto che ricorre il 7 gennaio. Alcuni cristiani sono rimasti uccisi.

La persecuzione dei cristiani copti da parte dei musulmani è purtroppo una storia antica: si calcola che negli ultimi 30 anni le vittime siano almeno 4 mila. Mons. Youhannes Zakaria, Vescovo Copto Cattolico di Luxor, nell’Alto Egitto ha ricordato che anche la Pasqua scorsa era stata attaccata la comunità cristiana nel villaggio di Naghamadi e nella sparatoria tre giovani cristiani persero la vita. Il vescovo Kirollos della diocesi di Nag Hamadi, ha dichiarato che “E’ in corso una guerra religiosa per far fuori i cristiani in Egitto”.

Negli ultimi giorni del 2009 sono stati pubblicati tre importanti Rapporti su questioni connesse con la libertà religiosa (purtroppo quest’anno non abbiamo potuto leggere il tradizionale Rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre).

Il primo di questi Rapporti è stato preparato dall’agenzia Fides che, come fa ogni hanno, ha tracciato il bilancio dei missionari cristiani morti nel 2009: 30 sacerdoti, 2 religiose, 2 seminaristi, 3 volontari laici. Sono quasi il doppio rispetto al precedente anno 2008, ed è il numero più alto registrato negli ultimi dieci anni. Ben 23 di questi operatori pastorali sono caduti in America Latina, precisamente in Brasile, Colombia, Messico, Cuba, El Salvador Guatemala e Honduras.

Il secondo Rapporto dal titolo Global Restriction on Religion è stato pubblicato dal Piew Forum on Religion and Public Life di Washington. Il 32% degli Stati pratica un alto livello di intolleranza religiosa. Questo 32% corrisponde al 70% della popolazione mondiale. Significa che miliardi di persone non godono di questo fondamentale diritto. Se a ciò si aggiunge la percentuale dei paesi ove l’intolleranza c’è anche se non in modo acuto, si raggiungono cifre enormi. Il Rapporto Pew dice anche che le aree di maggiore libertà sono quelle ove sono presenti i cristiani: Europa, Americhe, Australia, Africa sub sahariana.

Il terzo Rapporto è stato preparato dal Christian Security Network secondo cui negli Stati Uniti si è registrato un aumento di violenze a parrocchie, Chiese e organizzazioni cristiane: 1.200 crimini nel 2009. Non solo in Malaysia, dove nella notte del 7 gennaio sono state attaccate tre chiese protestanti e una cattolica, ma anche nell’Occidente cristiano, anche se con minore efferatezza, i cristiani sono danneggiati e perfino perseguitati.

La comunità internazionale fa molto male a non affrontare in modo adeguato questi problemi che, tra l’altro, hanno una enorme influenza anche su altri come per esempio la guerra, i ritardi nello sviluppo, le lotte civili, il degrado dell’ambiente. Come ha scritto il papa nella Caritas in veritate, il non rispetto del diritto alla libertà religiosa provoca innumerevoli danni allo sviluppo.

Realisticamente parlando non si può non notare la grave situazione di persecuzione dei cristiani nel mondo. Dall’ Iraq, ove l’antica comunità cristiana è in via di estinzione, alla Malaysia, all’India, al Pakistan, all’Egitto sui cristiani si avventano sia i governi (come in Cina o in Vietnam) sia gruppi della società civile (come in India o Bangladesh), oppure tutte e due come in Arabia Saudita. Altrettanto realisticamente ci si chiede chi debba proteggere i cristiani perseguitati. La Chiesa fa quello che può con i mezzi che le sono propri. Qualcuno fa giustamente appello alla Comunità internazionale. Ma questa è in gran parte composta da Stati che praticano l’intolleranza religiosa.

Qualcuno, altrettanto giustamente, si appella all’opinione pubblica internazionale. Ma questa è costituita per il 70%, come abbiamo visto, da persone che vivono in situazione di illibertà religiosa. Senza nulla togliere alla Comunità politica internazionale e alla Opinione pubblica internazionale a me sembra che un ruolo primario dovrebbero averlo i paesi occidentali, quelli che al cristianesimo devono la propria civiltà e tra i cui frutti annoveriamo anche i diritti dell’uomo e lo Stato di diritto. Dovrebbero essere questi i primi a muoversi di comune accordo.

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*Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trento. Questo commento è stato pubblicato anche dalla Newsletter dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina sociale della Chiesa (n. 271, Verona, 11 Gennaio 2010)