Al Cardinale Carlo Caffarra il premio “Defensor Fidei”

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 24 maggio 2010 (ZENIT.org).- “La liturgia è custode della dignità dell’uomo”. Lo ha detto il Cardinale Carlo Caffarra, sabato 22 maggio a Oreno di Vimercate (Milano), nel corso della consegna del premio Defensor Fidei.

Promosso della Fondazione “Fides et ratio” e dal mensile “Il Timone” il premio “Defensor Fidei” è giunto quest’anno alla sua quinta edizione.

Negli anni passati è stato attribuito: al Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, Arcivescovo di Hong Kong; a Lech Walesa, fondatore di Solidarnosc; a mons. Louis Sako, Arcivescovo di Kirkuk in Iraq e a don Thomas Chellanthara, sacerdote indiano perseguitato dai fondamentalisti indù in Orissa.

“Sono profondamente grato alla Commissione che ha giudicato di conferirmi il premio Defensor fidei, e al direttore de ‘Il Timone’ il dott. Gian Paolo Barra che sta svolgendo il più prezioso fra tutti i servizi alla comunità cristiana: il servizio alla verità della fede”, ha esordito l’Arcivescovo di Bologna.

Per commentare la ragione ed il senso del Premio, il porporato ha fatto alcune considerazioni sulla liturgia in rapporto alla dignità della persona.

L’Arcivescovo di Bologna si è detto preoccupato dal fatto che “raramente nel corso della storia l’uomo, e la sua dignità congenita siano stati così a rischio come oggi, così insidiati come oggi”.

Questo perchè sono stati negati i costitutivi ontologici della persona umana, e quindi i fondamenti della sua dignità.

Secondo il Cardinale Caffarra sono almeno tre le qualità che misurano l’alterità dell’umano: la solitudine originaria, la capacità di autotrascendersi e relazionarsi all’altro, il rapporto all’Assoluto come di immagine all’Originale.

Purtroppo però – ha commentato il porporato -, queste qualità sono state erose ed in alcuni cancellate: “la prima erosione tende a convincere l’uomo ad essere un casuale frammento della materia; la seconda che ‘non avanzeremo d’un passo di là di noi stessi’ [D. Hume]; la terza che Dio è un’ipotesi superflua”.

L’Arcivescovo ha quindi sottolineato di dover rispondere, in quanto Pastore, ad almeno due responsabilità: “l’una da svolgere ‘nel Santuario’; l’altra nel ‘cortile dei gentili'” e cioè “la difesa dei fedeli dall’oscuramento della loro coscienza circa la propria dignità di persone” e l’ “aiutare chi vaga nel deserto del senso in conseguenza della perdita di se stessi, a ritrovare se stesso”.

Per rispondere a quella che ha chiamato la triplice forza demolitrice, il Cardinale Caffarra ha indicato la liturgia come “il luogo dove la persona umana ha una luminosa percezione della sua dignità”.

“La celebrazione liturgica – ha spiegato – non è prima di tutto un’azione umana, ma di Dio: la causa principale dell’evento liturgico non è l’uomo ma Dio. La liturgia è l’evento sacramentale della deificazione dell’uomo”.

“La persona umana coinvolta nella celebrazione – ha continuato – riceve il dono e nel ‘sentirsi amata’, adora, loda e ringrazia, ed implora di non essere mai rigettata da un tale convito di nozze” in questo senso “la persona umana prende parte per così dire al ritmo dell’Assoluto”.

Inoltre, ha precisato il porporato, “la partecipazione alla celebrazione liturgica fa vivere alla persona l’esperienza di un rapporto col Mistero, che la rende consapevole di essere ‘superiore’ a tutta la creazione materiale ed animale”.

In questo senso la persona diventa consapevole che “il suo orientamento fondamentale è la partecipazione alla vita eterna trinitaria” e quindi di non essere semplicemente “una parte dell’universo chiuso in se stesso”, che è collocata sul “confine fra il finito e l’infinito e che nel suo agire liturgico anche la creazione materiale viene come elevata al di sopra di sé”.

Citando San Tommaso l’Arcivescovo ha sottolineato che “la Liturgia è l’Opus Dei per eminenza che dà il vero senso dell’eternità della persona”.

Il Cardinale Caffarra ha voluto anche sottolineare che la liturgia è parte della pratica per liberare l’uomo dall’adorazione di idoli, perchè “tutto ciò che è, tutto ciò che ha e tutto ciò che può l’uomo deve riferirlo a Dio”.

“Quando Pietro rispose al Sommo Sacerdote che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini – ha precisato – poneva le basi di ogni vero umanesimo. È il senso profondo di ciò che Benedetto scrive nella regola: operi Dei nihil praeponatur”.

Commentando l’attualità, l’Arcivescovo ha respinto l’evoluzionsimo in cui “l’uomo diventa un casuale incidente o un imprevisto dell’evoluzione della materia”, ed ha rigettato il relativismo dove “la solenne maestà dell’imperativo morale è degradata a convenzioni sociali; la splendente santità dell’amore coniugale equiparata a convivenze omosessuali; la fedeltà, respiro dell’eternità nel tempo, giudicata contraria alla libertà”.

In conclusione l’Arcivescovo di Bologna ha ricordato che ciò che appare evidenziate nella lotta per la liberazione d’Israele e durante il suo esodo dall’Egitto “è soprattutto il diritto alla libertà di adorazione” per questo motivo “la ‘libertà di adorazione’ è il sigillo della sublime dignità