Gli svizzeri hanno deciso con un referendum che le moschee non potranno costruire minareti, provocando le ire dei Paesi musulmani nonché le critiche della Santa Sede. Ma qual è lo statuto giuridico delle religioni non musulmane nei Paesi islamici
Andrea Sartori (Insegnante)

Il 57 per cento degli elettori svizzeri ha votato contro la possibilità di costruire minareti in territorio elvetico. In Svizzera risiedono 400mila musulmani su 7.5 milioni di abitanti e solo quattro delle duecento moschee possiede un minareto, mentre un quinto sarebbe in costruzione.

Ovviamente tutto questo ha scatenato l’ira dei Paesi musulmani, che sono intenzionati a bloccare i conti in Svizzera (ripetendo le arroganti ritorsioni petrolifere del tiranno Gheddafi quando le autorità svizzere ebbero il coraggio di arrestare il figlio Hannibal per le sue ripetute violenze) e ha provocato persino le critiche della Santa Sede. Ma per comprendere meglio la questione non possiamo esimerci dall’esaminare la fondamentale questione della reciprocità. Qual è la situazione delle religioni non musulmane nei Paesi islamici?
I MONOTEISTI E I NON  MONOTEISTI

Per comprendere appieno la situazione giuridica dei non musulmani nei Paesi islamici dobbiamo innanzitutto esaminare l’atteggiamento coranico nei confronti delle altre religioni. Ultimamente si è posta molta enfasi sui monoteismi. Si è riesumata la famosa “novella delle tre anella” di Boccaccio. La comune vulgata, accettata anche da molti uomini di Chiesa, parla del rispetto del Corano per ebrei e cristiani. Anche se pure su questa affermazione ci sarebbe molto da discutere (e ne discuteremo in seguito), si tace spesso sulla considerazione dei non monoteisti nell’islam.

I monoteisti ebrei, cristiani e zoroastriani sono, è vero, “tollerati” (non rispettati, che è una cosa diversa) dall’islam in quanto monoteisti “imperfetti”: il Corano e Maometto riconobbero i profeti da Adamo a Gesù compreso, seppur con molte differenze rispetto ai concetti ebrei e cristiani. Le differenze tra i concetti giudeo-cristiani e quelli islamici sono spiegati col fatto che ebrei e cristiani avrebbero “falsificato” le Scritture, ristabilite dalla rivelazione coranica. Comunque pur non perfetti per il mancato riconoscimento della missione di Maometto, ebrei e cristiani sono tollerati pur essendo considerati cittadini di serie B.

Diverso è il discorso per i non monoteisti, che hanno solo la scelta tra l’islam e la morte. Teoricamente in quest’ultima categoria rientrerebbe una bella fetta di attuale popolazione mondiale: induisti, buddhisti, scintoisti, taoisti, neopagani e atei. Porre l’accento solo sui monoteismi sarebbe un atto di puro razzismo religioso sulla condizione di queste persone, il cui numero supera ampiamente il miliardo e che rappresentano una porzione di umanità superiorità a quella dei musulmani.

LA CONDIZIONE DEI NON MONOTEISTI

La sura 9, al versetto 5, è chiarissima: “Uccidete gli idolatri ovunque li troviate”. E’ il cosiddetto “versetto della spada” (ayat al sayf). I commentatori musulmani liberali hanno sempre cercato di contestualizzare questo versetto all’epoca di Maometto, spiegandolo con la necessità di autodifesa del Profeta. Ma questi musulmani sono anch’essi una minoranza perseguitata: basti pensare al martirio del “Gandhi musulmano” Mahmud Mohammed Taha.

Sta di fatto che chiunque legga il Corano resta colpito da un particolare: l’enfasi sul monoteismo è molto più forte rispetto all’ebraismo e al cristianesimo. Per gli ebrei il monoteismo è una caratteristica di Israele, e non vi è mai stato un proselitismo ebraico, né tramite la predicazione né tramite l’espansione. Per Gesù Cristo, in questo spesso tradito da molti cristiani, il proselitismo deve avvenire attraverso la predicazione e comunque l’amore di Dio non va mai disgiunto dall’amore per l’uomo, fosse anche un nemico (“Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per  coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” Luca 6,27-29a). Gesù arrivò anche ad elogiare la fede di un centurione romano, pagano, al di sopra di quella dei monoteisti israeliti (Matteo 8. 5-13).

Invece nell’islam è presente il concetto di shirk, vale a dire di “associare qualcuno a Dio”, che è considerato in assoluto il peccato più grave, senza possibilità alcuna di salvezza. Il cristiano Dante, in pieno Medioevo, concepì che alcuni grandi spiriti pagani fossero risparmiati dalla fiamme eterne: nel Limbo sono presenti i grandi non battezzati dell’epoca greco-romana e anche alcuni musulmani fra i quali uno, Saladino, che combatté attivamente contro il cristianesimo. Dante arriva addirittura donare la salvezza eterna ad alcuni pagani “idolatri”, come Catone, messo a guardia del Purgatorio, o l’imperatore Traiano, ammesso addirittura in Paradiso. Negli stessi anni Marco Polo, nel suo Milione, scrive parole di elogio per i monaci buddhisti, che sente più vicini al cristianesimo rispetto ai monoteisti musulmani, mentre per il “Marco Polo” marocchino Ibn Battuta, interessato solo a ciò che è musulmano o al massimo cristiano, gli usi  degli “idolatri” cinesi rappresentano un autentico choc culturale.

Per l’islam il venerare una divinità differente da Dio ti condanna immediatamente. La fede in un Dio Unico invece, prima o poi, ti porta alla salvezza. Il politeismo è un peccato più grave dell’omicidio: è l’unico peccato imperdonabile da parte di Allah. Questo, oltre a portare ad alcune considerazioni metafisiche che oggi nessun cristiano si sognerebbe mai di fare (i non monoteisti Gandhi, Buddha, Asoka, Socrate condannati all’inferno, mentre invece Khomeini o bin Laden avrebbero più possibilità di essere ammessi in Paradiso. Nessun cristiano si sognerebbe oggi di dire che l’inquisitore cristiano Torquemada avrebbe più chances di salvezza rispetto all’induista Gandhi) porta ad un pressoché totale veto al culto non monoteista nelle regioni musulmane.

Se ai cristiani è interdetto il proselitismo nei Paesi non musulmani, ai buddhisti è interdetta persino la possibilità di esistere. Sebbene da parte di alcuni teologi musulmani si stiano facendo salti mortali per parificare lo status dei buddhisti e degli induisti a quello dei dhimmi ebrei e cristiani (che non molto, ma è già qualcosa) tutto lascia pensare che costoro non abbiano nessuna possibilità di esistere. Nelle costitzuioni dei Paesi musulmani “moderati” sono riconosciuti solo islam, ebraismo e cristianesimo. Più apertamente i talebani, abbattendo i due Buddhi di Bamyan, hanno parlato apertamente di “idoli”, facendo presente che i seguaci del Buddha non hanno, coranicamente parlando, diritto alla vita. L’islam cancellò il buddhismo dagli attuali Afghanistan e Pakistan, dalle terre nelle quali il grande Asoka parlò per primo di rispetto per tutte le fedi.

Diritto negato anche agli atei. Nelle statistiche dei Paesi musulmani non risultano mai “atei\non religiosi”. Perché anche costoro non hanno diritto alla vita. Molti atei, che spesso lanciano i loro strali contro la Chiesa cattolica, non tengono mai conto di questo aspetto. E il mondo islamico ha avuto persino un’involuzione su questo punto: ci furono, in passato, uomini come i poeti Abu ‘l Ala a-Ma’arri e Omar Khayyam che non fecero mistero del loro ateismo e tuttavia morirono nel loro letto. Più problemi ebbe Averroé, che tuttavia non può essere consideratto un ateo, che fu esiliato. Oggi ex musulmani atei come Ibn Warraq o Ayaan Hirshi Ali rischiano concretamente la vita.

Il Corano sembra ambiguo sullo status del cristianesimo, a volte accusato di shirk a causa della Trinità (che Maometto non riuscì mai a comprendere ) o della Divinità di Cristo. Ma comunque i cristiani sono considerati monoteisti, e sono spesso trattati meglio degli ebrei (che, teologicamente parlando, sono molto più vicini al monoteismo islamico) i quali sono elogiati nelle sure meccane e insultati nelle medinesi con l’epiteto di “scimmie e maiali” a causa della loro rottura con Maometto, rottura della quale il Profeta si vendicherà duramente.

EBREI E CRISTIANI SOTTO L’ISLAM

Diversa è la condizione di ebrei, cristiani e zoroastriani. Essendo costoro considerati esplicitamente monoteisti dal Corano (affermazione inesatta però per quanto riguarda gli zoaroastriani, che sono considerati dualisti) possono avere diritto alla vita e ad una limitata libertà di culto. Questo atteggiamento può essere considerato “tolleranza” non “rispetto”. Nella parola tolleranza c’è un sottofondo di fastidio verso l’altro, ed è cosa ben diversa dal rispetto.

Ebrei e cristiani vengono quindi tollerati. Sono considerati “dhimmi”, vale a dire “protetti”.  Sono obbligati a pagare una tassa chiamata “jizya”. Questo in ottemperanza al versetto  “Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito ciò che Dio ha dichiarato illecito e colro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati (sura 9, vv. 29-30), dove per “coloro cui fu data la Scrittura” si intende la cosiddetta “Gente del Libro” (Ahl al-Kitab), vale a dire ebrei e cristiani, e il tributo è la tassa sui “dhimmi”. Ma vi era anche un altro tipo di imposta, il kharraj, che obbligava il contadino a lavorare la terra per un padrone musulmano. Il Medioevo islamico fu molto meno “tollerante” di quanto ci voglia far credere una certa vulgata: ebrei e cristiani dovevano indossare una fascetta al braccia, rispettivamente gialla e rosa, per distinguersi dai musulmani: è il precedente della stella nazista.

Ma non bisogna scordare le violenze vere e proprie perpetrate verso ebrei e cristiani, a partire dalla strage dei Banu Qurayza o di Khaybar compiute dallo stesso Maometto, alle persecuzioni degli ebrei avvenute nell’undicesimo secolo a Fez o Granada, per arrivare alle persecuzioni e ai genocidi di cristiani del XX secolo in Armenia, Sudan, Nigeria, Timor Est.

IL PATTO DI OMAR

Il cosiddetto “patto di Omar” stipulato dal califfo dopo aver strappato ai cristiani la Palestina obbliga i cristiani, in cambio del rispetto verso i luoghi di culto già edificati,  di non edificarne di nuovi. Omar stabilì anche il veto di riparare le chiese già in rovina. La “protezione” è concessa solo ai cristiani, non agli ebrei né tantomeno ai già condannati politeisti. Ma più che una protezione è un obbligo ad accettare discriminazione in cambio della vita.

Omar, uomo fin troppo lodato dalla storiografia contemporanea ma che per alcuni storici ha sulla coscienza la distruzione della Grande Biblioteca di Alessandria con il pretesto che se i libri confermavano il Corano quest’ultimo bastava e se lo contraddicevano non andavano tollerati, stabilì una vera e propria sottomissione dei cristiani ai musulmani: veto di suonare campane, di alzare la voce durante le messe e i funerali, di esporre croci e persino di andare a cavallo. Tra le angherie contenute nel patto di Omar c’è anche l’arrogante clausola di cedere il posto ai musulmani, noché l’imposizione di segni distintivi, triste abitudine che sarà ripresa da alcuni regimi del XX secolo.

Un capitolo molto importante sempre del patto di Omar riguarda il proselitismo: Omar vieta assolutamente il proselitismo da parte dei cristiani,mentre stabilisce che, qualora un cristiano voglia farsi musulmano, nessuno glielo deve impedire:  questa è una clausola molto sentita ancora oggi. In ogni Paese islamico ai non musulmani, quindi principalmente ai cristiani (in quanto la religione ebraica non è religione di proselitismo e le religioni non abramitiche non hanno diritto all’esistenza nel Dar al islam) è vietato il proselitismo. E’ la legge dei due pesi e due misure: imusulmani possono propagandare la propria fede, i non musulmani no. Inoltre le abitazioni dei non musulmani non possono essere più alte di quelle dei musulmani. Molte di tali posizioni sono tuttora vivissime nel mondo islamico, dove esistono campanili senza campane e più basse dei minareti. Per non parlare della possibilità di parlare pubblicamente della propria fede.

I LUOGHI DI CULTO

Il patto di Omar è già chiaro riguardo i luoghi di culto. Nel XIX secolo al-Sharani sintetizzò la posizione delle quattro scuole sunnite sull’edificazione di chiese sinagoghe: “Tutte le scuole concordano che non è permesso edificare nuove chiese o sinagoghe nei paesi o nelle città dell’islam. Le opinioni sono differenti se ciò sia permesso nelle vicinanze della città. Malik, Shafe’i e Ahmad non lo permettono; Abu Hanifa dice che se il luogo dista un miglio o meno dalla città non è permesso edificare; se la distanza è maggiore, lo è. Un’altra questione è se sia concesso restaurare delle rovine o ricostruire chiese o sinagoghe decadute nei Paesi islamici. Abu Hanifa, Malik e Shafe’i lo permettono. Abu Hanifa aggiunge la condizione che la chiesa sorga in un luogo che fu consegnato in modo pacifico; se venne conquistato con la forza, la ricostruzione non è permessa. Ahmad… dice che la restaurazione delle rovine o la ricostruzione delle chiese decadute non è mai permessa”.

La storia musulmana ci fornisce esempi -rari- di califfi che restaurarono chiese e sinagoghe distrutte dalle folle islamiche ed esempi -molto più frequenti- di califfi intolleranti.

Il califfo Marwan (744-750) distrusse diversi monasteri, mentre nell’853 il califfo Mutawakkil ordinò la distruzione di tutte le chiese appena costruite. Nel 924 furono distrutti la chiesa e il convento di Maria a Damasco. Lo storico Imad ad din racconta come il Saladino “ordinò di chiudere la chiesa della Resurrezione (in arabo al Qiyama ma storpiata in al Qumama, cioé “chiesa della spazzatura” dagli autori islamici, ndr), vietandone ai cristiani la visita, anche fuggevole  (Storici arabi delle Crociate, Einaudi, pagg. 170-171). Il caso più noto è certamente quello di Santa Sofia a Costantinopoli, la più grande basilica del mondo cristiano prima di essere convertita in moschea da Maometto II e in museo da Mustafà Kemal Ataturk.

ARABIA SAUDITA, ROMA, TIBET: TRE DIVERSI APPROCCI

Si sa che l’Arabia Saudita è un caso molto particolare. poiché nel regno dei Saud è proibito qualsiasi culto non musulmano, anche in forma privata. Tutto ciò è dovuto non solo allo strettissimo rigore di stampo wahabita della Casa Reale Saudita, ma anche a un hadith che recita: “Non vi saranno due religioni in Arabia”.

Solitamente gli apologeti musulmani difendono la scelta saudita dicendo che una chiesa in Arabia Saudita sarebbe come una moschea in Vaticano. Tutto ciò è pretestuoso in quanto la Città del Vaticano ha un’estensione nemmeno lontanamente paragonabile a quella dell’Arabia. Inoltre il veto di costruzione di luoghi di culto non musulmani, a questo punto, dovrebbe essere interdetto solo nelle città sante della Mecca e Medina (dove invece è proibita addirittura la presenza fisica dei non musulmani, pena la decapitazione, quando in Vaticano possono recarso fedeli di ogni religione), invece questo veto è esteso a tutto il territorio arabo, dove risiede il 2,9 per cento dei cristiani dell’Arabia Saudita, perlopiù lavoratori stranieri.

A Roma invece sorge la più grande moschea d’Europa, edificata con soldi sauditi. Una scelta eccessiva se si pensa all’effettiva popolazione musulmana della Capitale, inferiore non solo a quella di altre grandi capitali europee quali Parigi o Londra, ma anche ad altre città italiane come MIlano. Ma sappiamo bene, da discorsi di predicatori quali Yusuf al-Qaradawi o Yunis al-Astal o addirittura lo stesso Gheddafi, che i musulmani non hanno dimenticato l’hadith maomettano che predice la conquista islamica di Roma dopo quella di Costantinopoli, conquista che preluderebbe all’islamizzazione d’Europa.

Significativo anche il caso del Tibet, che è la terra sacra per un ramo non secondario del buddhismo, il lamaismo. Fin dall’ottavo o dal nono secolo sono presenti piccole comunità islamiche nella mecca buddhista, conosciuti come “kache”. Arrivarono addirittura ad avere una vita privilegiata sotto il regno del V Dalai Lama Lozang Gyatso (1617-1682). I musulmani hanno persino una moschea a Lhasa, il luogo più santo del buddhismo profanato dai maoisti.

Abbiamo già detto qual è la considerazione del buddhismo “idolatra” nel Dar al-islam, condizione esemplificata dalla distruzione dei Buddha di Bamyan.

RECIPROCITA’

Perché quindi la gente ha paura dei minareti? Sono razzisti? No. La questione è che, nonostante le vulgate storiografiche e giornalistiche, la gente istintivamente annusa il fatto che il minareto non è un simbolo religioso, ma di dominazione politica.

Quegli stessi che hanno paura dei minareti non avrebbero il medesimo timore di una sinagoga o di un tempio buddhista. Perché, pur non conoscendo il patto di Omar, basta essere stati in un Paese musulmano per rendersi conto della condizione dei non musulmani.

Gli svizzeri che hanno votato contro i minareti non sono razzisti: vogliono solo continuare ad essere liberi