di Luigi Accattoli
Tratto da cronache di Liberal

Gli attacchi violenti ai cristiani che spesso vengono costretti ad abbandonare i loro paesi, l’uccisione del pakistano Shahbaz Bhatti, le bombe nelle chiese della Nigeria a Natale: Papa Benedetto parlando ieri agli ambasciatori di 179 paesi non ha dimenticato nessuna delle principali manifestazioni di cristianofobia del 2011.

Le parole più forti le ha avute per il “terrorismo motivato religiosamente” ed ha denunciato ancora una volta la tendenza ad “emarginare”la religione – tipica dell’Europa di oggi – ma ha pure segnalato novità “incoraggianti” in questo campo minato della libertà religiosa: un riconoscimento che costituisce un fatto nuovo e sta a dire che per l’osservatorio vaticano – in questa materia quanto mai attrezzato e sensibile – qualcosa finalmente si muove dopo tanti anni di proteste e di proposte. Benedetto ha definito quello della “libertà religiosa” come il “primo dei diritti umani”, secondo una formula più volte usata da Giovanni Paolo II: “perché essa esprime la realtà fondamentale della persona”. Ma ha subito aggiunto che “troppo spesso, per diversi motivi, tale diritto è ancora limitato o schernito”.

Ed ecco l’elencazione delle tragedie avvenute nell’anno: “Non posso evocare questo tema senza anzitutto salutare la memoria del ministro pachistano Shahbaz Bhatti, la cui infaticabile lotta per i diritti delle minoranze si è conclusa con una morte tragica. In non pochi Paesi i cristiani sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica; in altri subiscono attacchi violenti contro le loro chiese e le loro abitazioni. Talvolta, sono costretti ad abbandonare Paesi che essi hanno contribuito a edificare”. Fecero scalpore due anni addietro le “stime” della Segreteria di Stato vaticana sulla diminuzione dei cattolici nei Paesi musulmani lungo l’ultimo trentennio, calata dallo 0, 1% allo 0, 01% in Iran, in Iraq dal 2, 6% all1%, in Siria dal 2, 8% all’1, 9%, in Israele-Palestina dall’1, 9% all’1%. Quella tendenza all’emigrazione pare sia aumentata con le vicende dell’ultimo biennio. A questo punto, ri- cordando la Giornata interreligiosa di Assisi del 27 ottobre, Benedetto ha condannato ogni giustificazione religiosa della violenza: “Il terrorismo motivato religiosamente ha mietuto anche l’anno scorso numerose vittime, soprattutto in Asia e in Africa, ed è per questo, come ho ricordato ad Assisi, che i leaders religiosi debbono ripetere con forza e fermezza che «questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione». La religione non può essere usata come pretesto per accantonare le regole della giustizia e del diritto a vantaggio del ‘bene’ che essa persegue”.

Già Papa Wojtyla legava alla rivendicazione della libertà religiosa la denuncia dell’avversione soft che le religioni – in primis il cristianesimo – subiscono in gran parte dell’Occidente e in particolare in Europa, e Papa Benedetto ne segue le orme come si vede da questo passaggio del discorso di ieri: “In altre parti del mondo, si riscontrano politiche volte ad emarginare il ruolo della religione nella vita sociale, come se essa fosse causa di intolleranza, piuttosto che contributo apprezzabile nell’educazione al rispetto della dignità umana, alla giustizia e alla pace”. Ed ecco la novità del riconoscimento in positivo: “Vorrei menzionare segnali incoraggianti nel campo della libertà religiosa. Mi riferisco alla modifica legislativa grazie alla quale la personalità giuridica pubblica delle minoranze religiose è stata riconosciuta in Georgia; penso anche alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in favore della presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche italiane”. Già l’anno scorso, in questa stessa circostanza, Benedetto aveva lodato il “ricorso” del Governo Berlusconi “nella ben nota causa [presso la Corte Europea] concernente l’esposizione del crocifisso” e aveva “ringraziato” i tredici paesi [Albania, Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Moldavia, Monaco, Romania, Russia, San Marino, Serbia, Ucraina] che a quel ricorso si erano “associati”. Era poi arrivata in marzo la sentenza favorevole al “ricorso”, che rivedeva una precedente sentenza di censura dell’ordinamento italiano per l’esposizione del crocifisso quale “ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e di educazione”.

Tra i drammi della cristianofobia ieri Benedetto ha ricordato la “recrudescenza delle violenze che interessa la Nigeria, con gli attentati commessi contro varie chiese nel tempo di Natale” e “le tensioni e gli scontri che si sono succeduti in questi ultimi mesi in Sud Sudan”: paese a maggioranza cristiana che il luglio scorso ha proclamato l’indipendenza dal Sudan che è a maggioranza musulmana. Le “violenze”nigeriane sono state terribili, come ci hanno informato via via i telegiornali delle festività appena concluse: una cinquantina di morti provocati dalle bombe lanciate il giorno di Natale contro tre chiese cristiane del Nord del Paese e altri 22 con due successive sparatorie contro riunioni di cristiani avvenute il 4 e il 6 gennaio. Pare che all’origine di queste violenze vi sia la setta islamica fondamentalista di Boko Haram che attraverso un portavoce il 2 gennaio ha trasmesso ai media questo ultimatum contro i cristiani: “Diamo tre giorni di tempo ai nigeriani [cristiani] del Sud per andarsene dal Nord”. Ieri abbiamo dunque ascoltato un Papa quanto mai puntuale nei riferimenti al vasto dramma che i cristiani vivono in tante regioni del pianeta. E un Papa anche attento – come lo è costantemente da quasi quattro anni – alla crisi economica internazionale. “Con i suoi sviluppi gravi e preoccupanti – ha detto della crisi – non ha colpito soltanto le famiglie e le imprese dei Paesi economicamente più avanzati, creando una situazione in cui molti, soprattutto tra i giovani, si sono sentiti disorientati e frustrati nelle loro aspirazioni a un avvenire sereno, ma ha inciso profondamente anche sulla vita dei Paesi in via di sviluppo”. Per Benedetto la crisi deve aiutare l’umanità a darsi “nuove regole”per la convivenza sulla terra: “Non dobbiamo scoraggiarci ma riprogettare risolutamente il nostro cammino, con nuove forme di impegno. La crisi può e deve essere uno sprone a riflettere sull’esistenza umana e sull’importanza della sua dimensione etica (…) per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità”.