«I musulmani non pensano in termini di scelta personale, ma di comunità. E il “traditore” della nazione va sempre punito». Le chiose del gesuita Samir in margine a un documento esplicito
di Rodolfo Casadei
Tratto da Tempi

Più chiaro di così l’Instrumentum  Laboris del Sinodo per il Medio Oriente non poteva parlare: «In Oriente – si legge al numero 37 – libertà di religione vuol dire solitamente libertà di culto. Non si tratta dunque di libertà di coscienza, cioè della libertà di credere o non credere, di praticare una religione da soli o in pubblico senza alcun impedimento, e dunque della libertà di cambiare religione. In Oriente, la religione è, in generale, una scelta sociale e perfino nazionale, non individuale. Cambiare religione è ritenuto un tradimento verso la società, la cultura e la Nazione costruita principalmente su una tradizione religiosa». Il riferimento all’indisponibilità dei musulmani ad accettare quello che è uno dei princìpi cardine della civiltà occidentale è trasparente, eppure subito dopo si chiede ai cristiani di mettere in discussione il dato dominante: «Un dialogo sincero dovrebbe introdurre questo argomento allo scopo di arrivare ad atteggiamenti comuni che rispettino il diritto di ogni persona e la sua completa libertà di coscienza, a qualunque religione essa appartenga».

«Sì, il nostro compito come Chiese riunite in Sinodo è di non transigere sul principio, ma allo stesso tempo di offrire ai musulmani la possibilità di un cammino comune al termine del quale tutti riconosceremo il valore della piena libertà di coscienza», annuisce Samir Khalil Samir, gesuita docente di Islamistica alla Saint Joseph University di Beirut, al Pontificio Istituto Orientale di Roma e ora anche all’Università Cattolica di Milano. Che spiega così la situazione: «Fino ad oggi l’islam semplicemente non ha capito cos’è la libertà di coscienza, perché i musulmani non pensano in termini di scelta personale, ma di appartenenza a una comunità e a un gruppo. Perciò si considerano molto tolleranti perché nel Corano c’è scritto che i cristiani e gli ebrei non sono obbligati a convertirsi purché paghino il tributo ai governanti musulmani, e allo stesso tempo pensano che è normale che un traditore della comunità, come sarebbe qualcuno che cambia di religione, sia sottoposto a durissime punizioni. Se guardiamo alla storia, anche i cristiani per secoli hanno messo al primo posto la comunità e l’individuo al secondo. Per tutto il Medio Evo è stato così. Oggi per noi è normale che la scelta della persona venga al primo posto e le esigenze della comunità al secondo. Perché consideriamo la scelta di coscienza come un diritto naturale fondamentale, che non può essere giudicato con un criterio politico com’è quello che lo definisce un tradimento della comunità. Invece la tolleranza religiosa islamica è solo di natura politica: nella società islamica ci sono i musulmani che hanno tutti i diritti, poi ci sono cristiani ed ebrei che hanno alcuni diritti, poi ci sono pagani e atei che non ne hanno nessuno». Poste queste premesse, è logico il fatto che l’Instrumentum Laboris condanni apertamente l’islam politico: «Tale atteggiamento – si legge al numero 42 – riguarda anzitutto la società musulmana, ma ha anche conseguenze sulla presenza cristiana in Oriente. Tali correnti estremiste, pertanto, sono una minaccia per tutti, cristiani, ebrei e musulmani, e noi dobbiamo affrontarle insieme». «I musulmani sono i primi a pensare che il radicalismo islamico è un pericolo», commenta Samir. «Non c’è riunione della Lega Araba o dell’Oci che non si concluda con un documento di condanna del fenomeno. Noi cristiani comprendiamo meglio il pericolo perché sappiamo che l’identificazione fra politica e religione è un errore, che è sbagliato escludere dalla piena appartenenza a una comunità politica chi ha una religione diversa da quella della maggioranza. Noi sappiamo che religione e politica devono restare distinte, nel contesto di una laicità aperta al religioso».