Oggi anche una testimonianza indiretta basta per sospendere le cure. Non è autonomia personale, è la Repubblica dei giudici
di Assuntina Morresi
Tratto da Il Foglio del 24 febbraio 2011

Al direttore – Mai più una morte come quella di Eluana Englaro: sarebbe il giusto sottotitolo alla legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento. Perché di questo si tratta, e non di altro: e chi dice che ci sarebbero strade diverse per evitare un’altra Eluana, dovrebbe assumersi l’onere di indicarle concretamente e dimostrarne l’efficacia. L’unico articolo che in quegli ultimi giorni avrebbe potuto salvarla, vietando la sospensione di idratazione e alimentazione ai disabili, ora non sarebbe più sufficiente.

Allo stato attuale dei fatti, se non si supera la sentenza della Cassazione per la quale Eluana è morta, qualsiasi scritto o videomessaggio o anche solo testimonianza di terzi può essere considerato da giudici compiacenti un valido accertamento di volontà, e potenzialmente eseguibile. In questi due anni non ci sono stati altri casi Englaro perché la legge in discussione ha funzionato da deterrente (se approvata, infatti, renderebbe vano l’eventuale caso giudiziario). Ma le centinaia di testamenti biologici depositati nei comuni, raccolti da banchetti per strada, affidati ai notai o anche semplicemente in rete, sono tutti potenziali casi giudiziari, predisposti appositamente per applicare la sentenza di Cassazione nel modo più ampio, e cioè rendere valida la volontà in qualunque forma espressa, anche ricostruita ex post.

Chi dice che nella nostra legislazione c’è quanto basta per fermare tutto questo, proponga anche quali strumenti concreti utilizzare, ricordando però tutti i tentativi di Parlamento e governo per salvare Eluana, arrivati a un soffio dallo scontro istituzionale. Inutilmente.

A chi invece parla di libertà di scelta, ricordiamo che Eluana è morta perché dei giudici hanno ritenuto di aver ricostruito la sua volontà, ma nessuno ha testimoniato che lei avesse avuto colloqui dedicati con specialisti del settore. Il consenso informato di Eluana, insomma, quel consenso con cui illustri intellettuali amano riempirsi la bocca, non c’è mai stato. Il padre ha riferito che lei ne discuteva in famiglia e con amici. In altre parole: secondo i giudici si possono sospendere trattamenti sanitari e di cura, anche di sostegno vitale, purché se ne sia prima parlato a tavola, l’esperto non serve.

E questa sarebbe l’autonomia della persona? Piuttosto, è una Repubblica di giudici. Una Repubblica in cui si avrebbero trattamenti differenti a seconda dei tribunali a cui ci si rivolge, e dove, dopo aver consolidato una prassi, gli stessi chiederebbero di “regolamentare quello che già c’è”. Tornare indietro non sarebbe più possibile, e l’eutanasia, introdotta surrettiziamente per sentenza, diventerebbe legittima. Una legge come quella in discussione può invece essere un argine, stabilire limiti importanti, e diventare essa stessa uno strumento per una battaglia anche culturale.