di Gianteo Bordero
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 3 aprile 2009

Gennaio 2004. La legge sulla procreazione assistita proposta dalla maggioranza di centrodestra sta per giungere alla Camera dei Deputati per l’approvazione finale, dopo che al Senato si è riscontrata una convergenza che è andata oltre il recinto della Casa della Libertà ed ha coinvolto in modo particolare l’ala rutelliana e, in parte, quella ex popolare della Margherita.

Le critiche alla normativa già fioccano abbondanti, amplificate da larga parte dei mezzi di comunicazione. L’accusa più comune è che si tratti di una legge scritta prendendo a modello il Catechismo della Chiesa cattolica, di una legge «oscurantista» e «medievale», che lede i diritti delle donne impedendo loro di soddisfare il legittimo desiderio di maternità. Sono i giorni in cui affila le armi quello che diverrà, qualche mese più tardi, il comitato referendario anti-legge 40.

Dal 19 al 22 del mese si svolge, a Roma, la riunione del Consiglio permanente della Cei, la Conferenza Episcopale italiana. Come al solito, la prolusione è affidata al presidente, il cardinale Camillo Ruini. Ad un certo punto del suo intervento il porporato parla del voto avvenuto qualche giorno prima a Palazzo Madama e delle polemiche che ne sono seguite, e afferma: «Sono stati rievocati, in particolare, i rischi della contrapposizione tra cattolici e laici e le accuse, nei confronti dei cattolici, di chiudersi nella difesa del passato e di voler imporre a tutti, attraverso una legge dello Stato, i propri punti di vista confessionali. In realtà, non si tratta di una legge “cattolica”, dato che essa, sotto diversi e assai importanti profili, non corrisponde all’insegnamento etico della Chiesa». La legge 40, dunque, secondo il presidente dei vescovi italiani, non è «una legge cattolica». Parole, queste, che saranno troppo presto dimenticate, sacrificate sull’altare di una propaganda che tenterà in tutti i modi di presentare la normativa varata dal parlamento come una diretta emanazione delle volontà del Vaticano e della Cei, come l’imposizione di un dogma di fede alla Repubblica italiana, come una palese violazione della laicità dello Stato.

Eppure, sarebbe stato sufficiente prendere in mano il Catechismo della Chiesa cattolica per trovare conferma di quanto affermato dal cardinal Ruini. Nella parte dedicata al «dono del figlio», all’articolo 2377, il Catechismo afferma esplicitamente, a proposito delle tecniche di fecondazione omologa (quelle consentite dalla legge 40): «Tali tecniche sono, forse, meno pregiudizievoli (di quelle di fecondazione eterologa, ndr), ma rimangono moralmente inaccettabili. Dissociano infatti l’atto sessuale dall’atto procreatore. L’atto che fonda l’esistenza del figlio non è più un atto con il quale due persone si donano l’una all’altra, bensì un atto che “affida la vita e l’identità dell’embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull’origine e sul destino della persona umana. Una siffatta relazione di dominio è in sé contraria alla dignità e all’uguaglianza che deve essere comune a genitori e figli” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Vitae)». Il successivo articolo 2378 spiega quindi che «il figlio non è qualcosa di dovuto, ma un dono». Per questo egli «non può essere considerato un oggetto di proprietà: a ciò condurrebbe il riconoscimento di un preteso “diritto al figlio”».

Bastano questi brevi richiami per comprendere che la posizione della Chiesa in materia di procreazione assistita è chiara e che la legge 40, nel momento in cui va a regolamentare l’accesso alla fecondazione omologa, si pone in contrasto con una esplicita norma morale prevista dal Catechismo. Ne discende che il giudizio complessivo della Conferenza Episcopale italiana sulla normativa in questione non fu mosso dalla necessità di difendere una legge «cattolica» (perché di ciò, come abbiamo visto, non si trattava e non si tratta), ma dal riconoscimento che tale legge costituiva un compromesso accettabile tra il dovere di tutela dell’embrione e le richieste di accesso alle nuove tecniche di fecondazione. E fu questa valutazione realistica e laica a motivare la battaglia dei vescovi italiani in favore dell’astensione ai referendum abrogativi del giugno 2005. Una battaglia finalizzata a salvaguardare quello che, agli occhi della Cei, appariva allora come un bicchiere mezzo pieno, che rischiava di essere svuotato da un’eventuale vittoria del fronte del «sì».

Di tutto ciò si dovrebbero ricordare tutti coloro che oggi parlano della legge 40 come di una ossequiosa genuflessione del parlamento alla Chiesa e ai suoi dogmi: se così fosse stato, anche la fecondazione omologa avrebbe dovuto cadere sotto la mannaia del legislatore. Ciò, invece, non accadde: non vi fu alcuna penna vaticana a dirigere la mano del legislatore: furono senatori e deputati liberamente eletti dal popolo, esercitando il compito a cui erano stati chiamati, a decidere secondo coscienza, e altrettanto liberamente, di scrivere una normativa che essi ritenevano giusta ed equilibrata. Una normativa che può piacere o non piacere, ma che almeno deve essere trattata per quello che è: una legge laica di uno Stato laico, non la trasposizione del Catechismo nel nostro ordinamento repubblicano.