di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli dell’11 ottobre 2010
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Veleni e fango sono tra le parole più usate per descrivere la politica italiana.

I primi riguardano le insinuazioni personali che da noi accompagnano i dibattiti politici; il secondo le macchie gettate da queste polemiche sui protagonisti della vita pubblica.

La gente si è abituata: è delusa, ma non sembra davvero scossa. Nel mondo, però, la lealtà allo Stato da parte di politici e amministratori pubblici è considerata un indicatore importante della salute e solidità di una nazione.

È quindi il caso di domandarsi quale possa essere, nel medio periodo, l’effetto di questo stile di dibattito e azione politica sull’intero paese. L’osservazione psicologica, ad esempio, mostra con chiarezza come la dinamicità sia degli individui che dei gruppi sia legata al loro possedere obiettivi condivisi, e alla loro fiducia in un gruppo dirigente che permetta loro di conseguirli.

Vilfredo Pareto, nei suoi classici studi di sociologia ed economia politica, aveva osservato, già nel secolo scorso, come la sfiducia nelle qualità dei gruppi dirigenti portasse ad un rallentamento economico e ad una sorta di depressione di massa. In effetti le sue analisi furono poi confermate dal sorgere dei totalitarismi, che egli continuò a studiare dalla Svizzera, in cui si era nel frattempo trasferito.

Queste osservazioni non erano influenzate da moralismi, anzi Pareto polemizzava volentieri contro il “mito virtuista” del politico appunto virtuoso, cui preferiva quello efficiente. Si è tuttavia sempre dovuto notare come, appunto, “veleni” e “fango” deprimessero e rallentassero lo sviluppo sociale, economico e culturale, rendendo più difficile ai cittadini l’individuazione di obiettivi convincenti da perseguire, e di leader in grado di realizzarli.

La lealtà verso le leggi, gli altri (ed in particolare verso le generazioni che ci sono affidate: i giovani, ed i vecchi), prima che una virtù è un inestimabile bene sociale. Una qualità pratica, prima che morale, sulla quale tutti possono contare. Un Paese dove la classe dirigente è sleale, anche al suo interno, è invece un Paese che sperpera energie invece di accumularle, che investe negli intrighi invece che nei progetti, nella competizione tra individui invece che nel gioco di squadra.

Questa visione personalistica, mai economicamente produttiva, è però particolarmente disastrosa nella grande competizione del mondo globalizzato, dove ogni posizione viene conquistata a seconda del senso e della capacità di condurre “giochi di squadra” a tutto campo: sul piano scientifico, industriale, finanziario, commerciale e politico.

La capacità di danneggiare l’avversario personale con veleni e fango, decisiva nelle risse di quartiere (come ci raccontano quotidianamente i fatti di cronaca), ha invece risultati risibili a livello della competizione globale. Ed il suo effetto sulla coscienza e sull’inconscio collettivo dei cittadini è generalmente disorientante, e alla lunga potentemente depressivo.

La sfiducia sulla capacità dei capi di essere leali, inoltre, ha un altro caratteristico effetto indotto: il non fidarsi degli altri a livello collettivo, nelle famiglie, nelle aziende, nelle diverse comunità. Se la lealtà non è più una qualità o un comportamento apprezzato, perché l’altro dovrebbe comportarsi bene con me? Ciò induce nel corpo sociale una diffidenza generalizzata, un atteggiamento di sospetto, in fondo paranoide, che ostacola l’intesa sociale e quindi lo stesso sviluppo collettivo.

La riscoperta della lealtà, tra persone e istituzioni, ci può forse ridare più slancio che tagli indiscriminati nella spesa pubblica.