di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Continuando nella sua “scuola della preghiera” dedicata alle preghiere di Gesù, nell’udienza dell’8 febbraio Papa Benedetto XVI ha proposto una meditazione sulla preghiera di Gesù nell’imminenza della morte, secondo i Vangeli di san Marco e san Matteo.

I due Evangelisti, ha spiegato il pontefice, «riportano la preghiera di Gesù morente non soltanto nella lingua greca, in cui è scritto il loro racconto, ma, per l’importanza di quelle parole, anche in una mescolanza di ebraico ed aramaico. In questo modo essi hanno tramandato non solo il contenuto, ma persino il suono che tale preghiera ha avuto sulle labbra di Gesù: ascoltiamo realmente le parole di Gesù come erano. Nel contempo, essi ci hanno descritto l’atteggiamento dei presenti alla crocifissione, che non compresero – o non vollero comprendere – questa preghiera».

Ascoltiamo il Vangelo di Marco: «Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (15, 34). Qui abbiamo due periodi di tre ore ciascuno: «tre ore di oscurità [che] sono, a loro volta, la continuazione di un precedente lasso di tempo, pure di tre ore, iniziato con la crocifissione di Gesù». Il Vangelo di Marco, infatti, afferma che: «Erano le nove del mattino quando lo crocifissero» (cfr 15, 25). Dunque, «dall’insieme delle indicazioni orarie del racconto, le sei ore di Gesù sulla croce sono articolate in due parti cronologicamente equivalenti».

Nelle prime tre ore, dalle nove fino a mezzogiorno, vediamo «le derisioni di diversi gruppi di persone, che mostrano il loro scetticismo, affermano di non credere». Scrive san Marco: «Quelli che passavano di là lo insultavano» (15, 29); «così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui» (15, 31); «e anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (15, 32). Nelle tre ore seguenti, da mezzogiorno «fino alle tre del pomeriggio», l’Evangelista «parla soltanto delle tenebre discese su tutta la terra; il buio occupa da solo tutta la scena senza alcun riferimento a movimenti di personaggi o a parole». Ormai «c’è solo l’oscurità», e «su tutta la terra». «Anche il cosmo prende parte a questo evento: il buio avvolge persone e cose, ma pure in questo momento di tenebre Dio è presente, non abbandona. Nella tradizione biblica, il buio ha un significato ambivalente: è segno della presenza e dell’azione del male, ma anche di una misteriosa presenza e azione di Dio che è capace di vincere ogni tenebra». Riprendendo temi dell’Antico Testamento, «nella scena della crocifissione di Gesù le tenebre avvolgono la terra e sono tenebre di morte in cui il Figlio di Dio si immerge per portare la vita, con il suo atto di amore».

Davanti agli insulti prima e al buio poi, Gesù risponde «con il grido della sua preghiera» in cui «mostra che, assieme al peso della sofferenza e della morte in cui sembra ci sia l’abbandono, l’assenza di Dio, Egli ha la piena certezza della vicinanza del Padre, che approva questo atto supremo di amore, di dono totale di Sé, nonostante non si oda, come in altri momenti, la voce dall’alto». A differenza degli episodi del Battesimo al Giordano e della Trasfigurazione, qui «scende il silenzio, non si ode alcuna voce, ma lo sguardo di amore del Padre rimane fisso sul dono di amore del Figlio».

Ma che significato ha il grido di Gesù «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», che sembra suggerire «il dubbio della sua missione, della presenza del Padre»? Dobbiamo sempre ricordare che «le parole che Gesù rivolge al Padre sono l’inizio del Salmo 22, in cui il Salmista manifesta a Dio la tensione tra il sentirsi lasciato solo e la consapevolezza certa della presenza di Dio in mezzo al suo popolo». Nel Salmo 22 leggiamo: «Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me. Eppure tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi d’Israele» (vv. 3-4). Il Salmista parla di «grido», spiega il Papa, «per esprimere tutta la sofferenza della sua preghiera davanti a Dio apparentemente assente: nel momento di angoscia la preghiera diventa un grido».

Questo vale anche per noi, vale «anche nel nostro rapporto con il Signore: davanti alle situazioni più difficili e dolorose, quando sembra che Dio non senta, non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore, non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche se apparentemente tace».

Riprendendo il Salmo 22, «Gesù prega nel momento dell’ultimo rifiuto degli uomini, nel momento dell’abbandono; prega, però, con il Salmo, nella consapevolezza della presenza di Dio Padre anche in quest’ora in cui sente il dramma umano della morte». Letto oggi, il brano ci lascia perplessi e «in noi emerge una domanda: come è possibile che un Dio così potente non intervenga per sottrarre il suo Figlio a questa prova terribile?». La risposta si trova nel Salmo 22, letto per intero, che è «il Salmo del popolo di Israele che soffre, e in questo modo prende su di Sé non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male e, allo stesso tempo, porta tutto questo al cuore di Dio stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella Risurrezione»: come il Papa ha scritto nel suo ultimo volume su Gesù, che oggi ha voluto citare, «il grido nell’estremo tormento è al contempo certezza della risposta divina, certezza della salvezza – non soltanto per Gesù stesso, ma per “molti”» (Gesù di Nazaret II, 239-240).

In questa preghiera di Gesù dunque «sono racchiusi l’estrema fiducia e l’abbandono nelle mani di Dio, anche quando sembra assente, anche quando sembra rimanere in silenzio, seguendo un disegno a noi incomprensibile». Il Papa cita, ancora, il Catechismo della Chiesa Cattolica, dove si legge: «Nell’amore redentore che sempre lo univa al Padre, Gesù ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”» (n. 603).

Capire questa preghiera non è facile. Infatti «le persone presenti sotto la croce di Gesù non riescono a capire e pensano che il suo grido sia una supplica rivolta ad Elia. In una scena concitata, essi cercano di dissetarlo per prolungarne la vita e verificare se veramente Elia venga in suo soccorso, ma un forte urlo pone termine alla vita terrena di Gesù e al loro desiderio». Gli astanti, che non capiscono, si vedono messo di fronte da parte di Gesù l’estremo dolore, ma anche «il senso della presenza del Padre e il consenso al suo disegno di salvezza dell’umanità». La verità di questo disegno si svelerà solo nella Resurrezione.

Tutto questo contiene un insegnamento per la nostra preghiera per noi stessi, ma anche per la nostra preghiera per gli altri. «Il grido di Gesù ci ricorda come nella preghiera dobbiamo superare le barriere del nostro “io” e dei nostri problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri. La preghiera di Gesù morente sulla Croce ci insegni a pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto; portiamo tutto questo al cuore di Dio, perché anch’essi possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai».