Benedetta Frigerio da Tempi.it

L’Ordine dei medici inglesi contro il codice deontologico: «Le operazioni per cambiare sesso sono obbligatorie perché richieste da persone omosessuali che non devono in alcun modo essere discriminate».

Qualcuno parla di rischio di “discriminazione al contrario”. Lo ha fatto recentemente anche il giornalista omosessuale inglese, Andrew Pierce, editorialista del quotidiano inglese Daily Mail. «Se continuiamo di questo passo – scriveva settimana scorsa – gli eterosessuali potrebbero essere ancor più discriminati. Se si chiedono diritti maggiori di quelli che derivano dalle unioni civili già concessi, noi omosessuali arriveremo a godere di diritti negati agli eterosessuali. Stiamo assistendo a un’assurdità». In effetti, dopo che le agenzie di adozione cattoliche hanno chiuso per non essere costrette a dare in adozione bambini alle coppie omosessuali, gli inglesi aspettavano solo di vedere le prossime conseguenze dell’Equality Act, la legge sull’omofobia varata nel 2010. È così che settimana scorsa il General Medical Council, l’Ordine dei medici della Gran Bretagna, ha potuto stabilire che i chirurghi plastici non potranno rifiutarsi di operare persone che chiedano di cambiare sesso. Nemmeno per motivazioni etiche o di carattere religioso. Il divieto è giustificato dall’Ordine così: «Poiché le SRS (Sex Reassignment Surgery) sono richieste da un particolare gruppo di pazienti non sono pertanto soggette all’obiezione di coscienza». Il gruppo è quello degli omosessuali, che per la legge britannica non devono in alcun essere discriminati, al punto che ormai la non discriminazione equivale alla possibilità per gli omosessuali di trasformare ogni desiderio in un diritto inalienabile. Non importa se in contrasto con una libertà fondamentale di un altro gruppo riconosciuta da ogni codice deontologico democratico. Quello inglese all’articolo 5 recita così: «Si può astenersi dall’eseguire una particolare procedura per ragioni connesse a convinzioni morali e valori personali». E non importa neppure se la dichiarazione dei diritti dell’uomo all’articolo 18 dice che «ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di (…) manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento e nelle pratiche».

I medici cristiani, però, non hanno intenzione di stare a guardare. Dalla Cristian Medical Fellowship è giunta la denuncia di «regolamenti e leggi attraverso cui si sta cercando di impedire ai medici cristiani di operare». Anche altri professionisti hanno sottolineato che l’obiezione di coscienza è ciò che salvaguarda la professione medica dai tentativi di snaturarla. Ma l’Ordine si è giustificato ancora appellandosi alla legge sull’omofobia. Come potranno ora praticare il loro mestiere tutti i chirurgi plastici che vogliano seguire la legge della propria coscienza che, come indica la Chiesa cattolica, «è superiore a quella civile» (Humanae vitae)? E che ne sarà di quei cattolici a cui la dottrina sociale della Chiesa insegna che per quanto riguarda «il diritto d’obiezione di coscienza della persona adulta di fronte all’autorità civile (…) è un grave dovere di coscienza non prestare collaborazione, neppure formale, a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la legge di Dio» (cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n° 400 e n° 399)?