La metà sono trentenni, e rappresentano il 6,6 per cento della popolazione italiana. Sono quasi quanto gli stranieri in Italia, e fuggono in Paesi ove gli stipendi e il livello scientifico siano superiori
Andrea Sartori (Insegnante)

Magari non sono più i nonni che se ne vanno con la valigia di cartone in America, ma esiste una silenziosa emigrazione italiana all’estero. Eppure, in un momento storico in cui si parla tanto degli stranieri immigrati verso l’Italia bisognerebbe parlare anche degli italiani immigrati verso terra straniera, visto che in ambedue i casi si tratta di quasi 4 milioni di persone. O ce ne ricordiamo solo in campagna elettorale?

Il Corriere della Sera dedica a questo fenomeno un focus firmato da Stefano Landi, che mette bene in evidenza la gravità del fenomeno. A titolo di esempio bastano le parole di don Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, che afferma che “la migrazione italiana sta cambiando e l’esempio più evidente sono gli studenti: 60 mila l’anno quelli che lasciano l’Italia, più di tutti gli stranieri che arrivano da noi”.

E’ l’evidenza della fuga dei cervelli. L’Italia non attira a livello scientifico, e, se continuano le attuali politiche, non attirerà mai. I cittadini italiani residenti all’estero sono 3.915.767. Gli stranieri residenti in Italia sono 3.891.295. Quindi sono un numero maggiore gli italiani fuggiti dall’ex Bel Paese che quelli rimasti.

Molti fra gli studenti fuggiti all’estero ci erano andati solo per un periodo di studi, e poi hanno deciso di non tornarci più, come la siracusana Sarah Formosa, trasferitasi a Parigi appena dopo la laurea per frequentare un master e mia più tornata in Italia. La sua italianità è stata apprezzata più a Parigi che a Roma o Milano. Cosa piace ai francesi dell’Italia. Sarah ce lo dice: “la cultura”. Più o meno la stessa cosa ci è confermata da Alessandri Masi, segretario generale della Dante Alighieri “L’interesse verso la cultura italiana cresce a tal punto che delle 423 sedi che abbiamo nel mondo, il 70 per cento oggi è diretta da un presidentee straniero”. Quella cultura italiana apprezzatissima all’estero, quella culura di cui dovremmo andare fieri e che invece in Italia è trattata da “attività da parassiti”, pgata da fame. Quella cultura che, sopravvissuta ad Attila, ai Vandali, al Sacco di Roma di Carlo V e a tutti gli invasori che hanno passeggiato per il nostro Paese, stiamo distruggendo noi, con le nostre mani. Basti vedere lo sfascio dei nostri musei (e non aveva torto il grande critico d’arte Federico Zeri quando disse: “Meno male che c’è stato Napoleone  che ha portato via un bel po’ di opere d’arte, sennò qui distruggevano pure quelle che stanno al Louvre”) e le drammatiche condizioni in cui versa qualsiasi cosa sappia di cultura. E non c’è bisogno di ricordare l’infuocata lettera di Rita Clementi, la ricercatrice fuggita a Boston, al presidente Napolitano.

Chi se ne va dall’Italia ci va per guadagnare di più. Non si tratta solo di cultura, ma anche di banchieri, di ingegneri che vanno a dirigere un’azienda di software. Prendiamo il settore della telefonia: molti ingegneri italiani si spostano attratti dal mercato estero. Anche i lavori legati alla diplomazia stanno facendo muovere diversi italiani verso l’Europa. Ma due terzi degli italiani si sposta ancora per lavori umili ed è “un’emigrazione difficile perché chi parte lo fa illegalmente o con un visto turistico” ci informa Matteo Sanfilippo, docente di Storia Moderna all’università di La Tuscia e autore del volume della Storia d’Italia della Einaudi legata al fenomeno migratorio.

Se l’italianità è un fattore di appeal più all’estero che in un’Italia che disprezza sempre di più la sua cultura a partire dal livello istituzionale, va anche detto che la cultura d’origine, legata fortemente alla lingua, si sta perdendo.  Secondo Masi ” gli italiani nati all’estero imparano la lingua locale e l’italiano per fare un favore al nonno”.

Gli italiani più intraprendenti se ne vanno all’estero, anche perché è evidente che in Italia siano i mediocri ad emergere. L’italiano è mediamente intelligente, adattabilissimo. Una volta era anche mediamente più colto del resto d’Europa, in quanto aveva una delle formazioni scolastiche migliori del mondo, quella dovuta alla riforma Gentile, distrutta dalle successive e sempre fallimentari riforme scolastiche. Ma l’Italia come Paese sembra un Paese morto. Indro Montanelli, partendo dalla citazione di Ugo Ojetti “L’Italia è un Paese di contemporanei senza antenati né posteri perché senza memoria di se stesso”. Il discorso montanelliano, partendo da Ojetti, arrivava a concludere che il futuro per l’Italia non esiste “perché un Paese che ignora il proprio ieri di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla non può avere un domani”, mentre il domani per gli italiani “sarà brillantissimo. Per gli italiani, non per l’Italia”. Indro vedeva bene: in alcuni mestieri noi siamo “insuperabili” quindi saremo reclamati all’estero. Ma siamo anche i “meglio qualificati ad entrare in un calderone multinazionale, perché non abbiamo resistenze nazionali”, a differenza degli ebrei, che mantengono forte la loro identità, noi siamo i primi a perderla.

Montanelli, come al solito, ebbe ragione e fu profeta. I dati sugli italiani all’estero gli danno ragione. La situazione di questa Italia intesa non come popolo ma come istituzioni, ignorante di se stessa e che quasi dell’ignoranza ne fa un vanto, gli dà nuovamente perfettamente ragione.