Ma guarda cosa si incontra
di Luigi Campiglio
Tratto da Avvenire del 17 maggio 2009

Nel primo trimestre del 2009 l’Ita­lia ha registrato un ulteriore de­clino del Pil, sceso del 2,4 percento ri­spetto al 4° trimestre 2008 – quasi nel­la media europea – e una riduzione ad­dirittura del 5,9 percento rispetto al pri­mo trimestre 2008, che è una percen­tuale decisamente superiore alla me­dia europea.

L’andamento dell’econo­mia italiana, che finora ha tenuto più di altri, segnala perciò il rischio di un pos­sibile cedimento che è necessario con­­trastare, soprattutto sul piano creditizio. Ciò che maggiormente fa riflettere tut­tavia è il risultato italiano rispetto alla Francia, un paese a noi simile come di­mensione ed economia, dove la ridu­zione del Pil è stata molto più conte­nuta, pari cioè al -1,2 percento, ed è ri­conducibile ad una forte contrazione delle esportazioni. La domanda inter­na delle famiglie tiene invece molto be­ne, al punto di registrare un leggero se­gno positivo, pari al + 0, 2 percento. Per l’Italia la crisi è dovuta al clima di gran­de incertezza che si respira in giro, e che per i consumatori e le imprese si tra­duce in paura del futuro. All’opposto, il risultato positivo che riguarda le fami­glie francesi segnala invece che esse continuano a valutare con fiducia al lo­ro futuro: lo testimonia l’aumento con­sistente della domanda di beni dure­voli, come le automobili o i mobili e gli accessori per la casa.

Ovvio che l’esito d’Oltralpe non spun­ta a caso. È il risultato di una politica fi­scale volta a favore della famiglia e di cui il quoziente familiare è il perno centra­le, intorno al quale ruota un’articolata e corposa gamma di iniziative specifi­che mirate sulle coppie con figli. Il quo­ziente familiare è una misura di equità orizzontale, che corregge la progressi­vità di imposta dovuta alla diversa di­mensione familiare: il cosiddetto costo del quoziente è in realtà un’imposta ag­giuntiva, in Italia subita da gran parte dei nuclei con figli. Inoltre, la Francia spende 1, 4 punti di Pil più dell’Italia per famiglie e relativi bambini, il che rap­presenta circa 22 miliardi di euro, il cui impatto sulla domanda interna si rive­la oggi di particolare importanza.

Ma l’effetto di una vera politica fami­liare si espande in molteplici direzioni, la più rilevante delle quali è la natalità, che in Francia ha superato i 2 figli per donna, che poi è il livello di una popo­lazione stazionaria. In Italia il numero di figli per donna è invece di 1, 33 (e di 2, 12 nel caso di donne straniere). Quan­to ai flussi migratori nel loro insieme, si rileva che il loro contributo annuo, nel­la Francia del 2008, è stato pari alle 76 mila unità nel 2008, mentre in Italia ha lievitato a 430mila circa.

La questione della famiglia è dunque centrale per l’economia, oltre che per la vita civile: Il problema è che nel no­stro Paese, nel corso degli ultimi vent’anni, la famiglia è stata la grande dimenticata, e non si scorgono al mo­mento segnali concreti di un’inversio­ne di marcia. I Paesi che hanno realiz­zato una efficace politica per la famiglia, in genere vi si sono applicati per ragio­ni di sopravvivenza numerica oppure questo è il risultato positivo di politi­che iniziate per altri scopi, come nel ca­so della Francia. In altre parole, sem­bra proprio valere la riflessione di John Stuart Mill, quando affermava che i po­litici ‘per quanto onestamente dispo­sti, sono in genere troppo occupati con cose di cui devono prendersi cura, per avere abbastanza spazio nei loro pen­sieri per qualunque cosa che possono senza danno tralasciare’. I minorenni, si sa, sono cittadini che non votano e dunque qualcuno pensa che li si può tralasciare. Eppure, le nazioni che dal­la crisi in atto usciranno più forti sa­ranno quelle, come la Francia, dotate di istituzioni in grado di investire nel fu­turo dei figli. Che sono al tempo stesso una garanzia per i loro genitori e il pa­trimonio d’investimento di tutto un Paese