Madre Teresa di Calcutta e un amore senza confini
di Paul Cheruthottupuram
Tratto da L’Osservatore Romano del 26 agosto 2010

In occasione del centenario della nascita di Madre Teresa di Calcutta, che ricorre giovedì 26 agosto, pubblichiamo un articolo di un sacerdote salesiano, già direttore del The Herald Kolkata, il più antico settimanale cattolico indiano

Agnesë Gonxhe Bojaxhiu in albanese significa “bocciolo di rosa”. Nata il 26 agosto 1910 a Üsküb (all’epoca nell’impero ottomano, oggi Skopje, capitale della Macedonia), era la più giovane di tre figli. Agnesë considerava “suo vero compleanno” il 27 agosto, data del suo battesimo. Crebbe in una devota famiglia cattolica e fu allevata da Drana Bojaxhiu dall’età di 9 anni e da suo padre Nikollë Bojaxhiu, un patriota albanese, deceduto nel 1919. Nei primi anni della sua vita, Agnesë era affascinata dalle vite dei missionari gesuiti nel Bengala e prima dei 12 anni si convinse di dovere andare in India.

Lasciò la casa paterna a 18 anni per unirsi alle Suore di Loreto che operavano a Calcutta. Dopo un breve periodo presso l’abbazia di Loreto a Rathfarnham, in Irlanda, per imparare l’inglese, arrivò a Calcutta nel 1929 e cominciò il noviziato a Darjeeling, nel Bengala settentrionale. Prese i voti temporanei il 24 maggio 1931 con il nome di Teresa, in onore di Teresa di Lisieux, la patrona delle missioni, e i voti perpetui il 14 maggio 1937, mentre insegnava presso la scuola del convento di Saint Mary, a Entally.

Lo scenario socio-politico del Bengala (la carestia del 1943 e gli scontri fra indù e musulmani), che sprofondò Calcutta nella disperazione e nell’orrore, impressionarono Madre Teresa. Il 10 settembre 1946, su un treno, di ritorno a Darjeeling, Madre Teresa visse ciò che in seguito definì “la chiamata nella chiamata”. Nel 1948, sostituendo il suo tradizionale abito di Loreto con un semplice sari di cotone bianco bordato di blu e adottando la cittadinanza indiana, Madre Teresa si avventurò nei bassifondi di Calcutta e, nel 1950, fondò le Missionarie della Carità. Oggi, sessant’anni dopo, a Calcutta esistono diciannove istituti con cinquemila suore impegnate in più di centotrenta Paesi.

I mezzi di comunicazione di massa indiani si sono accorti di Madre Teresa a partire dagli anni Cinquanta, subito dopo l’inizio della sua opera nella zona degradata di Mothijhil, vicino al suo ex convento di Loreto, a Entally. Lì, era una suora cattolica bianca, occidentale, che mostrava compassione e offriva aiuto ai poveri e agli emarginati. Madre Teresa era il nuovo volto della madre India che sorgeva dall’umiliazione della divisione del Bengala in Bengala occidentale e in Pakistan orientale (l’attuale Bangladesh). Diversamente da alcuni suoi detrattori nati a Calcutta, ora residenti all’estero, che non si sono mai “abbassati” a servire gli orridi bassifondi di Calcutta, Madre Teresa si è mossa lavorando proprio in quelle zone degradate.

Nel 1962 ricevette il Padma Shree (il più elevato riconoscimento civile nazionale) nonché il premio internazionale Magsaysay. Papa Paolo vi le donò l’auto da lui utilizzata durante la sua visita a Bombay nel 1964, che poi lei mise in palio in una riffa. Nel 1979 ricevette il premio Nobel per la pace, nel 1985 la Presidential Medal of Freedom negli Stati Uniti, il più alto riconoscimento civile, per ricordare solo alcune delle sue onorificenze.

Fu l’incontro con il giornalista inglese Malcolm Muggeridge a portare Madre Teresa alla ribalta mondiale. La intervistò per la prima volta nel 1968 per la Bbc e, nel 1969, girò un documentario sulla sua vita a Calcutta. Nel 1971, il film televisivo in due parti ispirò la stesura del libro Something Beautiful for God: Mother Teresa of Calcutta. Alla beata sono stati dedicati ben tre festival cinematografici internazionali: il Mother Teresa Film Festival a Calcutta nel 2003, nel 2007 e nel 2010. Quest’anno, l’evento comprende sedici film e per la prima volta acquista un respiro globale, includendo quindici Paesi asiatici.

Conosco un giovane che, dopo aver svolto opera di volontariato in una casa per moribondi a Kalighat, ispirato dalla filosofia di servizio di Madre Teresa, ha girato il film My Karma, che ha vinto diversi premi internazionali. Non solo, questo giovane indù del Bangladesh ha lasciato il proprio lavoro di funzionario della Marina indiana e ora lavora in un’area degradata della zona musulmana di Narekeldanga a Calcutta, definendo Madre Teresa sua madre e il Mahatma Gandhi suo padre.

Madre Teresa ha fatto tanto, ha insegnato qual è il modo più grande per mostrare l’amore di Dio, ovvero soddisfare le necessità degli altri, una persona alla volta, qui e ora. Non ha offerto una soluzione magica ai problemi e alle ingiustizie del mondo, ma ha mostrato cosa possiamo fare per cambiare la vita di una persona, una alla volta.

Il Nirmal Hriday (casa dei moribondi), il suo primo istituto, fondato nell’area del tempio dedicato alla dea Kalì a Calcutta, è ancora il luogo santo in cui sia i suoi amici sia i suoi nemici provano un timore reverenziale. È il luogo in cui Madre Teresa incontrava i giornalisti che la intervistavano per la prima volta. Dalla sua fondazione vi sono stati trasportati circa cinquantamila uomini, donne e bambini raccolti per le strade. Quelli che sono morti, la metà, lo hanno fatto circondati dall’amore e dalla gentilezza. Quelli che si sono salvati sono stati aiutati dalle suore a trovare un lavoro o sono stati inviati in case nelle quali vivere con gioia. La sua Shishu Bavan (casa per bambini) nonché altri orfanotrofi hanno offerto riparo e speranza a innumerevoli bambini nel mondo. Molti di quei piccoli sono divenuti cittadini attivi e alcuni si sono anche dedicati alla sua missione.

Il lebbrosario che fondò con il denaro del Premio per la pace “Papa Giovanni xxiii”, di cui fu insignita nel 1971, ha permesso ai fuori casta di sentirsi accettati. Quando ricevette il premio Nobel per la pace, nel 1979, convinse il comitato a cancellare il banchetto ufficiale e utilizzò il denaro a esso destinato per comprare pasti per quindicimila poveri. Aprì case per alcolisti, tossicodipendenti, malati di aids, senzatetto e indigenti, anche a Roma. Madre Teresa contribuì alla riabilitazione di detenute con l’aiuto del primo ministro del Bengala occidentale, Jyoti Basu.

È stata lodata da persone, governi, organizzazioni, ma ha anche ricevuto le critiche di molti, contrari all’essenza proselitista della sua opera che includeva una posizione fermissima contro contraccezione e aborto, il credo nella bontà spirituale della povertà e l’amministrazione del sacramento del battesimo ai moribondi. Alcune riviste scientifiche hanno criticato il livello delle cure mediche offerte nei suoi ospedali e hanno sollevato obiezioni sulle modalità con cui venivano utilizzate le donazioni. Gli attacchi degli atei radicali a Madre Teresa sono l’equivalente intellettuale dell’aggressione a una vecchietta, afferma Brendan O’Neill, direttore di “Spiked-online”, secondo il quale i rapinatori aggrediscono in modo vigliacco signore esili e anziane perché in genere sono lente, fragili e incapaci di reagire. Attaccare l’ingobbita suora di Calcutta piena di rughe, accusandola di essere una fanatica stralunata, una matta e una disgustosa sostenitrice della povertà, è l’equivalente ateo dell’aggressione a un’anziana.

Per introdurci nel mondo di Madre Teresa, il già citato Malcolm Muggeridge fa il paragone fra la sua percezione ordinaria e quella della suora. All’inizio del libro Something Beautiful for God, Muggeridge menziona un suo breve soggiorno a Calcutta nel 1930 (come aiuto redattore del giornale “The Statement”), durante il quale rimase disgustato dalle zone degradate e dalle condizioni sociali miserabili. Ricorda che chiedeva alle persone: “Perché le autorità non fanno nulla?” e si allontanava velocemente. Madre Teresa, invece, vedeva quello stesso squallore e restava, armata, come dice il giornalista, solo di “quell’amore cristiano che irradiava”. Muggeridge osserva: “Per quanto riguarda il mio dilungarmi sulle miserevoli condizioni sociali del Bengala, devo dire che dubito che in qualsiasi contabilità divina le mie considerazioni possano valere anche solo la ridicola metà del sorriso che Madre Teresa rivolgeva a un monello di strada che catturava la sua attenzione”. Così Madre Teresa rispondeva alle critiche: “Non ha importanza chi lo dice, bisognerebbe accettarlo con un sorriso e continuare a fare il proprio lavoro”.

Un giornalista inglese (che ora vive negli Stati Uniti), Christopher Hitchens, è stato uno dei testimoni che ha fornito prove contrarie alla beatificazione e al processo di canonizzazione di Madre Teresa. “È stato proprio parlando con lei che ho scoperto che non operava certo per ridurre la povertà”, disse Hitchens al tribunale. E citò Madre Teresa: “Non sono un’operatrice sociale. Non lo faccio per questo motivo. Lo faccio per Cristo. Lo faccio per la Chiesa”. Leggendo questa dichiarazione, partendo dalla fine, si perviene alla ragion d’essere della vita e della missione di Madre Teresa. L’obiezione mossa da Hitchens era giusta. L’ordine delle priorità era: Gesù, la Chiesa e i poveri!

Così come credeva nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, credeva anche nei corpi dei più poveri fra i poveri, toccava il corpo di Cristo. Madre Teresa credeva profondamente nella provvidenza. Non dipendeva dal denaro di nessuno, nemmeno da quello del governo. Riteneva che la dipendenza economica potesse diventare schiavitù economica. Spesso diceva: “Se mai le persone smetteranno di sostenere l’apostolato delle Missionarie della Carità, queste smetteranno semplicemente di esistere”.

La sua spiritualità era una “costante dell’ordine del giorno”, la santificazione della fatica quotidiana. La sveglia alle 4, 40 (nei giorni di festa alle 5, 10) è solo l’inizio di quello stile di vita spartano, con momenti da dedicare alla preghiera, ai pasti, all’opera apostolica. Senza dubbio questa costanza ha prodotto una fecondità straordinaria al servizio degli altri.

Dopo trentacinque anni di servizio ai più poveri fra i poveri, Giovanni Paolo ii disse a Madre Teresa: “Desidero cambiare le vostre Costituzioni. Voglio che le Missionarie della Carità divengano missionarie non solo dei corpi poveri, ma anche delle anime povere”. Ovvero catechesi ed evangelizzazione. Quando Madre Teresa rispose che le sue consorelle non possedevano una formazione di apostolato, il Papa le disse: “Formale!”. Ora, la domenica, ogni suora missionaria della carità che è in grado di farlo insegna catechismo. Nel loro programma Fidei Donum a Tengra (Calcutta), ogni anno cinquanta suore di tutto il mondo seguono un corso di aggiornamento di dieci mesi, che prevede anche un modulo catechetico settimanale.

Madre Teresa era dotata di straordinaria saggezza. Pare che abbia detto al cardinale John Joseph O’Connor, arcivescovo di New York dal 1984 al 2000, quanto apprezzasse il sostegno che egli dava alla sua comunità, aggiungendo: “Tuttavia, voglio accertarmi che le nostre suore abbiano solo i migliori sacerdoti dell’arcidiocesi in veste di cappellani, confessori, consulenti spirituali e direttori dei ritiri”.

Il mantenimento di un’unione costante con Dio era il tratto distintivo del suo spirito di preghiera. Avete mai visto una sua foto in cui non stringe il rosario fra le mani nodose? Sapeva che non c’era altro modo per conoscere la volontà di Dio, in ogni momento della giornata, se non chiedergli la grazia di venire a conoscenza della sua divina volontà e poi farla con tutto il cuore. L’aspetto che colpisce maggiormente della spiritualità di Madre Teresa di Calcutta è che non ha mai fatto nulla di più di ciò che pretendeva da qualsiasi suora missionaria della carità: la spiritualità dei voti di castità, povertà e obbedienza, e il quarto voto, ovvero offrire “un servizio totale e libero ai più poveri fra i poveri”.

Madre Teresa è morta a Calcutta il 5 settembre 1997 e Papa Giovanni Paolo ii l’ha proclamata beata il 19 ottobre 2003. Che la si ami o la si odi, Madre Teresa ha lasciato un segno indelebile nella mente della gente comune di Calcutta. Centinaia di persone, indipendentemente dalla casta o dal credo, visitano la sua tomba ogni giorno nella speranza di un darshan, di una “visione”, prima di impegnarsi nella fatica quotidiana.