L’organizzazione sacerdotale del mondo classico e la novità del diaconato cristiano • Pubblichiamo quasi integralmente la relazione che ha concluso il XXXVIII Incontro di studiosi dell’antichità cristiana all’Augustinianum.
di Giulia Piccaluga, Università di Roma La Sapienza
Tratto da L’Osservatore Romano del 2 giugno 2009

Una volta che la civiltà superiore arcaica si venne diffondendo, dalla Mezzaluna fertile, sia in Medio Oriente che in ambiente mediterraneo portando con sé, consequenzialmente, la forma religiosa politeistica e, quindi, la costruzione di grandi complessi templari nei quali le divinità, concepite come antropomorfe, potessero avere un’abitazione, si rese ovviamente necessaria, per la conduzione di questi edifici, la formazione di organizzazioni sacerdotali quanto mai articolate in tutta una serie di compiti e incombenze di vario genere, comunque polarizzatisi attorno all’esigenza di servire in modo adeguato i componenti del pantheon.

Questo, a seconda dei casi, sia rappresentandoli in terra col riprodurne, nel comportamento e/o nell’abbigliamento le caratteristiche di base, sia attendendo alle loro minute esigenze giornaliere, sia occupandosi concretamente degli infiniti problemi legati al funzionamento materiale di questi complessi templari: si pensi al riguardo, tanto per fare qualche esempio più che noto a tutti, al Flamen Dialis e alla sua consorte, che, nell’ambito della religione romana, dovevano impersonare in ogni istante della loro esistenza la coppia divina Iuppiter e Iuno ottemperando a tutta una serie di obblighi sovente assai pesanti e decisamente condizionanti, sì da richiedere, per entrambi, l’assistenza di uno speciale personale subalterno che li coadiuvasse nell’espletamento dei loro compiti; oppure alla necessità di provvedere, nella religione sumera, a vestire, ornare, nutrire, intrattenere con canti ed esecuzioni musicali nei vari momenti della giornata, le diverse divinità del pantheon, il che esige, ovviamente, l’impiego di un gran numero di operatori sacri, opportunamente addestrati a svolgere questi compiti ciascuno nell’ambito della propria specializzazione. Pur originatasi dalla competenza della forma politeistica delle religioni, l’esistenza di organizzazioni sacerdotali complesse e articolate in tutta una varietà di incombenze può talvolta svincolarsi da tale struttura sacrale, restando tuttavia legata alle esigenze dell’edificio templare, anche se questo, all’occorrenza, si trova ad ospitare, invece di un intero pantheon, un dio unico.

È, questo, il caso dell’organizzazione sacerdotale del tempio di Gerusalemme, che vede, pur al servizio del solo Jahvè, oltre a un vero e proprio complesso sacerdotale agli ordini del sommo sacerdote discendente da Aronne che, per inciso, viene a frapporsi in quello che originariamente era il contatto diretto tra Dio e il suo popolo, mediato, tutt’al più, dal profeta di turno, ma anche tutto l’insieme dei leviti che, tradizionalmente adibiti, nel tempo del deserto, alla custodia e alla gestione dell’arca santa, una volta che gli ebrei si saranno stanziati nella terra promessa e avranno costruito una “casa” per il loro unico dio, saranno di norma destinata far fronte alle molteplici esigenze del santuario.

Il cristianesimo nascente, in aperta polemica col tempio e con la gerarchia templare di Gerusalemme, sembra fare a meno, agli inizi, di una organizzazione di tipo sacerdotale, non disponendo ancora di specifici edifici di culto, e proponendosi, come è noto, gli apostoli, il compito precipuo di dedicarsi alla preghiera e al ministero della Parola (Atti, 6, 4) che va diffusa tra le genti. Ma, proprio per lasciarli liberi di adempiere a tale dovere, si presenterà ben presto anche per questa nuova fede, l’esigenza di procedere all’istituzione di ciò che si prospetta quale primo passo verso l’impianto di una vera e propria gerarchia religiosa, anche se non più di tipo templare: il diaconato.

Riflettere sulla sua istituzione, forse più che al cristianista, pone non pochi problemi a chi lavora, invece, nel campo delle religioni del mondo classico, ambito, questo, in cui, appunto in quel preciso momento storico il cristianesimo ai suoi albori sta per diffondersi. Lo storico delle religioni, infatti, per quanto tentato di inquadrare automaticamente il diaconato sullo sfondo del sacerdozio minore che si riscontra a più livelli sia nel politeismo greco che in quello romano, non è affatto disposto ad accontentarsi di quella che, almeno da un punto di vista meramente tipologico, sarebbe una valutazione tendente a vedere sbrigativamente, nel diaconato, una specie di operatore sacro in sott’ordine rispetto al sacerdozio vero e proprio.

Se, infatti, il motivo che ne determina l’istituzione sembra destinarlo ad un compito assai modesto, quello di servire a mensa le vedove, fermamente respinto dagli apostoli che non trovano conveniente per loro trascurare la parola di Dio per attendere a questa incombenza (Atti, 6, 1-4 sg.), perché allora il diaconato richiede, già in fieri, per la consacrazione dei suoi ministri, addirittura l’imposizione delle mani preceduta dalla preghiera da parte dei dodici (Atti, 6, 6) ed esige preventivamente, da costoro, la presenza di alti requisiti morali e comportamentali non troppo dissimili da quelli richiesti ai vescovi (1 Timoteo, 3, 2-13) e, soprattutto, la sapienza e la pienezza di Spirito (Atti, 6, 3)? In quella specie di carta di fondazione delle varie componenti della comunità cristiana, attribuita addirittura a Paolo, che è la prima Lettera a Timoteo, infatti, le norme comportamentali destinate a circoscrivere il modo di essere dei diaconi, venendo dopo le disposizioni relative a quanto andrà richiesto ai maschi, alle donne, e quindi ai vescovi, costituiscono il culmine di un crescendo continuo teso a sottolineare un’importanza massima degli appartenenti a quest’ordine che mal si concilia con quanto dovrebbe essere richiesto a dei subalterni: “devono essere dignitosi, non doppi nel parlare, non propensi a troppo vino, non avidi di illeciti guadagni” (ibidem, 3, 8), devono custodire “il mistero della fede in una coscienza pura”; devono essere “prima provati, e poi svolgano il loro servizio se sono irreprensibili” (ibidem, 3, 9). Se sono donne “siano dignitose, non maldicenti, sobrie, fedeli in ogni cosa” (ibidem, 3, 11). Se maschi “siano mariti di una sola moglie, e governino bene i loro figli e le loro famiglie perché quelli che hanno svolto bene il loro compito di diaconi si acquistano un grado onorabile in una grande franchezza nella fede che è in Gesù Cristo (ibidem, 3, 12 e seguenti)

L’ovvia riflessione che, evidentemente, nell’epistola si prospettino già i requisiti per quello che, successivamente ai primi tempi, diventerà il ruolo sociale ed economico del diacono ormai preposto all’amministrazione dei beni della Chiesa, sembra, d’altra parte, perlomeno riduttiva di fronte all’enormità di un ulteriore constatazione, destinata, forse più di ogni altra, a suscitare perplessità infinite: perché mai, in rapporto ad un ruolo di tipo subalterno quale, programmaticamente, parrebbe dover essere quello in causa, la componente mitopoietica della tradizione cristiana si mette subito in moto, sublimandone ulteriormente l’importanza col destinarne alcuni dei rappresentanti al martirio? Questo spetta già al protodiacono Stefano (Atti, 7, 57-60) e a Lorenzo. Ma questo martirio, si badi bene è ancora più significativo al fine di mettere a fuoco il peso dell’istituzione in causa, perché, non è solo, semplicemente, quello in cui poteva incorrere chiunque facesse professione di fede, bensì, da come ce la presentano i testi relativi, la sua narrazione risulta impostata in modo da renderlo funzionale al ben più ampio ruolo sacrale svolto dai suoi ministri. Stefano, il primo ad essere scelto per servire a mensa le vedove, non parrebbe dedicarsi più di tanto a questa incombenza, ma fa ben altro e ben di più: “compiva grandi prodigi e segni tra il popolo” (Atti, 6, 8) parlando “con sapienza e Spirito” (6, 10); inoltre, accusato presso il sommo sacerdote di preannunciare la distruzione del tempio di Gerusalemme (ibidem, 6, 14) – del quale, si ricordi, Cristo aveva detto che non ne sarebbe rimasta pietra su pietra – è in grado di ripercorrere in sintesi la storia sacra di Israele in modo da demolire verbalmente il santuario dimostrandone l’inutilità se considerato quale dimora per un Essere; che ha invece a disposizione l’intero universo (ibidem, 7, 28), sì che la conseguente lapidazione da parte degli astanti si rivela quanto mai in carattere con la specificità dell’accusa mossagli. Dal canto suo Lorenzo, che è addirittura preposto ad amministrare a pro’ dei poveri le finanze della Chiesa di Roma, finisce arrostito sulla graticola come una spigola, pesce notoriamente avido, appunto perché accusato dal persecutore pagano – avido di impadronirsi dei tesori da lui gestiti – di “avidità” nel catturare anime da convertire.

A questo punto si impone da sé, proprio al fine di verificare la specificità di questo particolare operatore sacro che è il diacono, un confronto con il personale sacrale subalterno delle religioni del mondo classico, la cui esistenza è più che documentata sia in Grecia che a Roma, ma i cui compiti particolari sovente sfuggono dato il silenzio delle fonti, spesso frammentarie. Se, tanto per fare qualche esempio più che noto, si sa che ad Atene le arrephoroi avevano il compito di tessere – raffigurandovi obbligatoriamente la Gigantomachia – il peplo da offrirsi ad Athena nei grandi Panathenaia, “raccontando” così, al telaio, con periodicità quadriennale, quella vicenda sacra alla quale la dea aveva preso parte svolgendovi un ruolo decisivo ai fini della fondazione dell’ordine cosmico, che viene, così, ad essere di volta in volta ristabilito, che cosa avranno mai fatto di specifico, a Roma, quelle Saliae virgines che affiancavano i Pontifices allorché questi facevano l’offerta nella regia? se ai mastigophoroi era affidata la custodia dell’ordine pubblico nel corso delle rappresentazioni teatrali che avevano luogo ad Atene nelle feste di Dionysos, quale sarà stata la funzione liturgica dei pueri che affiancavano i Fratres Arvales nei loro rituali? Pur nell’incertezza, tuttavia, possibile constatare come la situazione di questi operatori sacri di rango subalterno delle religioni del mondo classico si discosti nettamente da quella dei diaconi. A loro, infatti, non sembrano richiesti, come a questi ultimi, alti requisiti morali o una specifica attitudine alla sapienza, ma, a quanto risulta, solo particolari qualità fisiche – l’essere privi di difetti, l’avere entrambi i genitori viventi onde non essere funestati dal lutto – o determinate condizioni sociali – l’appartenenza a famiglie illustri, talvolta la condizione di libero. I loro compiti specifici poi, se documentati, sembrano costantemente ed esclusivamente rivolti all’esigenze del sacerdote di cui sono al servizio, o ai bisogni del santuario cui sono legati: gli scribi affiancano i Pontefici e gli Arvales nella stesura dei loro atti; i camilli e le camillae sono al servizio dei Flamines e delle loro mogli; il Flaminius aiutava il Flamen di Iuppiter nella celebrazione dei sacrifici, così come pueri e puellae accompagnavano le Vestali sul Campidoglio, e le virgines ingenuae erano tenute a confezionare il velo della Flaminica Dialis; e via dicendo. Non risulta nessuna loro attività, di alcun genere, nei confronti della massa, che, d’altra parte, in queste religioni non appare sempre coinvolta nella celebrazione delle pratiche sacrali, di norma affidate ai sacerdoti pubblici che rappresentano lo stato e che sovente le compiono in luoghi riservati e alla presenza di pochi, mentre una grande affluenza di pubblico la si ha solo in certe occasioni festive, quali, ad esempio, le rappresentazioni teatrali, i giochi del circo, i rituali a carattere di capodanno, le cerimonie di purificazione della città. Né, tantomeno, risulta che questo personale subalterno sia mai impiegato in compiti di tipo caritatevole, dal momento che, notoriamente, l’amore verso il prossimo non fa parte delle caratteristiche di queste religioni, i cui dèi non devono essere necessariamente benevoli, né, tantomeno, richiedono, come farà il Dio cristiano, che ci si ami l’un l’altro. La solidarietà nei confronti della massa è, casomai, specie in occasione di crisi, atto sovrano delle autorità, in specie di quella imperiale, nel quale nessuno dovrà interferire, ed è di solito determinata dall’esigenza di venire incontro alla parte valida della popolazione, in primis all’esercito e quindi a quei gruppi su cui è basato l’equilibrio sociale, o comunque a quanti conviene tenersi buoni per ogni evenienza, mentre non va sprecata per le fasce deboli – vecchi, malati, emarginati di vario genere – in quanto considerati a tutti gli effetti pesi morti di cui liberarsi al più presto. L’amore per il prossimo sofferente, e, consequenzialmente, l’obbligo morale di recargli soccorso, fa parte di quella “follia” di cui venivano tacciati i cristiani, i quali, in attesa di una fine dei tempi ritenuta ormai prossima, erano portatori di valori assolutamente ribaltati rispetto a quelli, tradizionali, delle culture classiche, e tali da spingerli addirittura al sacrificio di sé pur di non rinnegarli. Come fanno, appunto, Stefano e Lorenzo.