Rivelazioni di una ricerca effettuata in Danimarca

di Carmen Elena Villa

COPENHAGEN, giovedì, 4 marzo 2010 (ZENIT.org).- Uno studio effettuato nell’Ospedale dell’Università di Aarhus (Danimarca) ha rivelato che i feti frutto di tecniche di riproduzione assistita hanno un rischio quattro volte superiore di nascere morti rispetto a quelli concepiti in modo naturale.

I risultati dello studio sono stati pubblicati di recente sulla rivista della Società Europea di Riproduzione ed Embriologia Humana Human Reproduction.

La ricerca ha analizzato più di 20.000 gravidanze, constatando che su ogni mille donne che concepiscono in modo assistito, con metodi come la fecondazione in vitro (FIV) e l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI), 16,2 danno alla luce un bambino morto, mentre nello stesso numero di donne che non utilizzano questi metodi il rischio scende a 3,7.

Nonostante questi risultati, la direttrice della ricerca, Kirsten Wisborg, ha affermato che chi si sottopone a queste cure “non deve preoccuparsi”, perché “ciò non indica necessariamente che l’aumento del rischio di morte fetale sia spiegato dall’infertilità, potendo essere provocato da altri fattori come la tecnologia con cui si applicano la FIV o la ICSI o alcune differenze fisiologiche nelle coppie che si sottopongono a tali trattamenti”.

ZENIT ha consultato il ginecologo spagnolo Esteban Rodríguez Martín, membro della piattaforma Ginecologi per il Diritto di Vivere (DAV), per il quale la fecondazione assistita “presuppone un alto costo di vite umane”.

“Questo innovativo lavoro di ricerca dimostra che l’inefficienza (dei metodi di riproduzione assistita) non solo aumenta la morte degli embrioni nei tubi di prova e nei congelatori, ma anche quella dei bambini a termine”, ha dichiarato.

Rodríguez ha anche segnalato l’importanza del fatto che “le coppie siano informate dei rischi che rappresentano per i loro figli le tecniche di trasferimento e produzione artificiale di embrioni”.

I dati

La ricerca ha analizzato 20.166 donne in gravidanza, l’82% delle quali aveva concepito in modo naturale e il 10% un anno dopo il primo tentativo. Tra le altre, il 4% aveva concepito con un trattamento di FIV e ICSI e il 4% con altre forme di cura.

In questo campione, tutte le donne erano incinte per la prima volta e aspettavano un unico figlio. E’ stato predisposto un registro di storia ostetrica di ogni donna, analizzando fattori come il tempo necessario per rimanere incinta, le cure utilizzate e l’età.

Si è tenuto conto anche di abitudini come il tabagismo, il consumo di alcool e caffè durante la gravidanza, lo stato civile, il livello di educazione e lo stato psicologico.

Lo studio ha concluso che le donne che hanno dimostrato meno rischi di avere un bambino morto alla nascita erano quelle che avevano concepito in modo naturale, senza alcun tipo di cura. Tra quelle che hanno concepito in modo spontaneo in un lasso di tempo di 12 mesi, il rischio è stato di 3,7 ogni mille, e tra quelle che hanno impiegato più di un anno per concepire di 5,4 per 1.000.

Per Esteban Rodríguez, la fecondazione assistita sta “portando alla mercantilizzazione della vita umana”.

“L’industria della produzione embrionale, facendo leva su un sentimentalismo superficiale e sulla sofferenza per non poter avere figli di migliaia di coppie in tutto il mondo sviluppato, ostinato a ritardare e a pianificare artificialmente la maternità, rende gli embrioni delle cose riservando loro un trattamento indegno dell’essere umano”, ha denunciato.

“Congelamenti, sperimentazioni, selezioni eugenetiche, anche trasferimenti a coppie di donne unite da vincoli affettivo-sessuali sono alcuni esempi di questa mercantilizzazione e ‘cosificazione’ di questo affare lucrativo che è diventato la cura dell’infertilità”, ha concluso il ginecologo.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]