La denuncia di Don Sciortino prete-direttore: l’Italia ultima in Europa per il sostegno ai figli

«I francesi terranno aperti gli asili nido 11 mesi all’anno, nel nostro Sud è coperto appena il 6 % del fabbisogno»

Un’immagine di Virgilio toglie il sonno al direttore di «Famiglia Cristiana»: «Enea che fugge da Troia in fiamme porta l’anziano padre Anchise sulle spalle e tiene per mano il giovane figlio Ascanio. L’Enea del futuro, invece, avrà sulle spalle il peso di quattro vecchi genitori e non avrà accanto nessun figlio che gli assicurerà, un giorno, di portarlo in salvo». Per questo don Antonio Sciortino, spiegando come i francesi (che «non ci stanno a finire al tappeto») abbiano «deciso di tenere aperti gli asili nido 11 mesi all’anno per 11 ore al giorno» mentre da noi il Sud ha «un indice di copertura del fabbisogno di asili nido di appena il 6%» accusa chi è stato al potere in questi anni: «Assistiamo, impotenti, al fallimento. Sulla famiglia tutti i governi, di destra, di sinistra e di centro, finora hanno sempre fallito. Non hanno mai capito che è l’unico vero ammortizzatore sociale. Aiutarla serve innanzitutto allo stesso Paese».

Il libro «La famiglia cristiana», in vendita da questa mattina, infilza gli uomini del Palazzo fin dal sottotitolo: «Una risorsa ignorata dalla politica». Chi si aspettasse una nuova puntata della schermaglia che vede battagliare il prete-giornalista (che non a caso si firma «don», per sottolineare l’appartenenza alla Chiesa) con certi provvedimenti della destra come sull’immigrazione, avrà materia da riflettere. Perché, certo, non mancano le critiche, talora pesanti, al governo e al padrone della stessa Mondadori («nessun imbarazzo: sono venuti a cercarmi loro e ho scritto in piena libertà») che pubblica il saggio, cioè Berlusconi. E c’è da scommettere che qualcuno tornerà a dipingere il direttore del settimanale coi toni usati da uomini come l’azzurro Maurizio Lupi («Famiglia Cristiana sembra sempre ormai allineata sulle posizioni del manifesto») o il leghista Matteo Salvini, il quale arrivò a dire che «Se fosse per lui Famiglia Cristiana si chiamerebbe Famiglia musulmana». Ma sarebbe assai riduttivo.

Non solo don Sciortino se la prende anche con la sinistra, appaiando per esempio a Tremonti il suo predecessore Padoa Schioppa («quando nelle pieghe di bilancio si scova qualche “tesoretto”, la priorità va sempre al debito pubblico. Alle famiglie solo poche briciole. I “tesoretti” vengono dispersi in mille rivoli, per ingraziarsi tutti») ma su tanti punti torna a ribadire cose che a sinistra non piaceranno affatto. Come l’opportunità di rivedere le norme sull’aborto («nessuna legge è tabù, intangibile, tanto meno il mito della 194») o il giudizio sui Pacs, i Dico e anche i Di.do.re. proposti da Brunetta e Rotondi: «In cima alle preoccupazioni dei pubblici poteri coscienti delle loro responsabilità non possono che esserci le famiglie “normali”, quelle “vere” fondate sul matrimonio». Tutte cose che probabilmente tireranno addosso al direttore della rivista (buon segno, direbbe Indro Montanelli) i mugugni dei faziosi dell’una e dell’altra sponda. Al di là delle polemiche spicciole che solleverà, però, «La famiglia cristiana» è soprattutto un reportage accorato attraverso le macerie della famiglia. Un grido di dolore lanciato contro tutti quelli che non vogliono vedere quella miriade di cifre, episodi, annotazioni e dettagli che segnalano una crisi così profonda da togliere il sonno a tutti. Cattolici e laici, parroci e mangiapreti. «In Italia l’irrilevanza della spesa sociale si nota subito se consideriamo il tasso di povertà dopo l’intervento pubblico», scrive don Sciortino, «In media in Europa si riduce di 10 punti, in Norvegia scende di 19 punti, in Svezia di 17, in Germania di 14 punti, in Francia di 12 e in Olanda di 11.

In Italia abbatte di soli 4 punti la quantità di popolazione povera. Segno che la nostra spesa sociale è inefficiente e inefficace, oltre a non essere alta. Rimane sotto la media europea sia in termini di percentuale sul pil, sia in termini di spesa pro capite». Perché dunque si riempiono la bocca con la parola famiglia? «L’Italia sembra volere fargliela pagare cara a quei genitori che fanno più figli. Oltre a punire questi loro ragazzi che, nella vita, nel lavoro e nella società, avranno meno opportunità dei loro coetanei figli unici. Trenta famiglie su 100 con 3 figli sono povere (al Sud l’incidenza sfiora il 49%). È facile l’equazione: più figli si fanno, più poveri si diventa. Esattamente l’opposto di quanto avviene in Norvegia, dove avere più bambini corrisponde a un tasso di povertà più basso». «Se si analizzano i trasferimenti monetari e le misure fiscali a favore delle famiglie», insiste l’autore, «l’Italia si piazza al quartultimo posto tra i Paesi dell’Ocse. Molto indietro rispetto a Germania, Francia e Regno Unito. Se entriamo nel dettaglio, i Paesi scandinavi dedicano lo 0,6% del pil solo ai congedi parentali, percentuale che in Italia è talmente bassa da essere irrilevante… ».

Di più: «La Francia in pochi anni è tornata a superare i 2 figli per donna, grazie a una tenace e consistente politica di sostegno. Che è sopravvissuta ai ripetuti cambi di maggioranza». Da noi no: «vige la regola della “tela di Penelope”: ogni maggioranza impegna le migliori energie solo per disfare quello che è stato fatto dal governo precedente». Risultato: «La Francia destina alla famiglia il 2,5% del suo pil, l’Italia si ferma a poco più dell’1%: una politica stitica e suicida verso la famiglia». Non solo «siamo la maglia nera» in Europa, in fondo alle classifiche, ma mentre «la Francia ha scelto la famiglia, e non l’individuo, come unità di misura per l’imposizione delle tasse (…) il bonus fiscale di Tremonti e Sacconi finisce, per l’82%, nella tasche dei single (unica categoria protetta del Paese) e di coppie senza figli». Una scelta, «che va contro la famiglia». La quale avrebbe invece bisogno, subito, di «una legge organica che la metta al centro di ogni processo, come forza di coesione sociale». Ma «questa Italia», si chiede, «è ancora cristiana, quando indebolisce e svaluta la famiglia?». Domanda scomoda. Molto scomoda…

Gian Antonio Stella da il Corriere della Sera