di Domenico Bonvegna

Continuano le prove degli esami di maturità. L’altra mattina, ascoltando una trasmissione alla radio, sentivo dire che gli studenti venivano esortati, quasi  implorati, a non copiare, perché poi i risultati per la loro carriera sarebbero stati disastrosi. Certo copiando, commentava la conduttrice, gli studenti avrebbero ottenuto la maturità e quindi il fatidico pezzo di carta, ma senza alcun merito; così, da questo esito facile, lei profetizzava un futuro di ingegneri, di dottori, di professori somari. Cosa è successo? Sembra che, per la prova di Latino, un minuto dopo aver aperto la busta,  la traduzione del brano di Seneca, fosse già su internet a disposizione dei maturandi!

Forse la conduttrice della radio non lo sa ma non c’è bisogno di aspettare l’ultima incombenza della scuola secondaria per sapere che gli studenti italiani non studiano. Basta frequentare un po’ le scuole superiori, per accorgersi che molti studenti collezionano solo debiti; tra l’altro, spesso diluiti nei cinque anni di scuola; questi studenti,  soprattutto quelli provenienti dalle famiglie agiate, frequentano una specie di scuola sommersa dove  vengono fatti studiare da altri, lo scrive Paola Mastrocola, nel suo ultimo testo, Togliamo il disturbo: “qui c’è qualcuno – scrive la professoressa di Torino- che gentilmente (a pagamento) mi inserisce un piccolo imbuto in gola o nell’orecchio, fa lo stesso, e di lì fa scivolare con delicatezza tutte quelle cosucce che io mi sono ben guardato dall’ingerire al mattino a scuola”.

Da qualche giorno ho finito di leggere il saggio di Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò, la fabbrica degli ignoranti, col sottotitolo significativo: la disfatta della scuola italiana, pubblicato da Rizzoli nel 2008. Si tratta di un’inchiesta sui mali della scuola dove Floris, non risparmia nessuno, dall’asilo di Napoli che non apre perché mancano i bidelli, fino all’istituto friulano che ogni anno cambia l’intero corpo docente (precario). “Un libro di denuncia e insieme un atto d’amore verso una scuola di nobile tradizione, piombata in un Medioevo (da Floris non possiamo aspettarci che usi un altro termine, ormai tutti sanno che il Medioevo è stata un’epoca  di grande civiltà) di strutture fatiscenti e insegnanti girovaghi come braccianti”. Sarebbe ora che si ritorni a studiare veramente.

Qualche mese fa ho presentato ai miei lettori sul web, in ben otto puntate l’ottimo libro della Mastrocola, il saggio di Floris per certi versi ribadisce l’analisi di Togliamo il disturbo.

Anche il noto conduttore televisivo è convinto che la nostra scuola sforna asini, lo scrive proprio all’inizio del suo libro, riportando alcuni esempi emblematici, citando le immancabili Iene, che fanno domande culturali a bruciapelo a parlamentari che non sanno rispondere neanche a domande banali. Del resto sono i politici che ci meritiamo: il Parlamento è come il Paese. C’è un analfabetismo di ritorno; un magistrato racconta che ci sono testimoni che non sono in grado di leggere la formula di rito. Ma non ci sono solo i politici nella fabbrica dell’ignoranza, anche altre professioni e così Floris racconta, avvertendoci di allacciare le cinture di sicurezza per non cader storditi di fronte agli strafalcioni. Un’occhiata ai magistrati, ai loro concorsi, alla fine, Floris commenta che “non siamo davanti al mero decadimento della nostra classe dirigente, ma all’espressione più ampia di uno scadimento generale dei nostri standard educativi. E’ solo uno dei tanti segnali da cui possiamo scoprire di essere diventati un Paese di ignoranti. E l’ignoranza ha un prezzo molto alto per un Paese che si ostina a immaginarsi moderno, competitivo, vincente”. Per gli esami all’albo degli avvocati a Napoli, dove partecipano solo candidati già laureati in Giurisprudenza, il presidente evidenzia una serie di errori di ortografia tanto che la metà dei partecipanti dovrebbe essere bocciata, mentre dell’altra metà che ha superato l’esame se ne salva appena il 10 per cento. Molti di loro avevano difficoltà anche nella corretta divisione delle parole in sillabe. “Conoscere l’italiano, o almeno le sue basi, è la prima cosa per poter svolgere alcuni mestieri. Un errore può capitare a tutti – afferma Giovanna De Minico, prof di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli – anche per una banale distrazione, ma quando questo è ripetuto più volte vuol dire che si ignora la propria lingua”.

Per capire questo problema occorre risalire al corso di studi che questi avvocati, o aspiranti tali, hanno frequentato per la loro preparazione. Molti di questi esaminati non hanno fatto bene le scuole di base e soprattutto l’università. Il libro di Floris affronta anche la questione della formazione degli insegnanti,“è una questione antica, il sistema formativo italiano va rivisto, ma fino ad oggi la politica non ha avuto né la forza né la voglia di farlo”, lo sostiene Tullio De Mauro.

Il libro analizza gli strafalcioni del ministero dell’istruzione, del resto, ognuno ha la sua Waterloo. In internet gli studenti mettono in rete gli errori dei prof, se ne possono trovare tanti. Anche Floris lamenta la scarsa voglia di leggere degli italiani, quasi 1 italiano su 2 non legge neanche il giornale. E’ noto che gli italiani spendono sempre meno per la cultura. Lo faceva notare anche Ferdinando Camon in bel editoriale su Avvenire dell’anno scorso , provocatoriamente scriveva: “Se non leggi non vivi”.

Chi sono gli insegnanti? Si chiede Floris a pagina 61: “Dal punto di vista statistico ne escono malissimo: sono tantissimi, presi tutti insieme costano parecchio, mentre ognuno di loro guadagna davvero poco”. Mentre se guardiamo il singolo insegnante, possiamo concludere, che loro ci hanno reso in gran parte quello che siamo, aiutandoci,danneggiandoci, insegnandoci a pensare, a parlare, a comunicare. La funzione del docente è unica: Il maestro, il professore, hanno in mano le sorti degli individui, e quindi quelle del mondo intero. Certo valutare la categoria non è bello, ma è pur vero che qualcuno deve farlo. Nella scuola non esiste alcun modo di misurare il merito degli insegnanti.

Il libro tocca lo spinoso argomento delle graduatorie che si intrecciano tra loro in un vorticoso ginepraio, i corsi di aggiornamento fasulli. E poi il precariato, insegnanti che rimangono precari fino alla pensione. Il Sud è pieno di insegnanti che non servono proprio al Sud ma al Nord, dove però non conviene trasferirsi, perché i conti poi non tornano.

La categoria degli insegnanti non è rispettata: alunni che non studiano e pretendono, genitori che contestano i voti dei loro figli, e che si permettono di fare qualsiasi critica; a proposito quando vado dal medico gli contesto il mestiere? Un tempo l’insegnante aveva un ruolo speciale, era quello che formava la nuova generazione, oggi vale zero perché la sua retribuzione è scarsa, tra l’altro, molti pensano che la scelta di insegnare sia un ripiego, perché non è riuscito a trovare una professione più redditizia. Continuiamo il discorso alla prossima puntata.