Per la verità nel libro di Giovanni Floris affiora una certa critica magari velata ai vari pedagoghi progressisti, sono i più temibili, e teorizzano ritualità estremamente complesse e rigorose, scrive l’autore. E a questo proposito cita le idee del professore tedesco Bernhard Bueb, che contesta la pedagogia post sessantottina. Bueb, ha diretto per trent’anni un prestigioso collegio tedesco, autore di un ottimo pamphlet, Elogio della disciplina, edito da Rizzoli, il professore tedesco sostiene che: “i bambini non possono crescere se i genitori non riscoprono l’autorità e la severità”. L’autorità oggi è necessaria e genera sicurezza: “è la mancanza di punti fermi, piuttosto, a rendere gli adolescenti di oggi disorientati e insicuri – per Bueb – solo così (cioè con l’autorità) i nostri figli sapranno conoscere se stessi e il mondo, vivere con pienezza le loro esistenze ed essere felici”.

Sembra che anche il conduttore di Ballarò critichi, un poco la cultura del sessantotto. Infatti, tra le proposte che Floris azzarda alla fine del libro, c’è quella del voto in condotta, che non è sinonimo di cieca ubbidienza, ma auspica che la disciplina, diventi un metodo di condivisione, di partecipazione a un progetto, di rispetto dei compagni, e di adesione a una regola di cui si intuisce la validità.

La fabbrica degli ignoranti è un testo molto critico sulla nostra scuola, perché premia i figli dei ricchi che spesso non hanno voglia di studiare e penalizza i figli dei poveri che magari hanno più voglia. E’ un concetto simile che troviamo in Togliamo il disturbo, l’ultimo libro della Mastrocola, quando fa riferimento al donmilanismo. La nostra scuola per esempio è fatta per non elevare culturalmente e di questo ne soffrono soprattutto le classi più svantaggiate, socialmente deboli, che così rimangono tali. A questo punto, sia per Floris che per la Mastrocola, frequentare una scuola così fatta sembra inutile, perché difficilmente riesce a modificare il destino dell’alunno, di conseguenza, una famiglia povera non può permettersi di far frequentare le migliori università ai propri figli, è costretta ad arrangiarsi con l’università più vicina a casa.

Il libro di Floris ora affronta l’annosa questione della libertà di scelta delle scuole, ogni genitore dovrebbe essere libero di scegliere la scuola per il proprio figlio,  sia essa pubblica che privata, che poi in realtà è anche pubblica, e qui a proposito cita il mio amico filosofo Giacomo Samek Lodovici che affronta il tema della Verità nella scuola. Il libro di Floris, pone alcune domande interessanti sui valori che si insegnano a scuola. Si interroga se sia giusto mandare il proprio figlio alla scuola cattolica, ebrea o musulmana e ancora, se papà e mamma sono di sinistra o di destra, hanno diritto a una scuola di sinistra e viceversa? Infine il libro tocca appena la questione dei libri di testo “faziosi” e nomina il famigerato Camera-Fabietti, Elementi di Storia, che racconta i fatti storici da posizioni vetero-comuniste.  Purtroppo la questione dei testi faziosi nella scuola, rimane ancora irrisolta, perché nessuno osa risolverla una volta per tutte, neanche i governi di “destra”.

In conclusione, il libro si occupa delle università italiane, e dei vari baronati, tutte cose già scritte e risapute. Floris elenca Università e Facoltà fasulle, che nascono come i funghi: Scienze e tecnologie del fitness, scienze per la pace, per l’igiene e il benessere del cane e del gatto, e via di questo passo. Dove troviamo gli stessi cognomi dei professori universitari, il figlio del rettore, il nipote, la moglie etc.

A cosa serve l’università? si chiede Floris. Sicuramente non serve a formare la nostra classe dirigente come invece avviene in altri Paesi come l’Inghilterra, Stati Uniti. I nostri pochi laureati, soffrono di illetteratismo, cioè incapacità brutale di compitare l’abicì, di decifrare una singola parola. Generalmente dopo aver completato l’intero ciclo degli studi non sanno parlare né scrivere e spesso non capiscono quello che leggono. Inoltre risulta che tra i laureati i libri che tengono nella propria biblioteca solitamente sono quelli del corso di laurea.“Il testo scritto è diventato ormai l’incubo di ogni laureando. Si è persa l’abitudine a leggere, quando un professore assegna più di 150-180 pagine -spiega il professore Franco Frabboni, preside della facoltà di Scienze della formazione di Bologna – davanti al mio ufficio c’è la fila di studenti che protestano”.

di Domenico Bonvegna

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