di Ettore Gotti Tedeschi*

ROMA, giovedì, 3 maggio 2010 (ZENIT.org).- Nelle decine di dibattiti a cui ho partecipato sull’attuale crisi economica negli ultimi due anni raramente ho sentito affrontare il problema delle sue origini e della sua realtà storica. Per cui cercherò di ragionare su questi temi in un modo che non è usuale.

L’origine di questa crisi economica non risiede nell’uso sbagliato di strumenti finanziari da parte di banchieri o politici o finanzieri. Questa crisi trova origine nel fatto che abbiamo negato la vita, non abbiamo fatto figli, o oltre a non farli, li abbiamo anche uccisi e quindi abbiamo ridotto la crescita della popolazione al di sotto dei ritmi naturali, penalizzando gravemente la crescita economica, lo sviluppo, il benessere.

Per quale ragione queste cose non si dicono? Non si dicono perché sono considerate di carattere morale. E tutto ciò che è di carattere morale non viene considerato perché apparentemente non scientifico.

Come afferma anche Papa Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, l’origine di questa crisi è di carattere morale: si è negata la vita.

Nel primo capitolo dell’enciclica il Papa richiama le due encicliche di Paolo VI, Popolorum Progressio (1967) e Humanae Vitae (1968). Paolo VI suggeriva che una logica di sviluppo economico non potesse prescindere dal valore dell’uomo e quindi dal valore della vita e che lo sviluppo dovesse essere integrale per l’uomo e non soltanto materiale.

Infatti nella Caritas in Veritate, Benedetto XVI espone con una razionalità estrema il fatto che la conseguenza del non rispetto della vita e di uno sviluppo integrale dell’uomo ha generato una forma di nichilismo e un allontanamento della cultura contemporanea da ogni forma di verità o di principio di riferimento. Tale riduzionismo ha influenzato l’economia, la finanza, la politica, al punto da  conseguire una forma di autonomia morale che è diventata nemica dell’uomo.

Circa le ragioni del crollo dello sviluppo economico che ha portato a questa crisi, già nel 1968, all’Università di Stanford, il professor Paul Ralph Ehrlich iniziò a proporre una sua teoria neo-malthusiana secondo la quale se la crescita della popolazione fosse continuata ai ritmi degli ultimi anni avrebbe provocato un fenomeno che fu considerato terrificante al momento: cioè centinaia di milioni di persone prima dell’anno 2000 sarebbero morte di fame per la mancanza di risorse.

Qualche anno dopo in un libro dal titolo “I limiti dello sviluppo” elaborato e proposto dal Club di Roma e da tanti altri circoli simili, riproponeva le profezie catastrofiche di Herlich, sostenendo che  il tasso di crescita della popolazione era troppo alto, che andava fermato, altrimenti decine di milioni di persone sarebbero morte di fame prima dell’anno 2000 in Asia, in Cina ed in India. Voi immaginate un pò: non solo non sono morte di fame, ma sono diventate più ricche di noi al punto da tenere in piedi la nostra economia.

E chi ha prodotto questa ricchezza? E’ stata proprio la crescita della loro popolazione. Cosa provoca un sistema economico che non fa figli? Mi limito soltanto alla mia conoscenza dei fatti ed esclusivamente alle “culle vuote”. Le “non nascite” provocano una forma di congelamento del numero della popolazione e conseguentemente l’aumento dei costi fissi di una struttura economica. Negli anni ’70 il mondo era diviso per convenzione in 4 grandi aree: il mondo sviluppato, circa un miliardo di persone, con Stati Uniti, Canada, Giappone, Europa; poi c’era il secondo mondo, quello del blocco sovietico; poi c’era un mondo in via di sviluppo; e infine il quarto mondo in condizioni di grave sottosviluppo.

In quegli anni il cosiddetto mondo sviluppato a causa delle teorie neo-malthusiane bloccò la crescita della popolazione da un 4-4,5% ad un progressivo declino fino allo 0% degli anni Ottanta soprattutto in Europa, Stati Uniti, Canada e Giappone.

Lo sapete che cosa vuol dire crescita zero? Uno pensa: non si fanno figli! No, crescita zero vuol dire che si fanno due figli a coppia che è il tasso di sostituzione. La crescita zero, provoca il congelamento del numero di una popolazione e ne cambia la composizione: ci sono meno giovani che accedono al mondo del lavoro e della produttività e più persone che escono dal mondo del lavoro per anzianità. Questo provoca da un lato una minor produttività, un rallentamento del ciclo dello sviluppo sociale, quindi meno coppie si sposano, meno coppie fanno figli e dall’altro aumentano i costi fissi. Perché le persone che invecchiano hanno un costo maggiore come pensioni e come sanità. Questo è un fenomeno che venne completamente ignorato. La crescita zero provoca l’impossibilità di ridurre le tasse perché aumentano i costi fissi: nel 1975 il peso fiscale in Italia era il 25% del prodotto interno lordo, oggi è il 45%. Il fenomeno delle culle vuote non solo rallenta completamente la crescita ma fa crollare il tasso di accumulazione del risparmio, perché la famiglia singola, la famiglia con un solo figlio tende a non risparmiare, perde motivazioni e non vede grandi prospettive.

Che cosa fece la nostra civiltà sviluppata per compensare il crollo dello sviluppo conseguente al crollo delle nascite? Attuò due interventi concreti di carattere economico: l’aumento della produttività; la delocalizzazione produttiva. L’aumento della produttività attraverso l’innovazione tecnologia, cercando di produrre di più per far crescere di più il tasso di sviluppo. La seconda strategia fu la delocalizzazione produttiva cioè il trasferimento in Asia di una serie di produzioni a basso costo con l’obiettivo di avere il ritorno dei beni che costavano meno e che facevano aumentare il potere d’acquisto. Ma anche questo non bastò. Allora si adottò il cosiddetto sistema della crescita a debito, facendo indebitare il sistema economico e soprattutto le famiglie.

Vi do 2 numeri: dal 1998 al 2008 l’indebitamento del sistema ‘Italia’ è cresciuto dal 200% al 300% del Pil cioè del 50%. Tutto questo per sostenere il tasso di crescita che prescindeva completamente dalle nascite e dalla crescita della popolazione. Ma andò ancora peggio negli Stati Uniti, appesantiti anche da esigenze di budget militare. Negli ultimi 10 anni, dal 1998 al 2008 il peso dell’indebitamento delle famiglie americane sul Pil è passato dal 68% al 96%, cioè di 28 punti percentuali. Ventotto diviso dieci fa 2,8 all’anno di crescita dovuto completamente al tasso di indebitamento delle famiglie: cioè le famiglie per sostenere i consumi e la crescita economica del Pil si sono indebitate fino ad un livello non più sostenibile. Le famiglie si sono trovate ad essere loro sussidiarie allo Stato, anziché il contrario. Le famiglie si sono indebitate per molti anni, hanno visto crollare il valore dei loro investimenti, hanno visto crollare il valore della casa che avevano comperato, hanno visto crollare il valore del fondo pensione e tutto questo indebitandosi per tenere in piedi quasi il 75-80% del Prodotto interno lordo americano. E tutto questo perché? Perché non si facevano figli o non se ne facevano nascere abbastanza; è chiaro e lo sappiamo tutti che il tasso di crescita americano della natalità era lievemente superiore, ma ciò è dovuto molto anche al processo di immigrazione latino-americana che non è stato sufficiente a compensare le esigenze del Pil americano.

In conclusione: tanti anni fa abbiamo pensato che non facendo figli saremmo diventati più ricchi, saremmo stati meglio. E’ successo esattamente il contrario: non facendo figli, siamo diventati più poveri e staremo male per molto tempo se non riusciamo a sgonfiare questo sistema di indebitamento e se non  torniamo a far nascere almeno i bambini concepiti.

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Ettore Gotti Tedeschi è Presidente dello IOR (Istituto Opere Religiose).