ROMA, martedì, 19 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto (prov. Trento).

Da antica tradizione la Chiesa celebra annualmente la solennità della Dedicazione delle chiese consacrate nel giorno anniversario – se conosciuto – oppure in un giorno comune indicato dal calendario liturgico. Il tema immediato della solennità è costituito dal tempio, dal ricordo della sua Dedicazione e lo sguardo dei fedeli si rivolge all’edificio sacro, che costituisce con fierezza motivo di tanta compiacenza e gratitudine. Tuttavia è spontaneo che in tale giorno si passi dal segno materiale del tempio al mistero soprannaturale che esso significa.

È questa la pedagogia della Liturgia che innalza le nostre menti, mediante segni visibili, alle realtà spirituali. Con tale metodo opera lo stesso rito romano della Dedicazione, che richiama il modello dell’Iniziazione cristiana: come il cristiano, pietra viva del tempio di Dio, viene edificato dai tre sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia, così, in immagine simbolica, la chiesa-edificio viene dedicata con riti analoghi, che ne richiamano il mistero: l’aspersione con l’acqua benedetta, l’unzione con l’olio del Crisma, il Sacrificio eucaristico. In tal modo l’edificio sacro diventa simbolo eloquente del mistero della Chiesa, tempio vivo di Dio. Anche le dodici croci consacratorie, segnate sulle pareti, in questo giorno anniversario vengono evidenziate con l’accensione dei ceri sottostanti. Esse richiamano il mistero della Chiesa cattolica e apostolica.

Il numero dodici è il segno dell’universalità e il richiamo ai dodici Apostoli dell’Agnello (Ap 21, 14). Le reliquie dei Martiri o dei Santi, deposte sotto l’altare il giorno stesso della Dedicazione, proclamano che la Chiesa è Madre dei Santi. Ecco allora che dai segni liturgici si è condotti al mistero globale della Chiesa una, santa cattolica ed apostolica. Ma poiché il tema della festa è un evento contingente, visibile e storico, quale l’edificazione del tempio intorno al quale nasce cresce e cammina la Chiesa locale, si è portati a considerare con maggior attenzione proprio quella parte della Chiesa che chiamiamo peregrinante, la Chiesa che cammina nel tempo, che annunzia e prega, che lotta e soffre tra le tribolazioni del mondo e le consolazioni di Dio. È questa fase terrena della vita della Chiesa che viene ad emergere in primo piano nella solennità della Dedicazione. Infatti il tempio è una realtà di quaggiù. Lassù non vi sarà più tempio, come afferma la visione in Apocalisse 21, 22: “Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”. Il tempio ci è qui necessario come mediazione verso ciò che non vediamo e stimolo verso ciò che ancora speriamo. La fisicità dei mezzi, i colori dei simboli, i materiali e le forme dell’arte danno alla solennità il sapore della terra e la composizione geniale del segno visibile col mistero invisibile diventa la fisionomia propria di questo giorno.

Ma il tempio, per quanto splendido e maestoso, è segnato dalla corruttibilità e la sua ammirazione è velata dalla transitorietà, poiché passa la scena di questo mondo. Il Signore stesso lo annunziò ai suoi discepoli che ammiravano il tempio e le belle pietre e i doni votivi che lo adornavano: “…non resterà pietra su pietra, che non venga distrutta” (Lc 21,5-5). Ecco allora che il tema della festa viene bene espresso dal Concilio Vaticano II: “…la Chiesa peregrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto fino ad ora e aspettano la manifestazione dei figli di Dio (Rom 8, 19-22)” (Lumen Gentium n. 48).

Occorre però osservare che, di fatto, la solennità della Dedicazione non è adeguatamente percepita dal popolo di Dio, sia perché la si celebra in un giorno feriale con pochi fedeli, sia perché il suo trasferimento alla domenica non è sempre possibile ed è comunque facoltativo. Pochi conoscono questa festa e possiamo dire che la sua incidenza pastorale è quasi nulla. Come allora si possono realizzare le parole di S. Agostino: “La dedicazione della casa di preghiera è la festa della nostra comunità”, se non si può radunare convenientemente la comunità cristiana in un giorno festivo? Anche nelle molteplici feste di Dedicazioni previste dal calendario liturgico (es. le Dedicazioni delle basiliche romane e quella della Cattedrale), oltre alla ferialità dei giorni in cui normalmente ricorrono, si tende prevalentemente a commentare la storia di questi importanti templi, più che esporre il mistero della Chiesa in quanto tale. Si potrebbe quindi auspicare la fissazione della solennità della Dedicazione in una domenica precisa dell’Anno liturgico (es. una domenica di ottobre), nella quale l’intero popolo cristiano possa celebrare con esultanza ed efficacia il mistero globale della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. Pur continuando a celebrare in ogni chiesa consacrata l’Anniversario della sua Dedicazione nella data reale (se si conosce) in cui avvenne, tuttavia una solennità della Chiesa, comune a tutti, nel giorno domenicale e con ritorno ciclico nell’Anno Liturgico, sarebbe quanto mai conveniente per l’edificazione dell’intero popolo Dio.

Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha trattato in modo eminente e primario la dottrina ecclesiologica, tanto da poter essere definito ‘il Concilio della Chiesa’, e, nella luce mirabile della Costituzione dogmatica Lumen gentium, ecco una solennità, che immetterebbe nel tessuto vivo del popolo il mistero della Chiesa, ne esplicherebbe la necessaria catechesi e ne stimolerebbe una annuale verifica di comunione con essa. Oggi si richiede con urgenza un nuovo e forte annunzio di tale mistero per non indulgere ulteriormente ad una vita cristiana nella quale la coscienza di appartenere alla Chiesa e l’impegno a vivere in comunione con essa sono vacillanti. Ritorna opportuno e attuale l’antico  assioma di San Cipriano: “Non può aver Dio per Padre, che non ha la Chiesa per Madre”. Nell’origine e nello sviluppo successivo di importanti feste e solennità un processo di questo tipo si è verificato spesso nella storia della Liturgia: dalla festa anniversario della Dedicazione di un tempio si sviluppa la festa del mistero o del santo che quel tempio intendeva celebrare (Cf RIGHETTI).

Ne è esempio, fra gli altri, la solennità di Tutti i Santi, la cui origine risale alla Dedicazione del Pantheon in Roma (13 maggio 609). Tale solennità non sarebbe certamente una ‘festa di idea’, in quanto celebrerebbe in modo più solenne e specifico l’evento stesso della Chiesa, qui convocata e operante. E come i diversi aspetti dell’unico Mistero pasquale hanno potuto generare feste distinte (Natale, Ascensione, Pentecoste), pur essendo tale mistero già contenuto tutto intero in ogni domenica, così è del mistero della Chiesa che, celebrato ogni domenica, può trovare più esplicita e solenne celebrazione in una particolare solennità.