di Tommaso Scandroglio da www.lanuovabq.it

Unioni civili

“Ripetete una menzogna cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. A coniare questo aforisma fu il gerarca nazista Joseph Goebbels. Ora una delle menzogne più attuali è la seguente: la convivenza vale certo di meno del matrimonio, ma ha una sua dignità. Quindi è giusto riconoscere giuridicamente questo tipo di relazione. La bugia ormai è stata ripetuta così tante volte e un po’ da tutti che si è affermata nella coscienza di molti come verità.

Il nostro ordinamento giuridico invece la pensa in modo differente.Un paio di giorni fa su queste colonne Gianfranco Amato stilò un elenco di diritti che la legge riconosce ai conviventi. Per brevità ne elencò solo alcuni dato che in complessivo sono 27, tra cui quelli – non certo marginali – di poter adottare un bambino in casi speciali (art. 44, l. 184/1983), la remunerazione per il lavoro continuativamente prestato nell’impresa familiare (art. 230-bisc.c.) e l’accesso alle tecniche di fecondazione artificiale (art. 5, l. 40/2004). Diritti questi che non dovrebbero essere riconosciuti ai conviventi perché propri dei coniugi. Per inciso ricordiamo che l’accesso alla Fivet non è un diritto, né per le persone coniugate né per quelle conviventi.

Con l’eccezione di questi diritti, per il nostro ordinamento giuridico l’unica forma di convivenza legittima è quella matrimoniale (art. 29 della Costituzione). Ciò significa che le altre convivenze – in punta di diritto – sono tollerate dall’ordinamento giuridico. A ben vedere non è corretto sostenere che il nostro ordinamento giuridico è indifferente verso queste convivenze trattandosi di relazioni meramente private, bensì le tollera, cioè ritiene che ledano il bene comune ma non le sanziona dal momento che la sanzione lederebbe ancor più il bene comune.

Perché le convivenze intaccano il bene comune? Prima di tutto perché la convivenza per sua natura è un legame precario: metà di loro finirà entro un anno dalla nascita (Demography, 2006). Ciò non deve stupire dato che le coppie di fatto fanno della “prova” il cuore pulsante della convivenza e infatti escludono l’indissolubilità e l’esclusività del rapporto, le due proprietà che invece appartengono all’istituto del matrimonio. Se non le escludessero si sposerebbero, pare cosa evidente. Quindi le convivenze instaurano relazioni precarie e da ciò consegue che tutti i rapporti sociali, giuridici ed economici che derivano dalla convivenza sono anch’essi a rischio: contratti di locazione, mutui a due, cointestazione conti correnti, etc. Pensiamo anche al caso di un convivente che abbandona la partner e quest’ultima dipendeva economicamente dal suo compagno (nel matrimonio ha rilievo giuridico l’ingiusto abbandono del tetto coniugale, cioè è un dovere la co-abitazione tra coniugi, non così per i conviventi): ciò provocherà danni sociali ed economici che si rifletteranno anche sulla collettività. Lo Stato esige solidità dei rapporti tra i consociati perché questa solidità si riverbera su tutto il consesso sociale: la convivenza non garantisce per nulla questa stabilità di rapporti ed è quindi da scoraggiare.

C’è un secondo motivo per cui il nostro ordinamento giuridico guarda con sfavore le coppie di fatto: la convivenza non offre garanzie sufficienti per l’educazione dei figli che potrebbero nascere in seno a questa relazione. Tre bambini su quattro sperimentano la rottura della relazione prima di arrivare ai 16 anni di età (National Marriage Project – Rutgers University, New Jersey). Lo studio inoltre ci informa che questi bambini soffrono di seri disordini psicologici: asocialità, depressione, ansia, difficoltà di concentrazione, meno bravi a scuola (abbandono scolastico, anni ripetuti), attività sessuale precoce. E tutto ciò non è un buon guadagno per la società, soprattutto quando questi ragazzi fragili diventeranno un giorno adulti fragili, cioè cittadini-professionisti fragili.

Quindi è per questo motivo che il nostro diritto di famiglia – eccetto alcuni diritti a cui abbiamo fatto cenno  – rimane matrimonio-centrico. Perché solo la relazione di coniugio fa bene alla persona – coniugi e figli – e fa bene alla società. Il nostro ordinamento cioè spinge verso il matrimonio e scoraggia altri tipi di unioni perchè perniciose per la società. Riconoscere, non diciamo le unioni di fatto, ma anche solo i diritti dei conviventi è già erroneo perché favorisce le unioni di fatto e quindi favorisce la precarietà sociale. A tutti invece – convivente non convivente, nero bianco, donna uomo etc – devono essere riconosciuti i diritti fondamentali ma non quelli accessori o strumentali. E i diritti fondamentali non interessano la convivenza in quanto tale ma la persona in quanto tale. Ad esempio una sentenza della Corte Costituzionale del 2000 (Corte Cost. 461/2000) negò al convivente superstite la pensione di reversibilità del compagno defunto perché non è un diritto fondamentale e quindi non svilisce la dignità della persona e inoltre, così appuntarono, la sua concessione esige certezza di rapporto che solo il matrimonio può dare.

In buona sostanza il mattone fondamentale della società è la famiglia fondata sul matrimonio, perché per sua natura è un legame indissolubile ed esclusivo. Tale essenza del matrimonio è stata recepita anche dal nostro legislatore (infatti il divorzio, per gli stessi motivi visti per la convivenza, attenta alla coesione sociale). Inserire nel nostro ordinamento giuridico altri mattoni più fragili indebolirà tutta la struttura sociale.