Un breve saggio evidenzia il fallimento dell’ideologia comunista

di Mirko Testa

RIMINI, martedì, 25 agosto 2009 (ZENIT.org).- La Cina sta vivendo in questo momento un rinnovato fervore religioso sorto spontaneamente dal vuoto lasciato dall’ideologia intrisa di marxismo e capitalismo che ha dominato questo Paese negli ultimi 40 anni.

E’ quanto si legge in un recente pamphlet dal titolo “La persecuzione dei cattolici in Cina”, pubblicato dalla Laogai Research Foundation Italia Onlus, che descrive la situazione dei cattolici nel paese asiatico, partendo dalla politica contro la Chiesa iniziata da Mao Tse Dong fino alla situazione post-olimpica dei nostri giorni.

La Laogai Research Foundation Usa – attiva in Italia dal 2005 – è stata fondata nel 1992 da Harry Wu, che da studente di geologia venne arrestato perché cattolico e considerato “controrivoluzionario di destra” e detenuto in 12 diversi laogai (campi di concentramento cinesi) per 19 anni, prima di riuscire ad emigrare negli Stati Uniti nel 1985 e prendere la cittadinanza americana.

Dall’inizio, la pretesa dell’ideologia comunista è stata quella di “voler rivestire il ruolo di una vera e propria religione”, per cui chi non è “disposto a porre lo Stato prima di qualunque altro valore è un potenziale pericolo per il regime, qualcosa di peggio del comune criminale”.

Per questa ragione sono sempre stati perseguitati in Cina i seguaci di ogni religione, comprese quelle connaturate alla cultura e allo spirito orientale, come il Buddismo e il Taoismo e dal 1999 anche i Falun Gong (una pratica religiosa che unisce il Buddismo con lo Yoga).

E anche in seguito, quando, con l’avvento di Den Xiaping nel 1978, in Cina prendeva sempre più piede una deriva capitalistica del pensiero comunista sullo slogan “arricchirsi è glorioso” di Hu Jintao, le cose non sono cambiate molto.

“In questa situazione – si legge nel testo –, con stupore possiamo accorgerci dell’esistenza di inequivocabili segni di una rinascita religiosa”.

“C’è una grande sete di Dio nel popolo cinese – si afferma ancora –, come testimoniano molti Vescovi cristiani, soffocata ma non eliminata da decenni di materialismo marxista e da secoli di materialismo confuciano”.

In particolare, un’inchiesta condotta da due docenti dell’università Normale di Shanghai, Tong Shijun e Liu Zhongyu, ha rivelato che “le religioni si stanno sviluppando in modo imprevisto con un numero crescente di credenti, specialmente tra i giovani”.

“In essa si dimostra che in Cina ce ne sono almeno 300 milioni, il triplo di quanto stimato alcuni anni fa dal governo”, anche se si sottolinea che “il totale aggiornato e realistico potrebbe essere molto superiore”.

Nel 1949, quando è stata proclamata la Repubblica Popolare Cinese, i cattolici in Cina erano circa 3,5 milioni. Oggi si ritiene siano più di 12 milioni.

Infatti, continua il testo, se da una parte “la dilagante corruzione e l’immoralità diffusa causano un senso di disgusto esistenziale che solo la religione riesce a superare”, dall’altra “le teorie rivoluzionarie […] hanno dimostrato di non essere state capaci in tanti anni di dare un senso alla vita”.

E così, per quanto riguarda i fedeli cattolici, “nonostante la forte repressione, nella notte di Pasqua del 2007 migliaia di persone sono state battezzate” e “nella sola Pechino alla Veglia Pasquale vi sono stati quasi 1000 battesimi di adulti”.

Inoltre, sembra che in alcuni ambienti all’interno del Ministero degli Esteri Cinese la Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi – che ha avuto una accoglienza “ostile” da parte delle autorità che ne hanno impedito se non bloccato la diffusione, oscurando spesso i siti web che la riproducevano – “sia stata giudicata più positivamente, tale cioè da creare una ‘possibilità di dialogo’”.

“Questo spirito nuovo che soffia fin dentro i quadri del Partito Comunista Cinese (PCC) – si sottolinea –, sta scuotendo il Partito al potere che, nel tentativo di contrastare questa ondata religiosa, si è dovuto impegnare negli ultimi 5 anni in campagne nazionali per la diffusione dell’ateismo e del marxismo via radio, TV, internet e seminari universitari”.

In questo contesto, la leadership si trova divisa tra un rafforzamento del controllo sulle religioni e una loro rivalutazione finalizzata al mantenimento dello status quo. Per esempio, si spiega, “viene incoraggiato il confucianesimo perché […] richiede cieca obbedienza all’autorità, pietà filiale e sacrificio per il clan”.

Il Partito comunista da un lato “teme la comunanza tra le Chiese libere e la loro azione solidale nei confronti del popolo infelice e quindi le perseguita”, mentre “dall’altro offre per i buddisti e i cristiani le versioni controllate, ‘ufficiali’, delle ‘Chiese patriottiche’”.

Il Governo cinese permette, infatti, la pratica religiosa nel suo Paese solo con personale riconosciuto e in luoghi registrati presso l’Ufficio per gli Affari Religiosi e sotto il controllo dell’Associazione Patriottica (AP), l’organismo istituito dal regime maoista nel 1957 con lo scopo di creare una Chiesa nazionale indipendente dalla Sede apostolica e azzerare la presenza missionaria.

Per questo si parla della differenza tra una Chiesa “ufficiale” o “patriottica” e i fedeli che cercano di sottrarsi al suddetto controllo per obbedire direttamente al Papa, formando la Chiesa “non ufficiale” o “clandestina”.

L’Associazione Patriottica che controlla le attività e la fede di circa 5 milioni di cattolici, si arroga il diritto di nominare i Vescovi, decide quali membri della comunità cattolica possono seguire gli studi religiosi e chi può essere ordinato sacerdote, controlla l’organizzazione dei corsi di catechismo e quali devono essere i temi trattati.

Dal 1958, da quando cioè è stata imposta l’AP, chi non vi aderisce viene arrestato, posto in isolamento e in molti casi condannato ai campi di “rieducazione” e lavori forzati nei laogai.

Nei quasi 1.500 laogai attualmente attivi – secondo quanto riportato da una ricerca del 2008 condotta dalla Laogai Research Foundation di Washington – si pensano siano imprigionati da tre a sei milioni di persone (il numero preciso dei campi ed il numero dei detenuti sono considerati “segreti di Stato”), una forza lavoro a costo 0 che il regime comunista cinese usa sia per il mercato interno che per l’esportazione, facendo affari con numerose multinazionali.

Il maggior numero di vittime del comunismo cinese si colloca tuttavia tra gli anni 1949-1950, quando il Partito comunista si impegnò in una intensa propaganda di massa per l’ateismo e la soppressione delle “attività controrivoluzionarie”, e la morte di Mao Tse Dong, nel 1976, che decretò la fine del decennio di “Rivoluzione Culturale e Proletaria” e l’apertura di una stagione di disgelo che mostrava, apparentemente, i primi segni di una nuova libertà religiosa.

Al giorno d’oggi, si legge ancora nel testo, “alcuni Vescovi sono stati costretti perfino ad elogiare in pubblico l’operato dell’AP e a criticare l’intromissione vaticana negli affari religiosi in Cina”.

Questo perché “il PCC considera i cattolici pericolosi sovversivi al soldo di una potenza occidentale straniera che cerca di intromettersi con pretesti religiosi nella vita della Cina”.

Ma se “numerosi detenuti sono stati liberati grazie alle pressioni del Vaticano e di organizzazioni umanitarie”, “moltissimi sono ancora i Vescovi, i sacerdoti e i fedeli che languono in prigione e nei laogai disseminati per tutta la Cina, colpevoli unicamente di essere cattolici”.

La consapevolezza, conclude il testo, è quindi che qualcosa può cambiare e che magari “potremo scoprire che il colosso ha piedi di argilla”.