Sottolinea Benedetto XVI durante il volo per la Giordania

di Mirko Testa

AMMAN, venerdì, 8 maggio 2009 (ZENIT.org).- Nel processo di pace in atto per superare la crisi in Medio Oriente, la Chiesa non intende agire per vie politiche ma come “forza spirituale” in grado di rinnovare le coscienze, in special modo attraverso la preghiera.

E’ quanto ha detto venerdì Benedetto XVI rivolgendosi ai 70 giornalisti ammessi al volo papale per Amman, in questo suo dodicesimo viaggio internazionale che terminerà il 15 maggio prossimo dopo aver fatto tappa in Giordania, Israele e nei Territori Palestinesi.

“Certamente – ha detto il Papa – cerco di contribuire alla pace, non come individuo ma in nome della Chiesa cattolica, della Santa Sede”.

“Noi non siamo un potere politico ma una forza spirituale – ha sottolineato – e questa forza spirituale è una realtà che può contribuire per i progressi nei processi di pace”.

“Io vedo tre livelli: primo, da credenti siamo convinti che la preghiera è una vera forza e apre il mondo a Dio – ha detto –; siamo convinti che Dio ci ascolta e può agire nella storia e penso se milioni di persone credenti pregano è realmente una forza che influisce e può contribuire per andare avanti con la pace”.

“Secondo punto, noi cerchiamo di aiutare nella formazione delle coscienze – ha proseguito –. Coscienza è la capacità dell’uomo di percepire la verità, ma questa capacità è spesso ostacolata dagli interessi particolari.

“Liberare da questi interessi, aprire alla verità con i veri valori è un impegno grande”, ha sottolineato, ed è “compito della Chiesa aiutare a conoscere i veri criteri”.

Come terzo punto, ha proseguito, “proprio perché non siamo parte politica possiamo forse più facilmente, anche nella luce della fede, vedere i veri criteri, aiutare nel capire quanto contribuisce alla pace e parlare alla ragione, appoggiare le posizioni realmente ragionevoli”.

“Questo lo abbiamo già fatto e vogliamo farlo anche adesso e in futuro”, ha quindi concluso.

Che questa forza spirituale sia una realtà e non frutto di “teorie astratte”, ha scritto in un editoriale il Direttore de L’Osservatore Romano, Gian Maria Vian, “è emerso con evidenza dal discorso rivolto dal Papa all’aeroporto di Amman, davanti a un sovrano e in un Paese che con i fatti stanno dimostrando come può procedere il cammino comune tra musulmani e cristiani, che in Giordania sono una piccola minoranza”.

Visitando questo venerdì pomeriggio il Centro Regina Pacis di Amman, che offre assistenza gratuita a giovani portatori di handicap, il Papa è quindi tornato sulla questione.

“Amici, diversamente dai pellegrini d’un tempo, io non vengo portando regali od offerte – ha detto –. Io vengo semplicemente con un’intenzione, una speranza: pregare per il regalo prezioso dell’unità e della pace, più specificamente per il Medio Oriente”.

“La pace per gli individui – ha proseguito –, per i genitori e i figli, per le comunità, pace per Gerusalemme, per la Terra Santa, per la regione, pace per l’intera famiglia umana; la pace durevole generata dalla giustizia, dall’integrità e dalla compassione, la pace che sorge dall’umiltà, dal perdono e dal profondo desiderio di vivere in armonia come un’unica realtà”.

A questo proposito, il Papa ha sottolineato che “la preghiera è speranza in azione”.

“Ed infatti – ha continuato – la vera ragione è contenuta nella preghiera: noi entriamo in contatto amoroso con l’unico Dio, il Creatore universale, e nel fare così giungiamo a renderci conto della futilità delle divisioni umane e dei pregiudizi e avvertiamo le meravigliose possibilità che si aprono davanti a noi quando i nostri cuori sono convertiti alla verità di Dio, al suo progetto per ognuno di noi e per il nostro mondo”.