Di fronte alla grave crisi che può scoppiare nel nord del Paese

di Nieves San Martín

ANSONG, venerdì, 26 giugno 2009 (ZENIT.org).- Sul tema “La Chiesa di fronte a una Corea del Nord in movimento”, il 18 giugno si è celebrato nel centro governativo di Hanawon (la casa dell’unione) ad Ansong (provincia di Kyonggi, Corea del Sud) un seminario che ha riunito circa 250 religiosi e laici.

Il Comitato per la Riconciliazione del Popolo Coreano della Conferenza Episcopale della Corea (CBCK) ha voluto festeggiare così i dieci anni della fondazione di questo centro di reinserimento per i rifugiati nordcoreani, informa VietCatholic News.

Hanawon, che funziona sotto il patrocinio del Ministero dell’Unificazione, ha come compito principale quello di aiutare i rifugiati nordcoreani ad adattarsi alla vita in Corea del Sud, iniziandoli ai principi democratici, al sistema economico e al funzionamento della società sudcoreana.

You Mi-Ryang, che dirige il centro, ha lodato il sostegno fornito dalla Chiesa cattolica ai rifugiati. “Da anni, la Chiesa cattolica aiuta i rifugiati nordcoreani a livello sia psicologico che materiale”, ha ricordato, sottolineando tra le altre cose il programma “home-stay“, che dal 2005 propone ai rifugiati di trascorrere due giorni e una notte in una famiglia sudcoreana.

Nel corso del seminario, Martin Lim Kang-taeg, decano dei ricercatori dell’Istituto Coreano per la Riunificazione Nazionale e membro del Comitato per la Riconciliazione, ha dichiarato che gli avvenimenti attuali in Corea del Nord potrebbero avere molto rapidamente ripercussioni in Corea del Sud.

Dall’aprile scorso, la Repubblica Popolare Democratica della Corea sta mettendo in atto provocazioni sempre più bellicose, dichiarando di non essere più legata dall’armistizio del 1953, che ha posto fine alla guerra di Corea, con test nucleari e lancio di missili.

Per Lim Kang-taeg questi fatti, senza contare il fatto che l’“amato leader” avrebbe designato come successore il suo figlio minore, Kim Jong-un, non sarebbero altro che tentativi di mascherare l’incapacità del regime totalitario di gestire la sua crisi interna. Se non ci riuscisse, spiega, l’economia potrebbe collassare, costringendo centinaia di migliaia di nordcoreani affamati a fuggire dal Paese.

“Gli eventi possono superare ciò che riusciamo a immaginare, e dobbiamo prepararci prima che sia troppo tardi. Per questo la Chiesa deve formare sacerdoti e volontari per rispondere alle necessità dei rifugiati nordcoreani”, ha segnalato il ricercatore, che pensa anche che la Chiesa debba preparare fin da ora infrastrutture per ospitare i rifugiati e iniziare a raccogliere fondi.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, in Corea del Nord è già in corso un dramma umanitario, che la crisi politica e le sanzioni internazionali corrono il rischio di nascondere e aggravare. Dopo vari cattivi raccolti, almeno 8,7 milioni di persone (il 40% della popolazione) hanno bisogno di aiuti alimentari.

Durante la Messa celebrata ad Hanawon, monsignor Lucas Kim Woon-hoe, Vescovo ausiliare di Seul e presidente del Comitato per la Riconciliazione, ha rivolto un messaggio di perseveranza: “Nessuno sa quando arriverà il momento della riunificazione del Nord e del Sud. Dobbiamo dunque prepararci a quel giorno fin da oggi, anche se la Corea del Nord e la Corea del Sud sono nemiche e il cammino verso la riunificazione (…) in questo momento sembra impossibile”.

Tutti gli anni, il 25 giugno, giorno che segna la fine della guerra del 1950-53, la Chiesa della Corea del Sud prega “per la riconciliazione e l’unità del popolo coreano”.

Nel marzo scorso, l’Arcidiocesi di Seul ha accettato cinque seminaristi che hanno chiesto di consacrarsi al servizio del nordcoreani. Tra sette anni, dopo la loro formazione al sacerdozio, saranno ordinati dalla Diocesi di Pyongyang, una giurisdizione ecclesiastica che al momento non esiste se non virtualmente e il cui amministratore apostolico è il Cardinale Nicholas Cheong Jin-suk, Arcivescovo di Seul.

Alla fine della guerra civile nel 1953, le tre giurisdizioni ecclesiastiche dell’attuale Corea del Nord e la comunità cattolica che dipendeva da queste sono state annientate. Il Papa ha allora nominato amministratori apostolici sudcoreani “sedi vacanti et ad nutum Sanctae Desi” (sedi vacanti sotto l’amministrazione di Vescovi esterni nominati da Roma).

Attualmente in Corea del Nord non ci sono sacerdoti né istituzioni ecclesiastiche, ma molti religiosi e sacerdoti sperano di potervi essere inviati in missione, come l’Associazione di sacerdoti della Diocesi di Pyongyang, che ha circa trenta membri, venti originari del Nord e dieci nati in Corea del Sud da genitori originari del Nord.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]