di Paola Binetti
Tratto da cronache di Liberal del 16 ottobre 2010

Che significa oggi essere cattolici? Quali sono le difficoltà che si incontrano se e quando si vuole vivere fedelmente la propria vocazione cristiana?

A distanza di 150 anni dall’Unità, che tipo di Paese è diventato l’Italia, quali sono i suoi problemi, le sue necessità, le sue aspettative? È possibile passare da un modo stanco ed esasperato di lamentarsi di tutti e di tutto perché nulla sembra funzionare nel modo giusto, a una agenda della speranza, in cui le cose ritrovino il giusto ordine, riscoprano un nuovo significato e rispondano meglio a bisogni vecchi e nuovi, senza accartocciarsi nella ripetitività sterile di soluzioni infruttuose? Ecco: la Chiesa italiana in questi giorni si è data appuntamento a Reggio per rispondere a queste e a molte altre domande, come accade da oltre 100 anni in occasione delle Settimane Sociali, per ascoltare e per farsi ascoltare, per raccontare cosa vorremmo cambiare. Le prime risposte sono arrivate già in apertura del Convegno con la lunga lettera del Santo Padre, letta da Monsignor Bertello, nunzio in Italia. Parole piene di speranza, ma nello stesso tempo chiare ed esigenti. Ribadisce che i valori di riferimento che debbono stare al centro dell’agire dei cattolici sono quelli già noti: la tutela della vita, dal suo inizio fino al suo termine naturale, la famiglia, la libertà di religione. Sono i valori di sempre, che vengono ripetutamente mesi sotto attacco, e quindi richiedono a tutti noi una continua riflessione per passare dalle affermazioni di principio ad una autentica agenda del fare. Ma ripartire dalla vita per tracciare l’agenda della speranza richiede un rinnovato impegno della classe politica, a cui il Papa ricorda che la loro è una vocazione alta, da vivere con rettitudine e competenza al servizio degli altri. La politica come vocazione lascia presupporre qualcosa che va oltre gli schemi auto-referenziali di chi cerca nella politica la soddisfazione di interessi di parte, o addirittura solo individuali. Il termine vocazione per un cristiano è sempre una cosa molto seria e rimanda ad un misterioso ma concreto rapporto con Dio. Per un cattolico, fare politica in questo modo vuol dire ripen- sare decisamente i termini di un impegno che lo coinvolge in scienza e coscienza, in una mission che ha la sua unica ed esclusiva ragione di essere nel servizio agli altri, alla ricerca del bene comune. E proprio per questo può contare su di una grazia supplementare, che esige una fedeltà tutt’altro che banale. Sulla stessa linea anche il lungo ed articolato intervento del cardinal Bagnasco, che sembra scolpire il quadro di riferimento valoriale entro il quale dovranno muoversi i diversi gruppi di lavoro nei giorni seguenti. Il Cardinale parlando ad una platea di cattolici lascia ben chiaro che non si può essere cattolici senza essere prima cristiani, ossia senza un rapporto personale con Dio, senza mettersi a tu per tu con il Signore, in un dialogo concreto in cui prende forma la propria vita di preghiera. Come cattolici non ci si può accontentare di una sorta di religione civile, fatta di buone abitudini, di virtù civiche, ma priva di slancio soprannaturale, occorre andare oltre, se si vuole tradurre la propria fede in atti di speranza e di amore verso gli altri. E parlando del ruolo dei cattolici nella società cita la frase del Vangelo: «Siete il sale…» e non manca di far notare come il verbo venga declinato all’indicativo: siete e non come un esortativo: «Siate il sale…». I cattolici sono il sale della terra e lo sono in virtù della loro progressiva identificazione con Cristo, per questo non c’è la possibilità di essere il sale della terra, senza essere ben radicati in Cristo. Da questo dipende l’efficacia delle loro iniziative. Il rapporto tra la Fede e le opere si salda continuamente nella vita del cristiano e diventa la nota caratteristica dell’agire del cattolico. Bagnasco nella sua prolusione va disegnando passo dopo passo una immagine di cattolico come uomo a tutto tondo, in cui c’è bisogno che il cuore faccia la sua parte, che l’intelligenza si metta in gioco, facendosi illuminare dalla fede, mentre la coerenza delle opere spinge a scendere in campo, rinunciando ad un comodo quietismo o peggio ancora ad un semplice perbenismo. Anche nel suo intervento il riferimento ai valori non negoziabili è netto e non potrebbe essere altrimenti dal momento che li definisce come parte integrante del nostro dna, qualcosa che costituisce strutturalmente la nostra identità genetica. Sono valori che non ammettono gradualità: vita, famiglia, libertà di religione, vanno vissuti e vanno difesi senza cedimenti, e per questo non c’è uno spazio di mediazione nei loro confronti. La dignità umana comincia con la vita umana e questa è la più laica delle affermazioni, perché la ragione umana è perfettamente in grado non solo di comprendere ma anche di argomentare adeguatamente questa affermazione. È il passaggio in cui il Cardinale rivolgendosi a tutti i presenti parla di laicità positiva, una laicità matura in cui a volte la ragione umana ha bisogno di essere sostenuta e purificata, per poter cogliere in tutte le sue implicazioni i valori non negoziabili. Ma il vero rischio è il laicismo, che ha la pretesa di rappresentare la modernità più avanzata, mentre in realtà ne esprime gli aspetti più fragili, perché nel suo relativismo indebolisce nell’uomo la convinzione di poter conoscere la verità su Dio, sull’uomo e sull’ambiente. E quindi in definitiva anche la verità su di sé. Il laicismo ha creato le condizioni per giustificare un individualismo egocentrico, che ha pesantemente impoverito l’idea stessa di uomo. L’ha privata della sua dimensione trascendente e dei suoi riferimenti relazionali, spogliandola di quella dimensione di apertura agli altri, che rende possibile il dono di sé e consente all’uomo di non essere e di non sentirsi solo. Non c’è dubbio che Bagnasco nel suo elogio ad una laicità positiva e nella sua critica severa al laicismo abbia voluto richiamare i cattolici a recuperare sicurezza in se stessi e nelle loro convinzioni, a reagire positivamente, senza subire il peso delle critiche di una cultura che attribuisce loro colpe e responsabilità che non gli competono. Ed è un buon viatico per l’avvio dei lavori nei gruppi di studio: c’è bisogno che i cattolici si scrollino di dosso quel senso di inferiorità che a volte li rende timidi nell’agire pubblico, fino a sfiorare un’apparente indifferenza o una pavida acquiescenza. In realtà nella storia molte volte i cattolici sono stati i protagonisti di tante conquieste del progresso umano, e il cardinale mette in evidenza come tra progresso e bene comune ci sia una stretta correlazione, perché non si può parlare di progresso se non c’è un effettivo bene comune. Il maggiore progresso è quello che si determina quando tutte le persone possono accedere al bene comune, senza distinzioni di sorta. Ma il bene comune a sua volta è in stretta relazione con il bene e con il male morale, per cui non si può parlare di bene comune senza fare riferimento al bene e al male morale colti nella loro oggettività. E mentre il laicismo rimanda ad un individualismo che riduce pericolosamente le differenze tra bene e male, relegandole alla pura sfera soggettiva, una laicità più matura rivendica la capacità di distinguere con maggiore oggettività tra ciò che è bene e ciò che è male. Il laicismo ad un certo punto crea una sorta dell’eclisse del senso comune, perché tutto viene ricondotto esclusivamente al senso individuale, che rende più difficile la comunicazione e aumenta il rischio dell’incomprensione. Le parole del Cardinale hanno ben scolpito un itinerario che non può essere equivocato e nello stesso tempo nelle sue parole non c’è nulla che possa apparire come una sorta di potenziale invasione di campo: ha parlato prima di tutto a dei cattolici, perché come Pastore evidentemente sentiva l’urgenza che ognuno di noi si mettesse contemporaneamente a tu per tu con Dio, in ascolto della propria coscienza e in dialogo con gli altri, a cominciare dagli altri cattolici. C’è un filo rosso che lega tutti questi passaggi, ed è il filo rosso della propria fedeltà alla Vocazione alta, di cui parla il Papa nella sua lettera. Una proposta di grande spessore spirituale, prima ancora che politico!, che l’attuale Presidente dei Vescovi italiani rivolge a tutti i cattolici italiani e a cui è difficile sottrarsi senza entrare in conflitto con se stessi e aprire la strada ad una sorta di schizofrenia spirituale. La lettera di Benedetto XVI e la prolusione del Cardinal Bagnasco hanno marcato il binario su cui scorreranno tutti i prossimi appuntamenti di questi giorni, in cui vale la pena ricordarlo, tanti vescovi, tantissimi parroci, sacerdoti, ma anche nella stragrande maggioranza tanti laici provenienti dalle parrocchie, dai movimenti e dalle associazioni cattoliche si confronteranno per capire meglio come intervenire nella nostra società alla luce dei valori cristiani. I politici presenti saranno una piccola minoranza, distribuita nei cinque gruppi di lavoro, porranno domande e risponderanno alle domande che verranno poste loro. Anche questa può essere una strada efficace per ridurre il gap che separa la politica dalla società reale e la Chiesa può favorire una maggiore integrazione tra di loro, per consentire a tutti di capire in che modo nell’Italia di oggi i cattolici possono tornare ad essere protagonisti coerenti con la loro vocazione anche sullo spazio pubblico.