di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Nell’udienza generale del 22 febbraio Benedetto XVI ha interrotto la sua «scuola della preghiera» del mercoledì per riflettere sulla Quaresima.

«Nei primi secoli di vita della Chiesa – ha ricordato il Papa – questo era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede e di conversione per giungere a ricevere il sacramento del Battesimo». Gradualmente, dai soli catecumeni la Quaresima fu estesa a tutti i fedeli, e questa «partecipazione dell’intera comunità ai diversi passaggi del percorso quaresimale sottolinea una dimensione importante della spiritualità cristiana: è la redenzione non di alcuni, ma di tutti, ad essere disponibile grazie alla morte e risurrezione di Cristo». Per tutti, «il tempo che precede la Pasqua è un tempo di metanoia, cioè del cambiamento interiore, del pentimento; il tempo che identifica la nostra vita umana e tutta la nostra storia come un processo di conversione che si mette in movimento ora per incontrare il Signore alla fine dei tempi».

Quaresima, ha ricordato il Pontefice, deriva da «quadragesima», espressione latina che indica un tempo di quaranta giorni. Perché proprio quaranta? Nulla nella Chiesa è scelto a caso. «Quaranta è infatti il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo Testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del Popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Questo numero non rappresenta un tempo cronologico esatto, scandito dalla somma dei giorni. Indica piuttosto una paziente perseveranza, una lunga prova, un periodo sufficiente per vedere le opere di Dio, un tempo entro cui occorre decidersi ad assumere le proprie responsabilità senza ulteriori rimandi».

Troviamo il numero quaranta nella Scrittura anzitutto nella storia di Noè. Il patriarca «a causa del diluvio trascorre quaranta giorni e quaranta notti nell’arca, insieme alla sua famiglia e agli animali che Dio gli aveva detto di portare con sé. E attende altri quaranta giorni, dopo il diluvio, prima di toccare la terraferma, salvata dalla distruzione (cfr Gen 7, 4. 12; 8, 6)». Quindi Mosè, che «rimane sul monte Sinai, alla presenza del Signore, quaranta giorni e quaranta notti, per accogliere la Legge. In tutto questo tempo digiuna (cfr Es 24, 18)». Ancora, «quaranta sono gli anni di viaggio del popolo ebraico dall’Egitto alla Terra promessa, tempo adatto per sperimentare la fedeltà di Dio». E anche «gli anni di pace di cui gode Israele sotto i Giudici sono quaranta (cfr Gdc 3, 11. 30)»; «il profeta Elia impiega quaranta giorni per raggiungere l’Oreb, il monte dove incontra Dio (cfr 1 Re 19, 8)»; «quaranta sono i giorni durante i quali i cittadini di Ninive fanno penitenza per ottenere il perdono di Dio (cfr Gn 3, 4)»; «quaranta sono anche gli anni dei regni di Saul (cfr At 13, 21), di Davide (cfr 2 Sam 5, 4-5) e di Salomone (cfr 1 Re 11, 41), i tre primi re d’Israele». Anche i Salmi talora citano il numero quaranta, come fa il Salmo 95: «Se ascoltaste oggi la sua voce! “Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere. Per quarant’anni mi disgustò quella generazione e dissi: sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie”» (vv. 7c-10).

Né si tratta solo del Vecchio Testamento. Infatti Gesù, prima di iniziare la sua vita pubblica, si ritira nel deserto per quaranta giorni, senza mangiare né bere (cfr Mt 4, 2), e pure «quaranta sono i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al Cielo e inviare lo Spirito Santo (cfr At 1, 3)». Ne possiamo concludere che «con questo ricorrente numero di quaranta è descritto un contesto spirituale che resta attuale e valido, e la Chiesa, proprio mediante i giorni del periodo quaresimale, intende mantenerne il perdurante valore e renderne a noi presente l’efficacia».

Ma torniamo all’Antico Testamento. «I quarant’anni della peregrinazione di Israele nel deserto presentano atteggiamenti e situazioni ambivalenti. Da una parte essi sono la stagione del primo amore con Dio e tra Dio e il suo popolo, quando Egli parlava al suo cuore, indicandogli continuamente la strada da percorrere». Dio infatti «aveva preso, per così dire, dimora in mezzo a Israele, lo precedeva dentro una nube o una colonna di fuoco, provvedeva ogni giorno al suo nutrimento facendo scendere la manna e facendo sgorgare l’acqua dalla roccia». Così, «gli anni trascorsi da Israele nel deserto si possono vedere come il tempo della speciale elezione di Dio e della adesione a Lui da parte del popolo: tempo del primo amore». E tuttavia c’è anche un’altra immagine, completamente diversa, degli anni d’Israele nel deserto: «è anche il tempo delle tentazioni e dei pericoli più grandi, quando Israele mormora contro il suo Dio e vorrebbe tornare al paganesimo e si costruisce i propri idoli, poiché avverte l’esigenza di venerare un Dio più vicino e tangibile».

Questa ambivalenza, «tempo della speciale vicinanza di Dio – tempo del primo amore –, e tempo della tentazione – tentazione del ritorno al paganesimo –», ritorna «in modo sorprendente nel cammino terreno di Gesù, naturalmente senza alcun compromesso col peccato». Dopo il battesimo al Giordano, Gesù «si reca nel deserto per stare quaranta giorni in profonda unione con il Padre, ripetendo così la storia di Israele, tutti quei ritmi di quaranta giorni o anni». Ma, in questo tempo speciale segnato dal numero quaranta, «Gesù si trova esposto al pericolo ed è assalito dalla tentazione e dalla seduzione del Maligno, il quale gli propone una via messianica altra, lontana dal progetto di Dio, perché passa attraverso il potere, il successo, il dominio e non attraverso il dono totale sulla Croce». Per Cristo ieri e per la Chiesa oggi – il Papa lo ha ricordato ai cardinali nel recente Concistoro – «questa è l’alternativa: un messianesimo di potere, di successo, o un messianesimo di amore, di dono di sé».

La condizione di Gesù nel deserto è infatti anche «la condizione della Chiesa in cammino nel “deserto” del mondo e della storia». Da un certo punto di vista, il deserto in cui il mondo costringe la Chiesa a vivere ci fa bene: «abbiamo certamente l’opportunità di fare una profonda esperienza di Dio che rende forte lo spirito, conferma la fede, nutre la speranza, anima la carità; un’esperienza che ci fa partecipi della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte mediante il Sacrificio d’amore sulla Croce», Ma il deserto, nello stesso tempo, «è anche l’aspetto negativo della realtà che ci circonda: l’aridità, la povertà di parole di vita e di valori, il secolarismo e la cultura materialista, che rinchiudono la persona nell’orizzonte mondano dell’esistere sottraendolo ad ogni riferimento alla trascendenza». Rischiamo di esserne contagiati, in quanto «il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi dell’egoismo, dell’incomprensione e dell’inganno». Ma, «nonostante questo, anche per la Chiesa di oggi il tempo del deserto può trasformarsi in tempo di grazia, poiché abbiamo la certezza che anche dalla roccia più dura Dio può far scaturire l’acqua viva che disseta e ristora». Alla fine, «dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo. E se saremo stati fedeli a Gesù seguendolo sulla via della Croce, il chiaro mondo di Dio, il mondo della luce, della verità e della gioia ci sarà come ridonato: sarà l’alba nuova creata da Dio stesso».