C’è una amara verità, non nascondiamola: la Chiesa ha molti nemici, lo ha scritto recentemente Giampaolo Barra, direttore responsabile del mensile Il Timone, lo sostengono anche Andrea Tornielli e Paolo Rodari in Attacco a Ratzinger, sottotitolo, Accuse e scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI, un pamphlet edito da Piemme. Oggi la Chiesa, e il suo Capo visibile, il Papa, subiscono un ‘attacco’ di dimensioni smisurate. In pratica, i nemici ci sono e sono molti. E già immagino certi cattolici che frequentano le parrocchie e certi progressisti che certamente non accettano mai e poi mai che la Chiesa possa avere nemici. Tesi come quelle di Barra o del libro di Tornielli e Rodari, saranno bollate subito come integraliste, fatte da gente  che vede nemici dappertutto.

Giovanni Zenone lo ha scritto chiaramente nella prefazione al libro I Nipotastri di Voltaire, edito da Fede & Cultura, “oggi i cattolici, o ecclesiastici ‘adulti’, affermano che per essere cristiani non si devono avere nemici. Come se Cristo non ne avesse avuti e non ci avesse profetizzato che avremmo fatto – ma anche subito – cose ben più grandi di quante ne fece e subì Lui. Si sentono anzi pastori deviati che invitano ad abbracciare non solo le persone dei nemici, ma anche le loro ideologie. Una cosa del genere è comprensibile per chi sta fuori dalla Chiesa, ma non è accettabile che si trovino in parrocchia o sui giornali cattolici recensioni entusiastiche di personaggi di dubbia fede che vengono invitati in cattedra da chi avrebbe invece il dovere, da quella cattedra, di insegnare la dottrina che porta alla salvezza”.

Da quando è asceso al soglio di Pietro, Benedetto XVI è stato bersagliato dagli attacchi, cinque anni di attacchi al suo magistero sapiente e illuminato e decisamente contro corrente. Il Papa esplicitamente e chiaramente ha esposto senza edulcorazioni la visione della fede, che quasi mai è stata accolta dalla nostra società che è fortemente laicista e secolarizzata. Anzi spesso reagisce attaccando il Papa e la Chiesa come nei recenti casi di pedofilia del clero. Benedetto XVI, ha chiesto più volte di fare penitenza e di pregare ai suoi sacerdoti.

Nel libro Attacco a Ratzinger gli autori fanno una cronaca attenta fin nei particolari, ai retroscena degli attacchi da parte di un’incessante campagna mediatica contro Benedetto XVI. Rodari e Tornielli elencano dieci episodi principali, e a proposito di ognuno forniscono dettagli in parte inediti. Si inizia il 22 dicembre 2005 quando il Papa tiene il suo primo discorso alla curia romana, qui Ratzinger chiarisce che il Concilio Vaticano II non fu un momento di rottura con il passato. Sbaglia chi vede nel Concilio una cesura rispetto alla tradizione della Chiesa. Sbaglia chi, partendo dal Concilio, propone una rivoluzione generalizzata nella Chiesa e non consideri quanto negli anni precedenti è stato conquistato. Chi interpreta così il Concilio non fa altro che allinearsi alla “simpatia dei mass media e anche di una parte della teologia moderna”. Da allora sono iniziati gli attacchi provenienti dai diversi mondi, fino ad arrivare a non farlo parlare come è successo all’Università La Sapienza di Roma. Ma il Papa fece conoscere il suo discorso dove scrisse di non volere imporre la fede.

Ancora più forte si è manifestata l’offensiva contro il Papa dopo il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, il quale contiene una citazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo (1350-1425) giudicata da alcuni offensiva nei confronti dell’islam e dei musulmani. Ne nasce una grande furiosa campagna contro Benedetto XVI, alimentata sia da organi di stampa occidentali sia dal fondamentalismo islamico, che degenera in episodi violenti. A Mogadiscio, in Somalia, è perfino uccisa una suora.

C’è un vero e proprio coro dei mass media a cui si uniscono esponenti cattolici ostili al Papa. In questa faccenda emerge per la prima volta anche una certa debolezza nel sistema di comunicazione della Santa Sede, molto lento rispetto alla velocità delle polemiche nell’era di Internet e non sempre capace di prevedere in anticipo le conseguenze delle parole più “forti” del Papa, prendendo per tempo le necessarie contromisure. Anche se per lo specialista gesuita padre Khalil Samir Khalil, il discorso di Ratisbona  non è stato affatto una gaffe del Papa bisognosa di correzione, ma di un passaggio integrale e ineludibile in un’analisi sui problemi dell’islam contemporaneo e sulla sua difficoltà a impostare correttamente il rapporto fra fede e ragione. Paradossalmente, rilevano gli autori, queste motivazioni profonde del passaggio sull’islam nel testo di Ratisbona sono state comprese da molti intellettuali musulmani, ma rimangono ostiche o ignorate per la grande stampa dell’Occidente.

“Ratzinger ferisce non solo quando parla. Ma anche quando prende decisioni che entrano nel profondo della vita della Chiesa. Tra queste la firma del Motu proprio Summorum Pontificum che ha liberalizzato il rito antico e la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani”. (Paolo Rodari, Il Papa sotto tiro, settembre-ottobre 2010 Il Timone). Nella liberalizzazione della Messa con il rito detto di San Pio V,  appare evidente il ruolo del dissenso progressista, in questo caso si nota una “sconfortante resistenza di liturgisti, riviste cattoliche, intellettuali con un accesso diretto ai grandi media come Enzo Bianchi ma anche vescovi e intere conferenze episcopali che si agitano, si riuniscono, arruolano la stampa laicista e tramano in mille modi per sabotare il motu proprio”. (Massimo Introvigne, I Tre nemici del Papa, Cesnur.org)

Il sociologo delle religioni, nota che“chi combatte il motu proprio difende l’egemonia di quell’interpretazione del Vaticano II in termini di discontinuità e di rottura con tutta la Tradizione precedente che Benedetto XVI ha tentato in molti modi di correggere e scalzare”. Dunque la posta in gioco non è solo la liturgia, ma l’interpretazione del Concilio Vaticano II. L’accusa è sempre la stessa: il Papa vuole tornare a prima del Concilio. “E’ una paura infondata”, secondo il Pontefice, “Questo Motu proprio è semplicemente un atto di tolleranza, a fini pastorali, per persone che sono state formate in quella liturgia, la amano, la conoscono, e vogliono vivere con quella liturgia”.

Inoltre il progressismo si è scatenato contro il Papa per la remissione della scomunica del 2009 nei confronti dei quattro vescovi “lefebvriani” e in particolare per uno di loro mons. Richard Williamson, per il suo sostegno alla negazione del cosiddetto Olocausto ebraico.  “Al di là del merito della questione, – afferma Introvigne – è evidente che la Santa Sede non condivide queste tesi – lo stesso Benedetto XVI le ha ripetutamente condannate – e che qualunque persona dotata di buon senso sarebbe stata in grado di rendersi conto che un provvedimento in qualche modo favorevole a un sostenitore della posizione “revisionista” sull’Olocausto non avrebbe mancato di scatenare una tempesta mediatica. Il problema, dunque, è quando la Santa Sede è venuta a conoscenza delle tesi di mons. Williamson in tema di Olocausto.

Qui purtroppo appaiono evidenti gli errori della comunicazione all’interno della Santa Sede, secondo Tornielli e Rodari, bisognava accompagnare immediatamente, la pubblicazione della revoca della scomunica, con una chiara precisazione sul fatto che la remissione delle scomuniche non ha nulla a che fare con le tesi di Williamson sull’Olocausto, che il Papa in nessun modo condivide. Questa precisazione è venuta solo diversi giorni dopo, dando l’impressione che la Santa Sede si trovasse in imbarazzo e sulla difensiva. Inoltre, come il Papa stesso ha rilevato nella sua lettera dell’11 marzo 2009 sul tema, già prima dell’intervista rilasciata in Svezia le posizioni di mons. Williamson comparivano su diversi siti Internet e “seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie”.

In questa faccenda emergono altri due elementi. Il primo è la grandezza d’animo di un Papa che si assume personalmente la responsabilità di ogni errore eventualmente commesso, rompendo con una lunga prassi secondo cui in questi casi ogni colpa è attribuita ai collaboratori. Il secondo è che, pur essendo evidente che al momento della firma del decreto Benedetto XVI non conosceva le posizioni di mons. Williamson sull’Olocausto, la campagna della stampa laicista ha avuto successo perchè noti esponenti cattolici hanno subito attaccato il Papa “vendicandosi”così del motu proprio. A questo proposito, scrive lo stesso Pontefice: “Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”.

Ci fermiamo qui a domani per la continuazione, ricordando agli amici lettori che questi sono temi che non si possono esaurire in poche battute, come fanno spesso i giornali; per conoscerli occorre dedicare tempo e fatica. Per chi vuole “tutto in tre minuti” c’è sempre il telegiornale.

DOMENICO BONVEGNA

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