Un saggio di Rodney Stark fa chiarezza
di Luca Negri
Tratto da L’Occidentale il 29 maggio 2011

Forse è vero che l’anticristianesimo, o meglio l’anticattolicesimo, è l’antisemitismo dei colti. Colti mica tanto, però; i pregiudizi e i luoghi comuni sulla storia della Chiesa paiono fondarsi soprattutto sull’ignoranza settoriale dei pretesi intellettuali, sul pigro affidarsi alla propaganda ideologicamente partigiana di certo illuminismo settecentesco e della massoneria ottocentesca. Diversi luoghi comuni privi di riscontro scientifico sono stati ereditati di sciatteria in sciatteria fino a giungere alle bocche dei fanatici che scrivono sul forum dell’Unione Atei Agnostici Razionalisti e all’anticlericalismo da classifica di Piergiorgio Odifreddi. Ogni tanto, però, esce qualche libro che fa un po’ di chiarezza, come A gloria di Dio. Come il cristianesimo ha prodotto le eresie, la scienza, la caccia alle streghe e la fine della schiavitù, appena edito da Lindau. La lettura di questo tomo di oltre cinquecento pagine dovrebbe essere imposta ai sacerdoti, i primi che spesso ignorano la storia dell’istituzione di cui fanno parte e non si risparmiano castronerie tenendo la predica domenicale. Ma soprattutto sarebbe un ottimo libro di testo per molti corsi universitari.

Infatti l’autore, Rodney Stark, è docente di Scienze sociali presso la Baylor University del Texas. Un particolare non da poco; Stark non è un apologeta cattolico (nemmeno è di confessione cattolica) né un libellista che intende stupire con tesi controcorrente ed originali. E’ un sociologo, uno scienziato che lavora su fonti storiche, dati, statistiche. Raramente offre a lettori e studenti opinioni proprie, semmai teorie sempre motivate, ed ampie bibliografie per suffragare le sue conclusioni (quella del libro in questione conta circa cinquanta pagine). Così è stato per le sue opere precedenti, fra le quali ricordiamo il fondamentale “Gli eserciti di Dio”, dove dimostrava che le crociate non furono atti di guerra imperialista dell’Europa malvagia contro il pacifico islam ma “una reazione obbligata all’aggressività di un’orda che si spingeva sempre più in là e che doveva essere fermata”. Le leggende metropolitane che Stark demolisce per mezzo di questo nuovo saggio sono in sintesi le seguenti: la civiltà cattolica medioevale e moderna ha ferocemente sterminato gli eretici, messo sul rogo centinaia di migliaia, se non milioni, di streghe, impedito il progresso della scienza, benedetto la politica colonialista e schiavista delle potenze europee. Però la verità, quella che rende liberi, è un’altra. Così si deduce volendo leggere veramente la storia, non fermandosi ai capitoletti dei libri delle scuole medie o alle divulgazioni televisive.

Stark ci ricorda che dal VI secolo fino all’XI inoltrato Roma “non intraprese alcuna azione nei confronti delle eresie” e fu molto tollerante nei confronti del paganesimo ancora diffuso in gran parte dell’Europa. Con quasi tutte le sette passò “secoli in futili tentativi di compromesso ideologico”. Infine diede dimostrazione di gran capacità nell’assorbire le eresie, nell’“incapsulare l’impulso settario all’interno della propria struttura istituzionale”, soprattutto grazie agli ordini religiosi. I nemici dell’ortodossia divennero pungolo inevitabile, stimolo al cambiamento, allo scuotimento del “lassismo nel gruppo di potere religioso” (proprio il “lassismo dei monopoli” descritto da Adam Smith). I grandi massacri, come quelli dei catari o degli ugonotti, ebbero motivi certamente più politici che dottrinali. La tolleranza cattolica si interruppe al cospetto della seria minaccia esterna rappresentata dall’islam; la mobilitazione per le imprese in Terrasanta ridusse gli spazi di libertà ed ispirò le prime stragi di ebrei; compiute da cavalieri improvvisati, però, e condannata, ostacolata per quanto possibile dalle gerarchie ecclesiastiche.

Dunque nessun olocausto di eretici. Ma per quanto riguarda le streghe? “Pochi argomenti hanno generato così tante sciocchezze e assolute invenzioni come la caccia alle streghe”, scrive Stark. “Perfino l’attuale letteratura abbonda di cifre assurde sul numero delle streghe condannate”. Non furono milioni, ma 60. 000 circa (facendo una stima abbondante) nel corso di ben tre secoli. Certo non sono poche, ma la differenza degli zeri è significativa: è quella che corre fra il controllo sociale della devianza e la tirannia totalitaria. Ma le sorprese non finiscono qua. Siete affezionati all’immagine dell’inquisitore medioevale che getta nel fuoco carrettate intere di belle e conturbanti streghette? Dimenticatela. Prima di tutto, almeno un terzo dei condannati erano uomini, stregoni insomma. Poi i tribunali ecclesiastici, in primis la famigerata Inquisizione spagnola, risultano dai documenti di gran lunga più garantisti e cauti di quelli sotto il controllo del potere politico o improvvisati dal popolo (oggi diremmo dalla “società civile”). I cattolici, comunque, assolvevano quasi sempre, mentre i protestanti erano di gran lunga più severi (il record della condanne spetta alla Svizzera, seguita dalla Germania, fanalino di coda una sorprendete Spagna). A proposito di protestanti, furono loro a scovare un nesso accusatorio fra la pratica della magia naturale e il satanismo; ossessione invece rarissima nei paesi mediterranei.

Forse queste streghe e stregoni erano proletari che praticavano una primitiva lotta di classe contro i potenti? Mica tanto. Spesso appartenevano alla classe media urbanizzata. Senza dubbio ci andarono di mezzo molti innocenti, ma non è escluso che certe accuse non fossero completamente infondate e comprendessero altri reati come lo stupro, la circonvenzione, l’infanticidio. La caccia alle streghe terminò comunque con la pace di Vestfalia, nel 1648, con la fine della guerra dei Trent’anni, e della conseguente tensione così simile a quella dell’epoca delle Crociate che avevano messo nei guai gli eretici di qualche secolo prima. Quante condanne vi furono in Italia? Poche, nemmeno un centinaio in tre secoli; il diritto canonico prescriveva la pena di morte solo in casi eccezionali.

Ma nel Medioevo, tutti credevano che la terra fosse piatta? Figuriamoci, basterebbe andare a leggersi Tommaso d’Aquino, rileggersi Dante, scoprire che già nel VII secolo il Venerabile Beda (il padre della datazione “prima e dopo Cristo”) scriveva di trovarsi su di una sfera rotante e non su di un tavoliere galleggiante nello spazio. Stark afferma il contrario di Odifreddi e dei sui fan: “non esiste nessun conflitto intrinseco fra religione e scienza, anzi la teologia cristiana fu essenziale per la nascita della scienza”. Il Medioevo non fu un’epoca buia d’ignoranza e superstizione, tutt’altro: vi fu un “rapido e profondo progresso tecnologico” che ci lasciò le ruote idrauliche, i mulini, gli orologi meccanici, le bussole (inventate anche dai cinesi, che però non sapevano che farsene). Le principali figure scientifiche del XVI e XVII, secolo erano poi tutti devoti cristiani e non certo aspiranti soci dell’UAAR e l’eliocentrismo era un prodotto con sopra il marchio delle università cattoliche, dall’insegnamento di Ockham a quello di Copernico. Sulla vera storia del processo a Galileo si sono sovrapposte un bel po’ di esagerazioni, e le omissioni sulla profonda fede e gli studi teologici di Newton hanno un che di vergognoso. La scienza moderna, dunque è figlia in gran parte del tomismo e lo stesso si può dire del concetto stesso di libertà.

“Per l’opposizione morale alla schiavitù fu essenziale la teologia cristiana”, afferma Stark. Il possedere schiavi fu considerato peccato grave e venne proibito dalla Chiesa durante tutto il Medioevo, dai temi di Clodoveo (VII secolo d. C.) in poi. Quella deprecabile usanza conosciuta in tutto il mondo antico, nessuna civiltà esclusa, scomparve in Europa solo con l’affermarsi del società feudale. Ma l’ultimo dei marxisti può obbiettare che c’erano comunque i “servi della gleba”, no? Niente a che vedere, come riconoscono tutti gli storici del periodo, Marc Bloch compreso. I contadini che zappavano all’ombra del castello “godevano di libertà assolutamente sconosciute agli antichi schiavi”: avevano un’anima, erano persone e non oggetti di proprietà del padrone, potevano gestirsi i tempi di lavoro, ed avevano diritto a giorni di riposo santificati. Non erano paria, ma individui pienamente inseriti nello schema di “obblighi reciproci” tipico della società feudale. Non appena la vera schiavitù ricomparve nel XV secolo per trovare forza lavoro diretta nel Nuovo Mondo, cominciò la secolare sfilza di bolle pontificie che condannavano il fenomeno. L’evidenza storica del fatto che non fossero inascoltate dal potere politico e da quello economico dimostra solo quanto poco potere detenesse la stessa Chiesa di Roma. Furono comunque i gesuiti a mettere in crisi il modello schiavista nel centro e sud America, mentre altri cattolici fecero la loro parte, in compagnia dei quaccheri, all’interno del movimento abolizionista statunitense. Certo rimane la macchia indelebile del turpe commercio di uomini praticato da europei battezzati, con la complicità però dei mercanti africani delle coste che catturavano e vedevano gli uomini e le donne del loro stesso continente. E la macchia è condivisa dal mondo islamico, che mai smise di schiavizzare, e perfino da alcune tribù indiane del Nord America. Vi furono europei favorevoli alla schiavitù, ma non cercateli fra i cattolici. Li trovate nei salotti intellettuali degli illuministi. I loro nomi? Hobbes, Voltaire, Montesquieu, Mirabeau.