di Gaetano Quagliariello
Tratto da L’Occidentale il 9 agosto 2009

Una vulgata storica senz’altro romantica ma oggettivamente  semplicistica ascrive al Papato di Giovanni Paolo II la caduta del Muro di Berlino.

Non vi è dubbio che l’operato del Pontefice polacco abbia dato un importante contributo al collasso del blocco comunista che nell’abbattimento della cortina ha avuto uno dei suoi momenti più evocativi. Ma si farebbe un torto alla complessità della storia dei popoli e delle nazioni se non si riconoscesse che ad accompagnare il crollo del Muro sono stati anche processi più lunghi, che hanno sedimentato nel tempo fino a mettere in crisi il partito comunista sovietico come fulcro e grande regolatore dell’Impero orientale, determinandone l’implosione dall’interno.

In ogni caso, nella lunga fase di assestamento che seguì la fine dell’ordine bipolare del mondo – e che per molti versi dura tutt’oggi – Karol Wojtyla accarezzò l’idea di una grande rivoluzione spirituale che potesse spirare dall’Occidente e in particolare dall’Europa, a giudizio del Pontefice meno esposta rispetto all’America a quel processo di secolarizzazione e di diffusione del consumismo che lo preoccupava profondamente e ha occupato ampi spazi nella sua riflessione.

E fu probabilmente proprio questa considerazione dicotomica della qualità spirituale delle due sponde dell’Atlantico a guidare Giovanni Paolo II nell’ultima fase, per alcuni aspetti drammatica, del suo Pontificato. Quando, cioè, ripensando anche alcune posizioni assunte in precedenza (nel 1984, contro una forma di pacifismo “che sarebbe del lassismo o una semplice preservazione della tranquillità”; o nel 2001, quando parlò del pacifismo come “una scatola nella quale ci si può mettere di tutto”), si espresse in termini molto duri nei confronti dell’intervento militare in Iraq, giungendo a intravedere nel movimento per la pace una occasione di rinnovamento spirituale.

I termini dell’impegno di Wojtyla contro l’operazione “Iraqi freedom” possono essere letti in continuità con la visione di Papa Giovanni XXIII: non appare in tal senso casuale, nel corso della celebrazione della giornata della pace nel gennaio del 2003, il riferimento all’enciclica “Pacem in terris” che Roncalli aveva firmato nell’aprile del ’63, pochi mesi dopo che il mondo si era trovato sulla soglia di un conflitto nucleare. Dall’evocazione del documento di Giovanni XXIII trasparì l’intento di recuperare il senso profetico di quel testo e di attualizzarlo attraverso l’enfatizzazione delle analogie fra la situazione mondiale del 1963 e quella di quarant’anni dopo, e di salvaguardare e garantire le ragioni del diritto internazionale, promuovendo la crescita di un organismo sopranazionale in grado di arginare l’eventuale deregulation dei conflitti e regolare i rapporti tra gli Stati alla luce del messaggio cristiano.

Da quest’ottica discese anche l’attiva difesa dell’Onu che la diplomazia vaticana avrebbe praticato nei mesi successivi. Ed è interessante a questo proposito osservare dopo soli sei anni come l’enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI abbia offerto, seppur in un diverso contesto argomentativo, una prospettiva così differente circa la reale capacità delle Nazioni unite di operare con efficacia per il bene dei popoli e delle nazioni.

Altrettanto significativa, per comprendere appieno la posizione del Pontefice in quel tempo, è la definizione che Wojtyla diede dei cristiani prima dell’Angelus del 23 febbraio: “sentinelle di pace” in luogo del concetto evangelico “facitori di pace”, espressione che fece presupporre una funzione conservativa e passiva, più prossima ai principi del pacifismo integrale. A fine marzo, rivolgendosi ai cappellani militari, Giovanni Paolo II antepose il rigetto della guerra da parte della coscienza collettiva alla sua stessa presunta illegittimità giuridica, giungendo persino a benedire il movimento pacifista.

L’incisività dell’intervento del Pontefice alla vigilia dell’operazione militare in Iraq, tuttavia, non deve trarre in inganno: il dissidio tra Wojtyla e gli Stati Uniti non ha avuto inizio con la guerra finale a Saddam. Fu Francesco Margiotta Broglio a cogliere con pervicacia questo aspetto, osservando sulle colonne del “Corriere della Sera” come le origini della diffidenza vaticana nei confronti dei vincitori della guerra fredda risalissero in realtà all’indomani della caduta del Muro.

Scriveva Margotta Broglio: “La prospettiva di una espansione non tanto delle idee democratiche e dei diritti umani, quanto del consumismo e del connesso rilassamento dei costumi, di cui, a torto o a ragione, vengono considerati responsabili gli ‘americani’; lo scarso appoggio Usa al reinserimento delle gerarchie cattoliche all’Est (soprattutto in Russia); la reiterata contrarietà romana al mantenimento della pena di morte, sono alcuni elementi di un crescente antiamericanismo vaticano, tacito o espresso che sia”. Furono questi “residui” – in realtà di non eguale importanza – venendo a contatto con la contingente situazione internazionale, a spingere Wojtyla a ritenere che attorno al tema della pace potesse sorgere un movimento di rinascita spirituale del quale, in Occidente, sarebbe stata l’Europa a farsi interprete, più che quell’America consumista e secolarizzata alla quale il Pontefice si era rivolto dal Kazakhstan, subito dopo l’11 settembre, affermando che quella tragedia avrebbe dovuto provocare, prima ancora che una reazione contro gli aggressori, anche e soprattutto una riflessione da parte delle vittime.

Tale fiducia nel risveglio spirituale dell’Europa contrapposto al secolarismo guerrafondaio d’Oltreoceano fu però presto smentita dai fatti. Il dilagare del terrorismo internazionale, in Iraq come nelle capitali europee, l’attacco alle sinagoghe e alle chiese cattoliche, le violenze ai danni dei religiosi, hanno prodotto un fenomeno che, assai probabilmente, Karol Woytila nel marzo del 2003 non aveva previsto. Quel rinnovamento spirituale che egli ricercava in un movimento critico nei confronti dell’Occidente, disposto anche a relativizzarne i valori fondanti, si stava sviluppando anche e soprattutto sul versante opposto: tra coloro che scelsero la difesa attiva dell’Occidente e per questo avvertirono l’urgenza di riscoprirne le radici e i valori.

Ci si dovette rendere conto di quanto i processi che stavano attraversando il pianeta “orfano” del suo ordine bipolare fossero più complessi di quel che l’apparenza avrebbe potuto suggerire. E lo stesso Giovanni Paolo II si trovò a prendere atto che mentre il processo dell’unificazione europea si compiva attraverso la progressiva negazione non solo delle radice cristiane del Vecchio Continente, ma anche di una tradizione rifiutata come identità in divenire, in America lo shock della lotta al terrorismo aveva innescato un processo inverso, e proprio l’evento bellico aveva suscitato una profonda riflessione sull’Occidente, sulle sue debolezze e sulla riscoperta del suo dna e della sua identità come unico antidoto a uno smarrimento culturale e finanche esistenziale.

In Europa ha avuto il sopravvento il partito della sfida antropologica, che attraverso la traduzione delle libertà nei codici del diritto positivo ha tentato e sta tentando tutt’ora di scardinare i capisaldi dell’identità e i principi della tradizione occidentale, mettendo a repentaglio l’idea stessa di una libertà intimamente connessa alla responsabilità personale. In America, invece, indipendentemente dall’avvicendarsi di presidenti espressione degli opposti schieramenti, nei diversi Stati si sono avuti nel tempo referendum e consultazioni elettorali in netta controtendenza rispetto a quanto stava accadendo da questa parte dell’Atlantico. E non è un caso che, dopo un esordio di segno completamente opposto sui temi di biopolitica, lo stesso Obama abbia assunto al cospetto di Papa Benedetto XVI l’impegno a rivedere criticamente i propri programmi in ambito antropologico e, in questo quadro, a ridurre il numero degli aborti.

Con il passare del tempo, negli ultimi anni del Pontificato di Giovanni Paolo II, la posizione della Santa Sede nei confronti della campagna d’Iraq ha subito un’evoluzione, fino all’incontro in Vaticano con George Bush nel 2004, prima di una rielezione nella quale non poco peso ebbe l’elettorato cattolico americano. E non è un caso neppure che, al cospetto della cancellazione delle radice giudaico-cristiane dagli atti fondanti della nuova unità europea, Karol Wojtyla abbia voluto intervenire esplicitamente, anche se il suo diretto coinvolgimento non fu sufficiente, in quella fase, a conferire una completa linearità al comportamento dei negoziatori vaticani.

Da allora è trascorso un lustro, dal crollo del Muro sono passati vent’anni. Si sono esaurite le letture schematiche volte a rimarcare rotture, sono finiti i sogni di rinascita spirituale e probabilmente anche l’idea che in nome delle proprie radici si possano combattere delle guerre. Le visioni si sono fatte più critiche. E in quest’ottica è necessaria anche una breve riflessione su come oggi, nell’enciclica “Caritas in veritate”, seppure da un’angolazione diversa, Papa Benedetto XVI abbia affrontato il tema della globalizzazione e del nuovo ordine mondiale dopo la fine del bipolarismo. Da parte di Ratzinger, che sui temi fin qui esposti ha sempre mantenuto una maggiore prudenza proponendo visioni più articolate, si assiste a una interpretazione meno schematica delle dinamiche che attraversano il mondo, in virtù di un differente approccio intellettuale, ma anche per effetto di una analisi delle conseguenze di lungo periodo che sono derivate dalla rottura dell’ordine bipolare e che in realtà solo oggi, dopo vent’anni, stanno sedimentando i loro effetti consentendo letture non più impressionistiche.

L’analisi del mercato e dei processi globali che attraversa “Caritas in veritate” è inserita in una cornice epocale che Benedetto XVI ricostruisce stabilendo una continuità e una rottura. La continuità, assicurata dal principio che lui stesso definisce di fedeltà dinamica, è quella con la Populorum progressio di Paolo VI. Vi sono alcune ragioni tematiche per affermare questa congiunzione. Ma vi è soprattutto una più profonda ragione analitica che attraversa l’intero pontificato di Benedetto XVI.

Paolo VI, infatti, è il Papa del Concilio. E Benedetto XVI, richiamandolo, vuole per l’appunto riaffermare come il Vaticano II non costituisca affatto quel momento di svolta e di rottura a lungo accreditato dalle correnti cattoliche cosiddette “sociali”, ma che, nella storia della Chiesa, vi sia una continuità più profonda che assorbe anche la lettura e l’interpretazione del Concilio. Non a caso, quasi ad ogni riferimento alla Populorum progressio ne corrisponde uno che richiama la Rerum novarum di Leone XIII.

Nel documento di Ratzinger vi è una considerazione affatto pregiudiziale del cosiddetto fenomeno di globalizzazione, assunto come occasione da governare, in particolare per una riprogettazione dello sviluppo mondiale, che fin qui solo in piccola parte è stata colta. Certo la globalizzazione – come ci ricorda il Pontefice – presenta grandi difficoltà e pericoli, di fronte ai quali però la risposta non può e non deve essere il ritorno a forme di controllo statalista e di chiusura autarchica. Occorre piuttosto “prendere coscienza di quell’anima antropologica ed etica che spinge la globalizzazione stessa verso traguardi di umanizzazione solidale”.

Si tratta di una lettura per certi rivoluzionaria, soprattutto agli occhi di quanti, al cospetto della crisi e della sua durezza, si aspettavano una enciclica di rinnovata condanna nei confronti del modello capitalistico, e di rilancio di quelle letture della dottrina sociale della Chiesa di stampo pauperistico o, quantomeno, scettiche nei confronti dello sviluppo e delle sue potenzialità. E’ proprio ribaltando questa aspettativa che Benedetto XVI ha voluto far sì che il messaggio della Chiesa potesse penetrare i processi globali informando di sé le regole che sovrintendono al funzionamento del mercato e al rapporto fra gli Stati.

Ci troviamo ormai fuori dal mito. Viviamo in un’Europa il cui progetto deve trovare una sua definizione, perché – al di là dei suoi problemi di funzionamento – l’unità concepita negli anni dello scontro bipolare ha smarrito la sua anima. Attraversiamo il tempo di un nuovo confronto transatlantico in cui – come è stato dimostrato dall’ultimo G8 -, in un assetto non più bipolare che non può divenire unilaterale si può trovare nello smarrimento di punti di riferimento nuova linfa di dialogo. E abbiamo di fronte un Papa che forse ha difficoltà a governare la stanza del potere, come si ricava dalla sua lettera sulla solitudine, ma che per quel che riguarda la stanza degli studi e della riflessione ha voluto dare un significativo contributo nella difficile ricerca di una fase di stabilità.