di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Il papa ringrazia la folla all'ultima udienza

Quella del 27 febbraio è stata per Benedetto XVI l’ultima udienza generale del pontificato. Di fronte alla grande folla (oltre 150mila persone) che ha gremito Piazza San Pietro, il Papa ha avuto accenti di struggente commozione. Ma nello stesso tempo ha voluto lasciare un insegnamento fondamentale e urgente: la Chiesa non è nostra, è del Signore, e in momenti drammatici non dobbiamo affidarci a piccole e misere strategie umane ma alla fiducia in Dio e a quella speciale gioia che, anche nei tempi più difficili, illumina la vita della persona di fede.

Un primo momento del discorso è stato quello del ringraziamento, certo di non mera circostanza. «Sento nel mio cuore – ha detto Benedetto XVI – di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo». Ma il grazie si è poi esteso ai collaboratori, a partire da quelli più vicini. «Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è sua la prima responsabilità; e io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino». In primo luogo il Pontefice ha voluto «iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni». Per chi ha sentito il discorso dal vivo, il tono fermo e forte con cui il Papa ha scandito la parola «fedeltà» è davvero sembrato un modo per tagliare corto a tante polemiche. E così pure, in un discorso che pure ha fatto un cenno a problemi e difficoltà, le parole «sicuro e affidabile» per definire il «sostegno» ricevuto dai dicasteri e dagli uffici romani – o almeno dalla gran parte di essi – sono state sottolineate dalla voce ferma di Benedetto XVI con particolare vigore.

Dio va ringraziato sempre, in qualunque circostanza. Ma il Papa ha voluto sottolineare come non tutto vada male nella Chiesa, come dalle Chiese locali e dai continenti siano spesso arrivate in questi anni anche notizie buone. «Rendo grazie a Dio – ha detto – per le “notizie” che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore». L’indicazione è chiara: no a chi deriva dai giornali laicisti la falsa immagine catastrofica di una Chiesa ovunque in declino e in crisi, ma – al contrario – «grande fiducia» e «gioia», perché oggi come ieri e come sempre «il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e vive nella carità». E questi luoghi, grazie a Dio, esistono ancora.

Il secondo grande insegnamento che Papa Benedetto ci lascia è che la fiducia va sempre posta in Dioe non nei calcoli umani. Quando fu eletto, ha confidato, «le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza». Certo, ci sono stati «momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire».

E tuttavia Benedetto XVI dichiara di non avere mai perso la fiducia in Dio, la consapevolezza «che in quella barca c’è il Signore». Sì, «la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare». Dunque l’ultimo messaggio del Papa prima di lasciare il pontificato consiste nell’«invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno anche nella fatica».

Il terzo insegnamento è che Dio certamente guida la Chiesa ma chiede una nostra risposta, la fede. «Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!». «Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano». Si possono dire molte cose sull’Anno della fede, ma il Papa ha riassunto tutto nell’Atto di fede, che ha invitato a riprendere a recitare tutte le mattine: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio d’avermi creato, fatto cristiano…».

Infine, un elemento di fiducia – e di convinzione che la Chiesa in tanti luoghi e ambienti è ancora ben viva e vitale – il Papa lo ricava proprio dalla corale risposta alla sua decisione, dalle tante testimonianze «commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, «il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui». Molti, ancora in questi ultimi giorni, gli scrivono non «come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso». E proprio qui «si può toccare con mano che cosa sia la Chiesa – non un’organizzazione, non un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi poter toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino».

Così, nella fiducia in Dio e nella gioia – una parola chiave del suo pontificato – Benedetto XVI sentendo le sue «forze venire meno» ha «fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E ora Papa Ratzinger non pensa di «ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». Il momento è difficile, ma Benedetto XVI – citando l’esempio di San Benedetto (480-547), di cui porta il nome – ha concluso invitando i fedeli ancora una volta alla gioia e alla fiducia in Dio. «Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore».