Intervista al Cardinale Husar, Arcivescovo di Kiev
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 22 novembre 2010

Kiev (Ucraina) – La Chiesa in Ucraina era destinata a scomparire. I comunisti tentarono di liquidarla nel 1946, ma i fedeli continuarono a professare la loro fede in segreto, mantenendola in clandestinità per più di 40 anni.

Lubomyr Husar, che sarebbe poi diventato esponente di spicco della Chiesa in Ucraina, è nato nel 1933 a Leopoli. Con l’insorgere del Comunismo, la famiglia è fuggita dal Paese, trovando rifugio prima in Austria e poi nel 1949 negli Stati Uniti, dove ha vissuto per 20 anni. Il giovane Lubomyr ha coltivato lì la sua vocazione, diventando prete dell’Eparchia di Stamford degli ucraini, nel Connecticut, nel 1958.

Si è successivamente trasferito in Italia, dove ha vissuto per più di vent’anni, per approdare, infine, dopo un’assenza di 46 anni, nella sua nativa Ucraina.

Oggi, all’età di 77 anni, cardinale dal 2001, è l’Arcivescovo maggiore di Kiev.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il Cardinale ha condiviso le sue riflessioni sull’intervento della Provvidenza nella sua Chiesa che era “destinata a scomparire”.

I suoi genitori saranno stati, sicuramente, un esempio per lei. Ha sempre desiderato o sentito la vocazione?
Cardinale Husar: In effetti l’ho sentita molto presto. Credo che già prima dei 10 anni avevo in qualche modo il desiderio di diventare sacerdote. Poi, ovviamente, durante la guerra era molto difficile. Poteva essere solo un sogno da coltivare. Ma quando la guerra è finita e ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, nel 1949, è stato possibile realizzare quel sogno e sono entrato in seminario a tre settimane dal nostro arrivo.

E’ accaduto qualcosa in particolare quando aveva 10 anni o c’è stata una persona che ha suscitato in lei questo desiderio per il sacerdozio?
Cardinale Husar: Credo che sia stato il buon esempio dei preti della chiesa che la mia famiglia solitamente frequentava. La chiesa era gestita dai padri redentoristi che lavoravano con grande zelo. Predicavano molto bene e si prendevano cura dei fedeli che andavano in chiesa. Da giovane facevo parte della comunità dedicata alla Santa Vergine, nella quale i padri redentoristi ci riunivano e ci guidavano. Sono certo che questo ha in qualche modo avuto a che fare con la mia vocazione.

Lei è ora responsabile dei greco-cattolici non solo in Ucraina, ma anche nella diaspora e molti di loro si trovano negli Stati Uniti. Secondo lei la Provvidenza l’ha portata negli Stati Uniti così presto perché potesse conoscerne la cultura e la gente?
Cardinale Husar: Sono convinto che il movimento che si è verificato nella storia della nostra Chiesa, negli ultimi – diciamo – 130 anni, sin dai tempi in cui vi è stata la prima ondata di emigrazioni negli Stati Uniti – ovvero negli ultimi due decenni del XIX secolo –, che si è poi ripetuta dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale, sia stato in qualche modo provvidenziale. Il fatto che la nostra Chiesa si sia stabilita nell’America del nord e del sud, sopravvivendo a quei difficili anni di persecuzione nella Madrepatria, ci ha aiutato moltissimo. Credo che oggi si stia verificando una nuova ondata di emigrazioni negli Stati Uniti e in Canada, dove le persone trovano chiese che esistono ormai da un secolo.

Credo anche e sento che sia provvidenziale il fatto di poter servire l’intera comunità. Non solo la nostra comunità, aiutandola a mantenere la fede e la tradizione, ma che possiamo testimoniare anche ad altri l’effettiva cattolicità della Chiesa, la grandezza della Chiesa, la sua capacità di esistere in diverse culture e lingue e credo che anche questo sia un’azione della divina Provvidenza.

Lei è tornato in Ucraina solo dopo la fine del Comunismo. Qual è stata la sua prima impressione al suo ritorno in Ucraina?
Cardinale Husar: Ho visitato l’Ucraina per la prima volta nel 1990, per un breve periodo: solo per 10 giorni. Ho conosciuto sacerdoti e laici. La mia impressione è stata in qualche modo contrastante, perché da un lato vedevo persone che erano riuscite a superare un periodo molto, molto difficile, e dall’altro vedevo che queste persone, proprio a causa di ciò che avevano passato, ne erano rimaste molto influenzate negativamente.

Ora mi trovo in Ucraina da quasi 15 anni e rimango impressionato – non tutti i giorni, ma quasi tutti i giorni – nello scoprire sempre qualcosa di nuovo sulla realtà passata e sugli effetti e le conseguenze che questa ha lasciato nel cuore delle persone.

Il partito comunista, sostenuto dallo Stato comunista, ha cercato caparbiamente e in modo molto sottile di cambiare le persone, di cancellare in loro il ricordo di essere creature di Dio e di convincerle veramente di essere creature dello Stato, di essere completamente dipendenti dallo Stato. In altre parole, ha cercato di rivestirli di una diversa natura e di un diverso senso morale. Di questo ne vediamo ancora oggi le tracce, anche se molta gente, grazie a Dio, ha mantenuto la fede e va numerosa in chiesa. Ma non è facile per loro vivere quotidianamente la vita cristiana, perché sono stati educati diversamente, in modo contrario ai principi della morale cristiana.

Qual è la ferita più profonda e persistente che il Comunismo ha lasciato nei cuori o nella spiritualità della gente?
Cardinale Husar: Non saprei identificarne una in particolare, o quella peggiore, ma in generale direi che è la mancanza di fiducia nella gente, nei vicini e persino negli stessi membri della propria famiglia, perché l’intero sistema era costruito sulla paura e sulla diffidenza verso l’altro.

Lei ha detto una volta che “il problema è che l’Oriente – la tradizione bizantina – non conosce l’Occidente, la Chiesa latina, e che l’Occidente non conosce l’Oriente”. Cosa intendeva dire con questo?
Cardinale Husar: Il senso è praticamente quello letterale: che l’Europa occidentale, di cultura latina, e l’Europea orientale, sostanzialmente di cultura bizantina, non si conoscono tra loro, semplicemente a causa di circostanze storiche in cui non vi è stato un interscambio sufficiente.

Due possono esserne le cause. Una, di natura esterna, che riguarda la situazione politica, la divisione politica tra l’Europa occidentale e quella orientale, che era del tutto ovvia durante la Guerra fredda: la cortina di ferro. Questa mentalità da “cortina di ferro” potrebbe essere fatta risalire ai passati decenni ma anche secoli scorsi.

Il secondo aspetto è che l’Europa occidentale, di cultura latina, è anche una cultura cattolica, mentre nell’Europa orientale, per via delle circostanze che si sono sviluppato nel corso dei secoli, la cultura bizantina si è identificata principalmente in quelle che vengono chiamate le tradizioni ortodosse. Parlo qui di ortodossia in senso confessionale. Questo ha ostacolato l’interrelazione tra queste due culture, che oggi conosciamo come quella orientale e quella occidentale.

Il Papa Giovanni Paolo II ha parlato dei due polmoni dell’Europa: quello bizantino o ortodosso e quello cattolico. Che doni può apportare la Chiesa latina a quella bizantina, e quella bizantina, o di tradizione ortodossa, alla Chiesa cattolica?
Cardinale Husar: Qui occorre fare un po’ di chiarezza, perché gli aspetti orientale e occidentale – i due polmoni, come ha detto lei – non dovrebbero essere così univocamente identificati in quello cattolico e quello ortodosso. La maggioranza dei fedeli in Oriente è ortodossa e la maggioranza di quelli in Occidente è cattolica, ma esistono anche i cattolici nelle tradizioni orientali, quindi non dovremmo identificarli in modo così univoco.

Ciò a cui si riferiva il Santo Padre è l’interscambio di doni, in termini spirituali. Credo che esistano alcuni aspetti in Occidente e in Oriente che, se entrambe le parti li conoscessero, comporterebbero un reciproco arricchimento. Non posso qui identificarli con precisione, ma in generale uno di questi è la fede. E credo che dovremmo essere consapevoli del fatto che, sebbene abbiamo due polmoni, vi è sempre un solo cuore, e che quel cuore è Gesù Cristo che è riconosciuto dalle diverse culture in modi un po’ diversi, ma che sostanzialmente è lo stesso Gesù Cristo sia per l’Occidente che per l’Oriente. Vi sono accenti diversi e credo che questi accenti debbano essere studiati e debbano essere posti come espressione di questo scambio reciproco di doni.

Lei ha conosciuto padre Werenfried, il fondatore di Aiuto alla Chiesa che soffre. Ci può dire qual è stata l’importanza di Aiuto alla Chiesa che soffre nella storia della Chiesa greco-cattolica e qual è tutt’oggi la sua importanza?
Cardinale Husar: Tra gli anni Sessanta e Ottanta il lavoro di padre Werenfried e di Aiuto alla Chiesa che soffre, l’organizzazione da lui fondata, direi che è stato di grande amore alla nostra Chiesa, poiché ci ha aiutato quando ciò non riscuoteva consenso tra la gente.

Noi eravamo destinati a scomparire; eravamo stati liquidati. Pubblicamente non se ne poteva parlare, ma ciò nonostante padre Werenfried ci ha voluto dare tutto l’aiuto che era possibile in quei giorni di persecuzione. Credo che in questo senso – oltre a tutto l’aiuto materiale che ci ha offerto – l’aiuto morale, questa fede nella nostra Chiesa, nella sua esistenza e nella sua futura risorgenza, sia stato di un’importanza capitale per noi.

Oggi la situazione è diversa. Oggi Aiuto alla Chiesa che soffre, per esempio, ci aiuta ancora molto in certi progetti. Uno dei progetti più grandi è quello dell’Università cattolica ucraina, l’unica università cattolica nell’ex Unione sovietica.

Quando il Santo Padre Giovanni Paolo II è venuto in Ucraina nel 2001, è passato lungo il lato dove c’era il seminario e la facoltà di teologica, alla presenza dei rappresentanti dell’Università. Tra questi vi era padre Werenfried e il Santo Padre lo ha ringraziato proprio per ciò che ha fatto per noi. Credo che, in questo senso, nel contesto attuale che consente alla nostra Chiesa di essere libera e di svilupparsi, il lavoro di padre Werenfried trovi la sua continuazione.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.