In vista dell’imminente decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo

ROMA, giovedì, 17 giugno 2010 (ZENIT.org).- Il crocifisso nelle scuole pubbliche incarna l’identità religiosa del popolo italiano, un’identità aperta al dialogo e non all’esclusione. E’ quanto si legge in una dichiarazione sulla questione dell’esposizione di simboli religiosi cristiani nelle scuole diffusa questo giovedì dalla presidenza della Conferenza Episcopale Italiana al termine di una riunione.

La dichiarazione giunge quasi alla vigilia della prossima riunione della Grande Chambre della Corte europea dei diritti umani (Cedu), espressione del Consiglio d’Europa (organizzazione indipendente dall’Unione Europea di cui fanno parte 47 Stati), una sorta di Corte di appello della Cedu formata da 17 giudici, che il 30 giugno prossimo discuterà sul ricorso presentato, fra gli altri, dal Governo italiano contro la “sentenza Lautsi” del 3 novembre 2009.

Nel 2002, una signora italiana di origine finlandese, di nome Soile Lautsi Albertin, presentò un ricorso al Tar (Tribunale amministrativo regionale) del Veneto contro la delibera con la quale il consiglio d’istituto della scuola “Vittorino da Feltre” di Albano Terme, in provincia di Padova, aveva respinto la sua proposta di “escludere tutte le immagini e i simboli di carattere religioso negli ambienti scolastici in ossequio al principio di laicità dello Stato”.

Il Tar sospese il giudizio e rimise alla Corte costituzionale la valutazione della legittimità delle norme. La Consulta allora dichiarò inammissibile tale richiesta poiché si trattava di norme regolamentari e non legislative e quindi non sottoponibili alla valutazione di legittimità costituzionale.

La signora, madre di due figli, che avevano frequentato l’Istituto di Albano si rivolse allora al Consiglio di Stato, il quale giudicò infondato il ricorso.

A questo punto la signora Lautsi ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale ha affermato con una sentenza del 3 novembre 2009, che l’esposizione di un simbolo religioso di natura confessionale nelle aule scolastiche pubbliche limita il diritto dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose o filosofiche e la libertà degli alunni di credere o non credere.

La Corte di Strasburgo ha inoltre affermato che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche contrasta con la necessaria neutralità che uno Stato dovrebbe avere nell’esercizio delle proprie funzioni pubbliche e che la presenza di un tale simbolo può “ essere una fonte di turbamento emotivo per gli alunni che credono in un’altra religione o che non credono affatto”.

Il 29 gennaio scorso il Governo italiano ha quindi presentato un ricorso ribadendo che “il crocifisso è uno dei simboli della nostra storia e della nostra identità” e che “la cristianità rappresenta le radici della nostra cultura, quello che oggi siamo”.

Nel frattempo dieci Stati membri, tra cui la Russia, si sono dichiarati “amicus curiae”, cioè parte terza, davanti alla sentenza emessa contro lo Stato italiano sul caso Lautsi.

Nella dichiarazione diffusa dalla CEI il 17 giugno si legge che “la presenza dei simboli religiosi e in particolare della croce, che riflette il sentimento religioso dei cristiani di qualsiasi denominazione, non si traduce in un’imposizione e non ha valore di esclusione, ma esprime una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto valore spirituale, e come segno di un’identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà, di sostegno a favore dei bisognosi e dei sofferenti, senza distinzione di fede, etnia o nazionalità”.

“Auspichiamo – proseguono i presuli – che nell’esame di una questione così delicata si tenga conto dei sentimenti religiosi della popolazione e di questi valori, come pure del fatto che in tutti i Paesi europei si è affermato e si va sviluppando sempre più positivamente il diritto di libertà religiosa, di cui l’esposizione dei simboli religiosi rappresenta un’importante espressione”.

“Le Chiese cristiane – continua la dichiarazione – favoriscono ovunque il dialogo con altre Chiese e religioni e agiscono come parte integrante delle rispettive realtà nazionali, che in materia di simboli religiosi conoscono normative diverse e un’autonoma evoluzione sociale e giuridica”.

“Una scelta non penalizzante per la simbologia religiosa risulterebbe in linea con il principio di sussidiarietà che presiede al rapporto tra Stati e istituzioni europee, nel rispetto delle tradizioni millenarie di ciascun popolo e di ciascuna Nazione”, concludono poi.