di Riccardo Cascioli
Tratto da La Bussola Quotidiana il 4 gennaio 2011

Una lista di oltre 200 cristiani copti che vivono nei paesi occidentali, e che «è lecito uccidere», gira su internet ed è la dimostrazione più clamorosa che la persecuzione non si limita ai paesi a maggioranza islamica, ma è ormai una realtà anche in Europa.

E quel che è peggio, i governi europei sembrano incapaci di confrontarsi con questa realtà. Un allarme in questo senso era già stato lanciato il 2 gennaio in Germania dal vescovo copto Anba Damian che, in una intervista alla Bild am Sonntag, ha detto che in Germania i copti sono minacciati come in Egitto e ha chiesto protezione per la comunità. «Internet è piena di minacce contro di noi. La polizia ci ha detto diverse volte di stare in guardia contro possibili attacchi di estremisti musulmani», ha detto il presule, che ha scritto al ministro dell’Interno per chiedere protezione.

Su Internet in effetti circola liberamente una lista di cristiani copti da uccidere con nome, fotografia, indirizzo e-mail e numero di telefono, e molti di loro hanno già testimoniato di aver ricevuto minacce di morte. La metà di questi obiettivi si trova in Canada, tanti altri sono sparsi in Europa. La lista è diffusa da un sito vicino ad al Qaeda, Shumukh-al-Islam, che ha una pagina dedicata alle «Informazioni complete sui Copti» volta a «identificare e nominare tutti i copti nel mondo che vogliono diffamare l’islam». Il sito chiama i cristiani copti che vivono fuori dall’Egitto «cani della diaspora». Alcuni di loro sono accusati di voler convertire i musulmani, altri di aver pubblicamente criticato i crimini dei fondamentalisti. Shumukh-al-Islam è anche il sito che ha fornito le generalità e la foto del “fratello” responsabile dell’attentato avvenuto a Stoccolma lo scorso 11 dicembre. Sul sito inoltre si trova l’elenco di chiese copte da colpire in Francia, Gran Bretagna e Germania, oltre alle 50 in Egitto inclusa quella dei Santi ad Alessandria, obiettivo dell’attentato del 1° gennaio.

Ma il problema in Occidente non si limita ai copti, anzi i casi più gravi di violenze e intimidazioni si registrano contro gli stessi islamici immigrati in Europa, che non vogliono aderire al fondamentalismo o – peggio – si espongono pubblicamente criticandolo. «Tutti i giorni, tutti i giorni siamo sotto tiro», ci dice Souad Sbai, giornalista, fondatrice dell’Associazione delle donne marocchine in Italia (Acmid) ed eletta deputata nell’ultima legislatura nelle liste del Partito della Libertà. Anche in questo caso, posta elettronica e internet sono un mezzo formidabile per fare arrivare minacce e intimidazioni: «Insulti di ogni tipo, articoli minacciosi sul web, ma non solo: poche settimane fa a un nostro amico è stata fatta trovare nella sua macchina la testa di un animale morto». La cosa sconcertante è l’apparente impunità di cui godono gli estremisti: «Da mesi – prosegue Souad Sbai – su un blog di estremisti hanno messo anche il tipo di fucile con cui dovrei essere colpita. Ho sporto denuncia, ma il blog è ancora lì con la minaccia contro di me».

Come mai non si interviene? «E’ ormai chiaro che questi fondamentalisti godono di protezioni e complicità importanti a tutti i livelli: hanno spazi, hanno mezzi finanziari, hanno libertà di azione. Solo in Italia ci sono quasi 800 “moschee-fai-da-te”, controllate dalle frange più radicali e guai chi si azzarda a criticare ciò che dicono o i mezzi che usano per controllare la gente. Eppure, agli occhi dell’opinione pubblica, ormai si stanno rovesciando le parti, i cattivi siamo diventati noi».

Le complicità non sono difficili da individuare. Dice Souad Sbai: «A livello politico è innegabile che in questi anni una certa sinistra abbia aiutato gli estremisti. Le faccio solo un esempio: il leader di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero ha sostenuto i corsi di alfabetizzazione in moschee gestite dai fondamentalisti, accettando metodi e programmi diversi per uomini e donne. A noi invece nessuno dà una mano per sostenere corsi di alfabetizzazione che rispettino la pari dignità trauomini e donne. A livello economico, abbiamo banche – come è  successo a Siena – che concedono prestiti per la costruzione di moschee pur sapendo di avere a che fare con un’associazione islamista radicale. E poi non parliamo della stampa: è ormai chiaro che c’è una lobby di giornalisti italiani convertiti all’islam – ma non dichiarati – che si preoccupa di dare spazio e una buona immagine ai fondamentalisti. Al contrario, i giornalisti critici vengono intimiditi, vengono sistematicamente denunciati, querelati, così che non si parli del fondamentalismo islamico, della situazione delle donne, delle conversioni».

E’ una circostanza che ci conferma Valentina Colombo, giornalista, autrice di diversi libri tra cui il recente “Vietato in nome di Allah” (editrice Lindau, 2010), vittima anch’essa di quella che è ormai definita “la jihad in tribunale”. «Basta citare testualmente qualcuno dei loro leader e puntualmente arriva una querela. E’ un modo subdolo per mettere a tacere qualsiasi critica. E purtroppo bisogna constatare che il sistema funziona, perché gli editori piuttosto che affrontare costose spese legali preferiscono evitare pubblicazioni scomode».