Intervista a padre Giacobbe Elia, superiore della Fraternità Missionaria Mariana

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 4 novembre 2009 (ZENIT.org).- “E’ necessario che la nostra preghiera sia illuminata dalle preghiere liturgiche della Chiesa e da quelle dei santi”. E’ quanto afferma padre Giacobbe Elia, superiore della Fraternità Missionaria Mariana e autore di un libro dal titolo “Le preghiere della Tradizione Cristiana” (Fede & Cultura).

Molti genitori, soprattutto quelli della generazione nata dopo gli anni Sessanta non insegnano più a pregare ai loro figli. Così o ci sono i nonni che insegnano le preghiere oppure le nuove generazioni non hanno l’abitudine di iniziare la giornata con la preghiera. Come fare per riaccendere la passione nel rapporto con il Signore?

Padre Giacobbe: Purtroppo! Le ideologie hanno ingannato l’uomo convincendolo di ateismo, e sono riuscite a superare le difese di quanti ancora resistevano nella fede insegnando con brutalità che Dio, se c’è, sta in cielo; ma che in questo mondo dobbiamo sbrigarcela noi, con il solo aiuto dello Stato che, grazie a Dio, si prende cura di ciascuno di noi meglio di qualunque mamma.

Il risultato di questa mistificazione diabolica sono l’infelicità e la solitudine, cui accennavo.

Oggi non temiamo di giustificare e anche difendere quanti si macchiano e propugnano delitti infami, ma ci vergogniamo di parlare di Dio, temendo di venire emarginati come  reazionari, come rozzi cafoni.

Invochiamo leggi punitive per chi abbandona un povero animale, che null’altro chiede se non di amare ed essere amato, e uccidiamo i nostri figli nel chiassoso silenzio dei nostri ospedali.

Come sperare che i figli dei sessantottini sentano dalla bocca dei loro genitori o da quella dei loro nonni l’annuncio sconvolgente del Dio che si è fatto uomo, è morto ed risorto per amore loro?

Lo scenario è sconfortante e indurrebbe noi cristiani a defilarci dalla storia, se non fossimo certi che Cristo ha vinto il mondo e le porte degli inferi mai prevarranno. E la fiducia in Lui, in Cristo, che sostiene e motiva la nostra fede, facendoci sperare contro ogni ragionevole evidenza.

Ma, saremmo ingiusti, se accusassimo i soli genitori di essere venuti meno al loro compito di evangelizzatori.

Molti uomini di Chiesa – lo dico con dolore – da decenni  hanno adeguato il loro linguaggio a quello del mondo e ridotto la loro missione a un’opera sociale di ausilio allo Stato, laddove questo non è in grado di affrontare alcune emergenze. Questo atteggiamento in sé buono e meritorio diventa, però, perverso quando sacrifica la potenza del Vangelo agli interessi mondani, quando cioè riduce la teologia a ideologia.

La preghiera s’impara a casa e in Chiesa. Ma è in Chiesa che si approfondisce lo studio delle formule imparate e se ne gusta tutta la fragranza.

Quando nel vescovo e nel sacerdote viene meno questo dovere magisteriale le altre attività rischiano di diventare fuorvianti.

Quali sono le preghiere della Tradizione che sono state dimenticate e che lei consiglierebbe di conoscere?

Padre Giacobbe: Non ho dubbi. Anzitutto, i princìpi  della vita cristiana, che non a caso ho voluto come primo capitolo del mio libro.

Provi a chiedere in giro ai nostri fedeli i misteri principali della nostra fede, i comandamenti della carità, le beatitudini, le virtù, i novissimi… e constaterà una diffusa ignoranza della nostra religione, unita alla spocchia nei cosiddetti cristiani adulti di sapere tutto, anche i limiti dentro i quali al Vicario di Cristo è consentito parlare.

Un posto particolare penso debbano avere le devozioni che hanno scandito la vita di intere generazioni: la devozione al sacro Cuore di Gesù e di Maria, al Preziosissimo Sangue, alla divina Misericordia, all’augusta Madre di Dio, agli Angeli, a san Giuseppe, ai Santi, ai defunti, il cui ricordo ci conferma nella risurrezione futura.

Che cos’è e quanto conta la preghiera nella vita di un cristiano?

Padre Giacobbe: Tutto. Nella Prefazione del mio libro il Cardinale Angelo Comastri osserva: «Il Curato d’Ars, nel secolo diciannovesimo, ha svolto il suo apostolato nella cornice di un’ epoca straordinariamente difficile ed acremente ostile al Vangelo di Gesù: i lumi della ragione deridevano il lume della fede! Cosa poteva fare, cosa poteva opporre un curato semplice e intellettualmente poco dotato, come don Giovanni Maria Vianney? Eppure egli divenne punto di attrazione per tutta la Francia: la sua Messa e il suo Confessionale erano mèta di folle innumerevoli. Perché? Semplicemente perché il Curato d’Ars viveva una vita diventata preghiera e, quindi, diventata trasparenza di Dio!».

La preghiera è il nostro incontro personale con il Dio vivente, riconosciuto solo in Cristo come nostro Padre.

Gesù non è soltanto il Maestro che ci insegna a pregare, ma è Colui che  trasforma con la potenza dello Spirito Santo la nostra preghiera in preghiera della Chiesa, alla quale noi apparteniamo per la grazia del Battesimo.

Egli – spiega  S. Agostino – è  il sommo ed eterno Sacerdote che «Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio».

Ecco perché è necessario che la nostra preghiera sia illuminata dalle preghiere liturgiche della Chiesa e da quelle dei santi, come insegna il santo Padre Benedetto XVI nella Spe Salvi (n.34).

Lascio, infine, volentieri la parola a san Bonaventura, il filosofo profondo e il biografo appassionato di san Francesco d’Assisi: «Che cosa cerchi tu che non possa trovare in Cristo? Se sei malato, egli è il medico. Se sei in esilio, egli è la guida. Se tu sei desolato, egli è il re. Se tu sei combattuto, egli è il difensore. Se hai sete, egli è la bevanda. Se hai freddo, egli è il vestito. Se sei triste, egli è la gioia. Se stai nelle tenebre, egli è la luce. Se sei orfano, egli è il Padre. Egli è lo sposo, l’amico, il fratello. Egli è l’altissimo, l’ottimo, il misericordiosissimo, il fortissimo, il bellissimo, il sapientissimo, colui che senza fine governa ogni cosa. Ma perché tante parole? Tutto ciò che tu puoi volere, Gesù Cristo è».