Intervista a padre Giacobbe Elia, autore di un libro per tornare a pregare

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 3 novembre 2009 (ZENIT.org).- La preghiera è il mezzo che porta alla contemplazione e al dialogo con Dio, ma il mondo secolarizzato considera le orazioni perdite di tempo, e quel che è peggio è che anche nel mondo cattolico molte preghiere sono state dimenticate.

Per riscoprire la bellezza e la solennità delle preghiere, padre Giacobbe Elia ha svolto una ricerca e pubblicato un libro dal titolo “Le preghiere della Tradizione Cristiana” (Fede & Cultura).

Autore di diversi libri, il sacerdote è superiore della Fraternità Missionaria Mariana, medico, specializzato in teologia dogmatica, esperto di bioetica, ed anche esorcista.

Il libro raccoglie preghiere antiche e moderne dei più influenti mistici e santi della spiritualità cristiana d’Occidente e d’Oriente.

Nel volume di padre Giacobbe, si trovano le più belle orazioni, inni, intercessioni, salmi cantici e devozioni per chi vuole nutrire l’anima e stare in intimo colloquio con Dio.

Le preghiere sono state scelte pensando ai vari momenti che scandiscono la vita dell’uomo, meditando e spiegando l’essenza della vita cristiana, passando dai misteri di fede ai comandamenti della carità, dalle beatitudini ai dieci comandamenti. Dai precetti della Chiesa ai sette sacramenti.

E poi i sette doni dello Spirito Santo, le tre virtù teologali, la quattro virtù cardinali, le sette opere di misericordia corporale e spirituale, i sette vizi capitali, i sei peccati contro lo Spirito Santo, i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio e infine i quattro Novissimi.

Nell’introduzione il Cardinale Angelo Comastri riporta l’esortazione di Madre Teresa di Calcutta, la quale sottolinea che “soltanto chi prega può capire la bellezza di Dio e la necessità di Dio; soltanto chi prega può avvertire il fremito d’Amore che viene da Dio e investe la vita e la incendia d’Amore”.

Il porporato ricorda che la storia dell’apostolato cristiano è piena di lezioni che incitano e sollecitano la preghiera.

Per questo motivo il libro di padre Giacobbe può aprire il cuore del lettore al dialogo con Dio attraverso un’ampia e solida strada costruita con le preghiere.

Per capire la profondità e la meraviglia di questa affascinante ricerca di Dio con la preghiera, ZENIT ha intervistato padre Giacobbe Elia.

Perché un libro sulle preghiere della Tradizione Cristiana?

Padre Giacobbe: A giugno 2007 nell’Aula Magna del Rettorato della Università “La Sapienza” di Roma, tempio di un laicismo duro a morire – come ha dimostrato il paradossale ostracismo nei confronti di Benedetto XVI, uno dei Papi più luminosi della storia della Chiesa – fui invitato a concludere un interessante convegno sul diverso modo di affrontare la malattia (e la guarigione) da parte dei credenti.

Il convegno, organizzato dagli Istituti di Psichiatria e di Lettere, completava le sue giornate di studio e dibattito con la proiezione del film “7 Km da Gerusalemme” del regista Claudio Malaponti (anch’egli presente insieme ad Alessandro Etrusco, l’attore protagonista) e un’ultima tavola rotonda.

Tutti sostanzialmente erano d’accordo sulla funzione “anche” terapeutica della fede che, accendendo nel credente la speranza,  lo rende più ottimista in vista della guarigione; e, comunque, meno lamentoso e più  disposto a collaborare con i medici.

Visto il film e iniziata la tavola rotonda stimolai delle riflessioni sulla Persona di Gesù e sulla Trinità, osservando che la Persona di Gesù, viene spesso presentata – anche in ambienti colti ma non di teologia – svuotata del suo vertiginoso mistero (In principio era il Verbo… Prima che Abramo fosse, io Sono… Io Sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine… e il solo giudice dei vivi e dei morti, come attesta Pietro in At 10,42),  deformata e addomesticata rispetto a quella che emerge dalla sobrietà dei Vangeli e dalla Tradizione costante della Chiesa, cosicché la Trinità, con la sua provvidenziale economia salvifica, si dissolve in una sterile concezione deistica incapace di risolvere il problema del dolore e della morte.

Mostrai pure l’intima relazione tra fede e ragione e tra preghiera e fede. Perché è la preghiera a renderci in Cristo familiari con il mistero ineffabile di Dio, Uno e Trino, a illuminare la nostra intelligenza, a farci più consapevoli del senso della nostra vita e ad aiutarci a rispondere in modo più soddisfacente alle domande ineludibili di ogni uomo: chi sono, da dove vengo e dove vado?

Proposi come chiave ermeneutica la felice intuizione di Anselmo: «Non cerco di comprendere per credere, bensì credo per comprendere» (Proslogion, 1,100,19), ricordando che ‘ogni dono perfetto’, a iniziare dalla vita e dalla sapienza, viene dall’alto, dal Padre della luce.

Con sorpresa notai che in quello stesso Ateneo, dove mi sono laureato in Medicina anni prima, la quasi totalità dei partecipanti continuava ad avere uno scarso interesse per la vita della Chiesa, ma mostrava, invece, un’ attenzione nuova e sincera per l’evento cristiano.

Rimasto solo mi tornarono alla mente i volti di molti giovani, che dopo essersi confessati, in occasione di missioni al popolo, non solo non erano in grado di dire l’ “Atto di dolore”, ma nemmeno l’Ave Maria, perché “nessuno” aveva mai loro chiesto di “imparare qualche preghiera a memoria”.

Erano, anzi, sorpresi della richiesta che precede l’assoluzione: “dì l’ Atto di dolore”; e ancor più della mia confusione per la loro ignoranza.

Persino quelli che frequentavano regolarmente la parrocchia si dicevano scettici sulla necessità della confessione e dichiaravano candidamente di fare solo delle preghiere spontanee e di conoscere poco o nulla del  ‘Mistero’ della Chiesa.

Rividi con un brivido la figura nobile di un anziano frate che mi confidava pensoso: “Certe allegre primavere dello “spirito” sono solo il preludio di un freddo inverno”.

E subito ricordai una critica impietosa, letta molti anni prima, che mi aveva colpito profondamente per la sua crudezza. Sul mensile “30 Giorni” G. Contri, uno psicanalista allievo di Jacques Lacan  (morto a ottant’anni a Parigi nel 1981), non esitava a definire la preghiera di molti credenti e molte preghiere della Chiesa uno stupidario moraleggiante che allontana dal genuino incontro con Dio.

Effettivamente l’autentica preghiera cristiana non ha nulla di moraleggiante, ma è caratterizzata da due movimenti immediati e complementari che la Tradizione descrive come “elevatio mentis in Deum” e “petitio decentium a Deo”.

La struttura del Pater e dell’Ave Maria rappresentano bene questa dialettica: la prima parte ci fa alzare gli occhi al cielo, mentre la seconda ci fa sperare ogni bene dalla  divina Provvidenza.

La stessa struttura ha la preghiera della Chiesa, che ha il suo paradigma nei Salmi, dei quali circa la metà è di lode e di esaltazione della bontà e grandezza di Dio e l’altra metà è di petizione, di supplica, di richiesta e di perdono.

Mi resi conto che è necessario stimolare in noi l’intelligenza della fede, con la bellezza espressiva delle preghiere.

Personalmente non ho mai avuto il prurito di proporre preghiere fatte da me, ma come ho scritto nella presentazione del libro: «Ho attinto alla tradizione millenaria della Chiesa con la consapevolezza che il poco offerto è davvero nulla rispetto ai tesori della nostra fede […]  convinto che tali sussidi come hanno accompagnato e sostenuto la fede dei nostri padri così possono corroborare e illuminare la nostra».

Ho così iniziato a tradurne e organizzarne tematicamente alcune che hanno nutrito la vita di generazioni di credenti e che io copiavo da anni sul mio  computer.

Molte di queste sono care alla liturgia, altre le ho scelte tra quelle scritte da santi e dottori della Chiesa motivato dal noto principio Lex orandi, lex credendi.

Il mondo secolarizzato e frenetico rifiuta la preghiera. Come pensa di favorire il ritorno alla contemplazione di Dio?

Padre Giacobbe: È verissimo! È però altrettanto vero che il nichilismo di cui il mondo si nutre è una bestia mai sazia che divora anche i residui della sua felicità. Michael Jackson ne è l’icona.

Acclamato da folle di fan ha bisogno di sballarsi per affrontare il nuovo giorno. Fa penitenza per ricevere l’applauso del mondo e il mondo lo ripaga con l’horror vacui, quel vuoto che è come uno di quei  “buchi neri” dello spazio che inghiottono e fanno sparire la materia.

La depressione è la malattia della modernità. Essa è più diffusa dell’Aids e delle altre malattie a trasmissione sessuale e colpisce prima o poi tutti coloro che vivono una vita priva di senso. A cosa servono infatti la pornografia e la droga se non a placare la paura di pensare?

Tre anni fa’ ho seguito da vicino una comunità terapeutica di ragazzi drogati e le loro famiglie, insieme ad un altro medico che da anni, con perizia e successo, si dedica a questa missione.

Egli, come altri suoi collaboratori, si dice ateo, eppure non ha dubbi: “la droga non è quello che noi definiamo un vizio, è un buco dell’anima, una vera e propria malattia dello spirito, che non guarisce fintanto che lo spirito è malato”.

Questa evidenza spiega il rifiuto deciso del metadone da parte delle Comunità terapeutiche che quotidianamente si confrontano seriamente con il male della droga ed hanno a cuore davvero la salute di coloro che aiutano. Il metadone e altri surrogati sono la panacea di Pannella e dei libertini di ogni tempo, sempre pronti ad invocare il “diritto civile” all’eutanasia non appena chi si è nutrito dei loro umori è diventato troppo ingombrante. La morte – si sa – non costa niente e risolve ogni problema.

Non la pensano così i santi sempre premurosi verso gli ultimi e sempre allergici alle seduzioni delle ideologie.

Paradossalmente, proprio l’esperienza della finitudine e della solitudine può aprire l’uomo a Dio. Sussidi come il mio possono essere provvidenziali per scoprire o ri-scoprire l’essenzialità della fede e del rapporto filiale con Dio. La preghiera, poi, è la madre di ogni virtù.

[La seconda parte verrà pubblicata il 5 novembre]