di Andrea Sartori (Insegnante) da Protagonisti Per L’Europa Cristiana
La Congregazione per le cause dei santi ha aperto il passo per il decreto sulle virtù eroiche di Karol Wojtyla. Il Papa potrebbe essere Beato entro il 2010. Ecco perché

“Santo subito” aveva gridato la folla ai funerali di Giovanni Paolo II.  E l’iter per la beatificazione del papa polacco è stato infatti rapidi: i cardinali e i teologi della Congregazione per le cause dei santi hanno aperto il passo al decreto sulle “virtù eroiche” di Karol Jozef Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II. Un uomo che è stato anche odiato, ma che soprattutto è stato amato non solo dai cattolici, ma da uomini di tutte le fedi.

NEL SEGNO DELLA CROCE

Karol Wojtyla inziò e terminò la sua esistenza nel segno della Croce. Se la malattia, negli ultimi anni, lo rese un’icona vivente del Cristo crocifisso, la sua giovinezza si consumò in quella che, assieme al Tibet o al Darfur, può essere considerata una delle nazioni martiri del XX secolo: la Polonia. Il futuro Papa nacque e visse a pochi passi dal tremendo Golgotha moderno, Auschwitz. La teoria dello “Spazio vitale” concepita da Hitler prevedeva lo sterminio totale del popolo polacco (anche perché gli slavi, come gli ebrei, erano  considerati “razza inferiore” da eliminare) per ripopolare la Polonia di tedeschi. La vittoria alleata non fu un sollievo per la Polonia, che divenne satellite di Stalin. Il popolo polacco ha avuto, unico fra tutti i popoli, il triste privilegio di conoscere ambedue i totalitarismi più feroci del XX secolo, e di conoscerli nella forma più spietata. Hitler tentò di cancellare fisicamente i polacchi, Stalin di cancellarli spirtualmente. Forse nessun altro popolo nel XX secolo ha subito un tale calvario. E da questo calvario non poteva che sorgere un santo.

MAESTRI DI FERRO

Karol Wojtyla ha avuto dei maestri di ferro, che ne hanno forgiato il carattere. Il primo fu Adam Stefan Sapieha, il “principe indomito”, che organizzò un seminario clandestino sotto l’occupazione nazista che aveva fatto chiudere tutti i seminari della Polonia. Fu così che Karol studiò da seminarista mentre faceva anche l’operaio presso la Solvay, studiando teologia in mezzo al lavoro schiavile cui era costretto dal regime nazista. Laltro grande maestro fu il primate Stefan Wyszinski, il prelato polacco più noto prima che Wojtyla divenisse pontefice. Sotto l’occupazione nazista diceva messa clandestinamente sotto il falso nome di “Suor Cecilia”. Ma Wyszinski è più noto per aver saputo tener testa, tra persecuzioni e arresti, al regime comunista polacco e ai quisling di Mosca. Il primate di Polonia fu spesso in disaccordo con il giovane Wojtyla, ma nessuno dimenticherà la commovente scena, dopo l’elezione di Karol al soglio pontificio, del nuovo Papa che ferma il vecchio primate dal gesto di inginocchiarsi dinanzi a lui, tentando a sua volta un inchino terminato in un abbraccio. Il vecchio leone morirà poco dopo l’attentato al Papa.

Il terzo maestro è forse il più importante dei tre. Non si tratta di un grande prelato, ma di un umile sarto di nome Ian Tyranowski, che organizzava, durante la guerra e in clandestinità, corsi di catechismo. Il piccolo sarto fece scoprire al ragazzo, che fino ad allora sembrava più portato per il teatro e che aveva avuto anche i suoi amori, la vocazione attraverso la mistica carmelitana di San Giovanni della Croce. E questo è un punto fondamentale per comprendere Giovanni Paolo II: il suo ruolo storico e politico (ne senso alto e buono del termine) è stato immenso, ma la sua santità proviene soprattutto dalla visione mistica che un umile sarto gli cucì addosso parlandogli della Notte oscura, della salita al monte Carmelo e dell’amore bruciante per “la Sua figura“.

IL CONCILIO VATICANO II

Karol Wojtyla fu nominato vescovo poco prima della morte di Pio XII. Fece quindi appena in tempo a partecipare al Concilio Vaticano II, aperto per volontà di Giovanni XXIII, il “Papa buono” che Wojtyla proclamerà beato. Ma sarà con il successore di papa Roncalli, Paolo VI, che Wojtyla avrà affinità di vedute molto forti. Monsignor Wojtyla darà notevoli contributi sulle questioni concernenti la libertà religiosa. Il giovane vescovo lascerà molto forte la sua impronta sulla Gaudium et spes, il fondamentale documento sul rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo. Paolo VI sarà, per molti aspetti, precursore di Wojtyla: in particolar modo l’apertura montiniana alle altre confessioni cristiane sarà ampliata e perfezionata dal futuro Papa in un’opera di dialogo con tutte le fedi. Paolo VI nominerà Wojtyla cardinale a soli 47 anni.

GANDHI, MARTIN LUTHER KING, TENZIN GYATSO, GIOVANNI PAOLO II: LA  LUNGA  MARCIA DELLA NON VIOLENZA

Nel “secolo breve” dei massacri e dei genocidi, Giovanni Paolo II è stato uno di quei leaders che ha portato avanti la lotta non-violenta contro la dittatura. Già da cardinale, sfidò, nella città “senza Dio” di Nowa Huta, le autorità comuniste in maniera non violenta. Ma il massimo contributo si ebbe durante i primi dieci anni del suo Pontificato, che culminarono con la caduta del Muro di Berlino. Lo stesso Mikhail Gorbacev, ultimo segretario del Partito comunista sovietico, ha riconosciuto che senza Giovanni Paolo II quel muro non sarebbe caduto.

La strategia wojtyliana si attuò grazie anche al sindacto cattolico di Solidarnosc, che regalò l’estrema beffa al comunismo sovietico, il quale si vide sconfitto con le stesse armi con le quali sperava di sconfiggere il capitalismo: i sindacati. La rivoluzione polacca ebbe il grande merito di “non rompere nemmeno un vetro”. La strategia di colpire una dittatura in maniera non violenta attraverso la disobbedienza civile nel XX secolo risale non ad un leader cristiano, ma ad un induista: il Mahatma Gandhi, che Giovanni Paolo II ammirò profondamente (il film biografico Gandhi di Richard Attenborough era tra le pellicole predilette del Papa) e che, colpendo in maniera non violenta l’economia del colonialismo britannico in India, ottenne l’indipendenza della sua patria. L’emulo di Gandhi più vicino nel tempo al Mahatma fu un cristiano, e precisamente il pastore protestante Martin Luther King, che si batté in maniera non violenta per l’integrazione (distinguendosi dal contemporaneo Malcolm X, che predicò odio per i bianchi e che considerava la strategia non violenta di Gandhi come “criminale”). Il discorso del reverendo King davanti al Lincoln Memorial di Washington, il suo memorabile “I have a dream” è il precedente dell’altrettanto memorabile “Non abbiate paura” scandito da Giovanni Paolo II durante l’omelia alla sua prima messa da Pontefice.

Ma la resistenza non violenta si può far risalire al cristianesimo pre-costantiniano: Gesù fu anche il Supremo Martire non-violento, condannato dall’iniquità e codardia dello Stato (rappresntato da Roma e da Ponzio Pilato) e da una casta sacerdotale ottusa e gretta (il Sinedrio e i suoi Sommi sacerdoti Anna e Caifa). Tutti gli atti dei martiri cristiani ci riportano questo copione. Il patibolo diviene un simbolo eversivo in maniera non violenta: è l’ingiustizia del potere temporale e sacerdotale contro la Suprema Giustizia di Dio. Gesù non si oppone, anzi ferma la mano di Pietro quando impugna la spada per difenderLo dagli sgherri del Sinedrio. I martiri cristiani ripeteranno questo copione, e seguendo tale copione arriveranno a conquistare, in modo non violento, la Roma dei persecutori.

Gandhi ottenne l’indipendenza della sua nazione (purtroppo funestata dall’odio tra induisti e musulmani, odio che il Mahatma pagò col martirio), grazie a Martin Luther King oggi Barack Obama è presidente degli Stati Uniti, Giovanni Paolo II ottenne la libertà della sua nazione e, per effetto domino, la libertà di tutti i satelliti dell’Impero sovietico. Solo il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, l’ultimo anello di questa catena non violenta, vede il suo popolo ancora schiavo.

GLI ATTENTATI

Giovanni Paolo II fu bersaglio di diversi attentati, ma due sono particolarmente significativi: quello più noto, ad opera di Mehmet Ali Agça, terrorista turco di estrema destra, ma dietro il quale, probabilmente, c’era la longa manus di Mosca. Da quell’attentato, avvenuto il 13 maggio 1981, giorno della ricorrenza delle apprizioni di Fatima, il Papa si salvò per miracolo. Wojtyla attribuì sempre la sua salvezza alla Vergine Maria, che avrebbe deviato i proiettili. Ma anche Agça, killer di professione, non seppe spiegarsi come il Papa si sia salvato.

Ma poco si parla di un attentato di matrice islamica, che avrebbe potuto essere un 11 settembre anticipato: l’Operazione Bojinka, che avrebbe dovuto aver luogo durante la Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi a Manila nel 1995 e che prevedeva l’assassinio del Papa mediante un lanciarazzi sulla papamobile. E la seconda fase prevedeva attentati aerei, simili a quelli dell’11 settembre, contro la sede della Cia in Virginia. Tra le persone coinvolte vi sono personaggi che in seguito confluiranno in al Qaeda, tra i quali Khalid Sheikh Mohammed, il cui nipote, Ramzi Youssef, sarebbe dovuto essere tra i principali esecutori di Bojinka . Il piano fu sventato quasi per caso.

I due attentatori alla vita di Giovanni Paolo II, Mehmet Ali Agça e Ramzi Youssef, musulmani di nascita, si sono convertiti al cristianesimo in carcere.

I RAPPORTI CON LE ALTRE RELIGIONI

Giovanni Paolo II intensificò sempre i rapporti di dialogo con le altre religioni, senza però mai scadere nel sincretismo e mantenendo chiara la posizione sull’ unicità di Gesù Cristo. Il raduno mondiale ad Assisi fu osteggiato da alcuni prelati proprio perché vi vedevano uno scadere nel sincretismo. In realtà lo spirito con il quale Wojtyla organizzò l’incontro fu quello del figlio più noto di Assisi, San Francesco, il quale, per dirla con Dante, “alla presenza del Soldan superba” dinanzi al sultano Malik al Kamil, predicò la fede in Cristo senza però usare le armi dei crociati. Nel libro-intervista Varcare le soglie della speranza Giovanni Paolo II spiega al giornalista Vittorio Messori che la fede in Gesù è l’unica che salva, tuttavia le tradizioni religiose degli altri meritano rispetto. Giovanni Paolo II aprì le porte all’ebraismo con la storica visita alla sinagoga di Roma e fu il primo Papa a riconoscere lo Stato di Israele. Parlò ai giovani musulmani a Casablanca, e fu legato da amicizia, forse anche per le molte analogie tra la situazione polacca e quella tibetana, col Dalai Lama. Ricevette grandi elogi da parte di uomini di fedi diverse, come l’ebreo David Grossman, che, alla fine del viaggio papale in Terrasanta nel 2000, scrisse “Grazie, Giovanni Paolo II”. Per la maggior parte degli ebrei è stato il più grande Papa di tutti i tempi, e il rabbino Elio Toaff fu legato a lui da un’amicizia particolare. Secondo lo storico Andrea Riccardi Wojtyla è, assieme al generale De Gaulle, la figura occidentale più amata tra i musulmani. Ma ebbe anche attestazioni di odio da parte di rappresentanti di altre religioni: l’ayatollah Khomeini si espresse in più di un’occasione in maniera violentemente critica su Wojtyla (ed esiste persino una pista khomeinista sull’attentato del 1981), mentee nel marzo 2000 alcuni ebrei ultraortodossi  pronuciarono contro Giovanni Paolo II la stessa maledizione rituale lanciata contro Rabin nel 1995.

L’apertura wojtyliana è rivolta agli uomini, più che alle religioni viste come sistemi astratti di dogmi. Wojtyla alzò la voce per difendere i cristiani perseguitati dai regimi comunisti, ma anche per difendere i musulmani bosniaci massacrati dai cristiani serbi. Alzò la voce contro le guerre, senza stare a guardare la fede delle vittime. Come vero seguace di Gesù, per Giovanni Paolo II tutti gli uomini erano eguali e avevano diritto alla vita.

I “MEA CULPA” DELLA CHIESA

Assieme alla rivolta non violenta contro l’Unione Sovietica, l’apporto più importante di Giovanni Paolo II alla storia è stato quello dei “mea culpa” della Chiesa: dal processo contro Galileo, alle persecuzioni contro gli ebrei, alla denuncia degli scandali sessuali della Chiesa (cosa sulla quale molti hanno accusato Wojtyla di tacere. In realtà il 23 e 24 aprile ci fu una riunione con tredici vescovi americani sulla pedofilia del clero. Gli Stati Uniti sono un Paese particolarmente colpito da quel flagello. Tutto questo data dalla revisione al processo contro Galileo, ordinata dal Papa appena dopo la sua elezione e che ha portato alla definitiva riabilitazione del grande scienziato (sebbene la Chiesa avesse gà riconosciuto la grandezza di Galileo. Basti pensare al monumento allo scienziato voluto dal cardinale di Pisa Pietro Maffi) e alla storica visita alla sinagoga di Roma, quando il Papa definì gli ebrei “fratelli maggiori” e disse di considerare “riprovevole” l’atteggiamento che per secoli molti uomini di Chiesa avevano tenuto nei confronti degli israeliti, preludio all’immortale immagine del Papa curvo e malato che infilia nel Muro del Pianto la sua preghiera e la sua richiesta di perdono al popolo ebraico.

Anche in questo Wojtyla si dimostrò un autentico cristiano. La Chiesa aveva delle colpe, e non potevano essere nascoste. Giovanni Paolo II sentì che quelle colpe, dal processo a Galileo alle persecuzioni degli ebrei, alla schiavitù, erano un tradimento al messaggio d’amore cristiano. Chi aveva tradito così la Parola di Cristo era un secondo Giuda. La richiesta di perdono fu uno dei più grandi atti pubblici del pontifcato wojtyliano, un voltare pagina per costruire un qualcosa di più aderente a Gesù Cristo. In ogni rogo acceso per volere di qualche sacerdote era presente un Cristo crocifisso da altri Caifa.

Questo urtò non poco i tradizionalisti, che oramai vedvano nei papi post-conciliari dei traditori della Chiesa. Sul sito fondamentalista cattolico “Holywar.org” Giovanni Paolo II è addirittura indicato come una sorta di anticristo, o quantomeno come un eretico. Per molti i mea culpa furono un’eresia, non capendo che il Papa restava fermo sui principi dottrinari. Tra i quali vi è anche il rispetto e l’amore per gli uomini tutti, anche si di fede diversa, anche se ti sono nemici (“Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” Matteo 5, 44) e che ogni violenza in Nome di Cristo è una bestemmia peggiore di qualsiasi altra.

Invece furono un atto di grandezza umana che ha reso la religione cattolica unica: i rappresentanti delle altre religioni non hanno ancora ammeso le colpe dei figli della loro fede. Non si sente nessuno, da al Azhar, condannare chi esiliò Averroé o chi ha massacrato i cristiani. La lotta contro il sistema castale induista iniziata dall’induista Gandhi non ebbe successo. Per alcuni secoli nelle sinagoghe si è recitato l’ “anatema contro i nazareni”. Per questo il gesto di Giovanni Paolo II, purtroppo incompreso da alcuni cattolici, è realmente qualcosa di memorabile.

CRITICHE

L’opera di Giovanni Paolo II non fu esente da critica, sia da ambienti “di sinistra” che da ambienti “di destra”.

Solitamente da sinistra gli si imputa la condanna della teologia della Liberazione, che il Papa vedeva come un cristianesimo imbastardito col marxismo. In realtà a Giovanni Paolo II ripugnava l’idea che un sacerdote potesse imbracciare le armi e comportarsi come un guerrigliero. Bisogna dire che però questo lo portò a mostrasi ingiustamente freddo con un martire autentico del XX secolo, l’arcivescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero, ucciso mentre celebrava messa per le sue posizioni critiche verso la dittatura salvadoregna. Wojtyla avrebbe potuto rivedere per analogia la sua esperienza polacca in quella di Romero. Ma le posizioni dell’arcivescovo, apparentemente vicine a quelle della teologia della Liberazione (ma in realtà marcatamente antitotalitarie e antimaterialiste  come quelle di Wojtyla) accecarono il papa polacco. Romero è santo per anglicani, luterani e vetero-cattolici, ma è solo Servo di Dio per i cattolici. Tenendo conto dell’enorme numero di santi proclamati da Wojtyla, dello snellimento del processo di beatificazione e del fatto che per un martire non serve il miracolo accertato, il caso di Romero è emblematico.

Altre critiche gli arrivarono sulla morale sessuale. In realtà, da secerdote Wojtyla affrontò nel saggio Amore e responsabilità le tematiche sessuali con una franchezza insolita e rivoluzionaria per un esponente del clero. Wojtyla non era sessuofobo, ma era contrario all’amore disordinato. La sua battaglia per la famiglia fu strenua, e fu una battaglia contro il materialismo occidentale dopo la sconfitta di quello marxista. La sua battaglia per la vita umana ha la sua massima espressione nell’enciclica Evangelium vitae. A questo si accompagnavano le critiche riguardo aborto e preservativi. I critici più feroci arrivarono a lanciare accuse molto gravi contro il Papa che non comprendeva il dolore delle donne che abortivano e il flagello dell’Aids in Africa. Ma il fatto è che il magistero wojtyliano fu sempre a favore della vita. Non solo nelal sua lotta contro la pena di morte (che abolì definitivamente anche dalle leggi vaticane, sebbene non fosse più applicata dai tempi di Pio IX), ma anche contro tutto ciò che impedisce ai bambini di venire al mondo. La sofferenza è meglio del nulla, diceva Oriana Fallaci, l’atea cristiana che non amava Wojtyla. La vita è sacra, anche in mezzo alle sofferenze. Il Papa lo dimostrò con l’accettazione delle sue sofferenze.

Sempre in tema di morale sessuale, il Papa polacco fu conservatore nei riguardi dell’omosessualità, da lui vista come un disordine. Ma se fu duro verso la tendenza omosessuale, non lo fu con le persone, condannando ciò che riteneva errore, ma non l’errante, secondo le parole di Giovanni XXIII.

Anche sulla questione del sacerdozio femminile Wojtyla ebbe critiche: il Papa che parlò di “genio delle donne”, che arrivò a correggere l’affermazione paolina sulla superiorità maritale si attenne strettamente alla tradizione per quanto riguarda il sacerdozio.

Anche da “destra” arrivarono critiche ad un pontefice considerato tradizionalista. Questo riguardava soprattutto l’apertura al dialogo interreligioso e i “mea culpa” della Chiesa, ma anche per il suo aspetto mediatico o la rivalutaziome di alcune teorie che incontrarono non poche difficoltà in ambito religioso, come l’evoluzionismo, da Wojtyla considerato “più che un’ipotesi”.

“ALTER CHRISTUS”

“Se potessi farei il papa da qui” disse Giovanni Paolo II durante la visita all’ospedale di Madre Teresa, da lui elevata poi agli onori degli altari nel 2003. A Madre Teresa il Papa aprì la strada della santità  appena due anni dopo la morte, con un procedimento straordinario. A Madre Teresa Giovanni Paolo concesse di aprire una casa per sofferenti all’interno stesso del Vaticano, e fu sempre legatissimo alla piccola suora albanese, che sentiva nvestita di una santità particolare.

Ma Wojtyla non solo si limitò a comprendere la santità guardando i corpi disfatti dei malati di Madre Teresa, corpi nei quali si vedeva, tangibile e palpitante, la presenza di Cristo Crocifisso.

Ma il Papa provò su sé stesso il dolore, La menomazione fisica, il Parkinson, furono un duro colpo per un uomo forte, sportivo, e grande scalatore quale fu il Papa di Cracovia. Ma il Papa accettò il dolore. Senza patetismi, arrivando addirittura a scherzarci sopra, come quando, a Manila, imitò davanti ai giovani Charlie Chaplin facendo roteare il bastone della sua malattia.

Ma nell’accettazione di quel dolore era presente quella Croce che egli amò tanto. Quella Croce che lo salvò dai nazisti quando, immerso in preghiera per terra, in uno scantinato, con le braccia distese come Cristo, non fu notato dalle SS.

Era come se in quella Croce fossero raccolti tutti i dolori dell’Umanità, che il Papa voleva testimoniare. Egli sosteneva che la Chiesa del Terzo Millennio ha bisogno di testimoni più che di pastrori. E’ difficile essere testimoni dal Palazzo Apostolico e dalla Biblioteca Vaticana. Molti potrebbero dire, troppo comdo.

Giovanni Paolo II fu testimone. Con la sua vita, anche prima del pontificato, sotto Hitler e Stalin. Ma anche con il suo dolore fisico, con la sua Croce che piano piano lo divorava fisicamente ma non spiritualmente. E in quel vecchio Papa dei dolori che, anziano e piegato dal Parkinson, aveva ancora la forza di alzare la voce contro le ingiustizie e le stragi, molti, credenti e non credenti, hanno visto l’ultimo, vero, grande eroe del XX secolo

I funerali di Giovanni Paolo II furono i più grandi funerali della Storia. Dinanzi a questo sacerdote, che in gioventù era considerato un fuorilegge da nazisti e comunisti e che in vecchiaia non era altro che un debole e malato uomo vestito di bianco, quasi tutti i Cesari della terra hanno piegato il capo, testimoniando la superiorità dello spirito sulla politica.

Ma più di quei Capi di Stato il Papa amò i suoi giovani. Il grande Padre morente ringraziò, con le sue ultime parole, quei ragazzi che erano venuti ad accompagnarlo nella sua agonia. E questo fu l’ultimo segno di questo grande uomo, probabilmente il più grande uomo del XX secolo e il più grande Pontefice della Storia.