di Franco Ricordi

Non si può fare a meno di riflettere sull’atteggiamento fondamentale, ancorché  complesso, che è stato riservato dai due ultimi Pontefici nei confronti della spettacolarizzazione del mondo.
La teologia di Hans Urs Von Balthasar, con la sua geniale Teodrammatica, è chiamata in causa direttamente. Andrà riconosciuto come Giovanni Paolo II ne sia stato in tal senso un interprete insuperabile, per come si è prodigato nei suoi viaggi in tutto il mondo, e anche per gli attentati che ha dovuto subire.
Un Papa “attore” e interprete esistenziale del Cristianesimo. Ma è anche vero che quest’ultimo non è sfuggito ad un coinvolgimento nella spettacolarità universale che, a lungo andare, potrebbe snaturare il suo stesso messaggio religioso e filosofico. Per questo motivo, crediamo, Ratzinger ha compiuto un grande passo avanti facendo un “passo indietro” nei confronti di quella spettacolarità che ci distrae, in un senso ormai nichilistico, anche dalla stessa contemplazione della società.
Non a caso nel discorso tenuto il giorno dell’Immacolata, e nella sua forte invettiva contro la spettacolarizzazione di ogni male, ci ha particolarmente colpito un aspetto che, certamente, non è casuale o estraneo. Nel deplorare l’atteggiamento dei mass-media, Benedetto XVI ha posto l’accento sul fatto che ormai la tendenza naturale del nostro tempo sia proprio quella di rendere l’umanità spettatrice – sempre più distaccata e quindi non partecipe – delle calamità che la riguardano.
I mass-media ci obbligano sempre più ad uno status di spettatori; ma in realtà, ha precisato il Pontefice, «noi tutti siamo attori, nel bene come nel male, e siamo quindi responsabili di tutto ciò che accade». Si potrebbe pensare ad una nuova etica, ovvero ad un impegno per il nostro essere coinvolti e non distaccati dalle vicende alle quali assistiamo ormai come si può guardare una colossale fiction. Ma la vita umana non è una fiction, è la nostra realtà esistenziale qui e ora, in carne ed ossa.
E certamente il teologo Ratzinger deve aver tenuto presente il pensiero di Heidegger, nella sua meditazione sulla morte: questa è sempre “la morte degli altri”, non ci riguarda mai, e da essa rifuggiamo sempre più anche a causa della fondamentale ancorché positiva deiezione della vita quotidiana. E così rimaniamo sempre spettatori della morte, in una mondanità che ci nasconde per sua quintessenza l’autenticità e la verità della nostra esistenza.
Questo discorso che Heidegger sviluppava negli anni ’20 del secolo scorso si è oggi esasperato a livello universale, in maniera particolare attraverso ciò che definiamo globalizzazione: e così la tragedia dell’11 settembre 2001, in cui sono morte più di 5.000 persone, è stata recepita per la stragrande maggioranza dell’umanità alla stessa maniera di un film catastrofico, dal quale comunque alla fine si rimane immuni. E’ questo il rischio autoritario della nostra epoca: è evidente che la maggioranza dell’umanità sarà sempre fra gli spettatori, anche di fronte a tragedie che potrebbero coinvolgere milioni di persone, ma che rimarrebbero comunque in una disgraziata ancorché falsa e surrettizia minoranza democratica. Non si comprende evidentemente come la potenza della spettacolarità stia giocando proprio su questo aspetto: riferire sempre e “democraticamente” delle calamità e delle tragedie universali, anche perché comunque ci sarà sempre un distacco degli spettatori dovuto essenzialmente al loro essere in maggioranza.
E certo Benedetto XVI ha avvertito assai bene questa problematica e l’ha inaugurata fin dall’inizio del suo Pontificato quando ha inteso ridurre, in maniera discreta ancorché evidente, la forza spettacolare dello straordinario Papa che l’ha preceduto. E se ci si pensa bene, affermando che “siamo tutti attori nel bene e nel male, quindi responsabili”, ha anche riavvicinato il peso di una cultura – quella della drammaturgia occidentale – che per secoli era stata bandita da tutti i più grandi Padri della Chiesa, da Agostino a Boezio e Tertulliano, ma che in realtà, come propone magistralmente Von Balthasar, ha avuto epicentri come Calderon e Shakespeare e possiede tuttora un fondamentale confronto con il messaggio cristiano di tutti i tempi. Amleto, che ci fa riflettere sul nostro essere o non essere, è un personaggio profondissimamente cristiano: non dimentichiamolo.

© Liberal – 14 gennaio 2010