La guerra culturale alla droga è persa. Fine di uno scandalo sociale
Tratto da Il Foglio del 3 giugno 2011

New York. “La guerra globale alla droga ha fallito” è l’incipit senza equivoci del documento pubblicato mercoledì dalla Global Commission on Drug Policy. La commissione scientifica che si è occupata del report è zeppa di nomi noti: l’ex capo della Fed, Paul Volcker, lo scrittore Mario Vargas Llosa e poi Kofi Annan, Javier Solana, gli ex presidenti di Colombia e Messico e molti altri attori politici hanno forgiato le linee di una nuova policy sul contrasto alla droga. L’obiettivo è passare dalle dure, pluridecennali – e inefficaci – politiche d’interdizione della “war on drugs” a un approccio sanitario che tenga conto dell’evidenza: che la società ha normalizzato la droga, l’ha sdoganata come bene diffuso a tutti i livelli e impermeabile ai giudizi morali sui comportamenti individuali.

I numeri citati nella ricerca “dimostrano i benefici sociali e umani che derivano dal considerare la dipendenza come un problema sanitario invece che un problema criminale” e si mettono le basi per una regolamentazione non repressiva che faciliti l’accesso controllato alle droghe. Il report si concentra su quattro idee sintetiche: abbandonare la “criminalizzazione, la marginalizzazione e la stigmatizzazione di chi fa uso di droghe senza danneggiare gli altri”, incoraggiare “i modelli di regolamentazione della droga” per contrastare i traffici illegali, assicurare l’accessibilità a diverse modalità di trattamento (ad esempio la somministrazione controllata di eroina) e alleggerire le pene per chi si droga e per i pesci piccoli del traffico. Da una parte la commissione usa argomenti di taglio realista: la guerra senza quartiere alla droga codificata da Nixon nel 1971, e che ha determinato l’atteggiamento quasi unanime dell’occidente in materia, non riduce i consumi e contribuisce piuttosto a esacerbare lo scontro nel mercato dei trafficanti. Come aveva notato già Milton Friedman, ridurre con la forza l’offerta di droga senza ridurre la domanda fa aumentare il prezzo della merce e quindi i profitti dei trafficanti, che sono incentivati a espandere il loro business a discapito degli avversari, come accade nel Messico insanguinato dalle faide fra cartelli. I risultati della guerra contro la droga, spiegano, “avrebbero dovuto essere misurati in base alla riduzione dei danni sulla società – meno crimine, salute diffusa e miglioramenti economici. Invece la valutazione della guerra si è basata su altri parametri, come il numero degli arresti e le pene comminate. Questi elementi spiegano al massimo la durezza nel perseguire i crimini, ma non dicono se la salute e il benessere dell’umanità siano migliorati”.

Ma poiché la “war on drugs” è stata una “cultural war”, combattuta sul confine di uno scandalo sociale, il nuovo approccio suggerito dal documento mette in risalto un cambiamento nella percezione sociale della droga. Le statistische dell’osservatorio dell’Onu dicono che dal 1998 al 2008 il consumo degli oppiacei a livello mondiale è aumentato del 34, 5 per cento, quello della cocaina del 27 per cento e quello della marijuana dell’8, 5 per cento. La droga non è più il simbolo della trasgressione culturale né il rifugio di sacche disagiate, ma un bene di consumo che unisce la casalinga disperata al professionista in cravatta. Il concetto stesso di droga ha perso per strada i significati simbolici e il tratto di ribellione che negli anni Settanta ha fatto scattare una controguerra fatta di interdizione, penalizzazione e criminalizzazione, i pilastri che il documento della commissione globale si propone di abbattere, arrivando al margine della liberalizzazione. La guerra alla droga è persa, dunque, e nonostante l’Amministrazione Obama non accetti l’espressione “war on drugs”, non ha accolto con grande piacere il report. Il portavoce dello “zar” della droga, Gil Kerlikowske, dice che “la dipendenza da stupefacenti è una malattia che può essere prevenuta e curata. Rendere le droghe più facilmente accessibili, come questo documento suggerisce, renderà più difficile mantenere alti i livelli di sicurezza e salute”.

La Casa Bianca dunque rifiuta il passaggio dal paradigma criminale a quello sanitario, all’indifferentismo di una cultura obliqua della droga. Come tutte le guerre oblique, anche questa non si vince in trincea.