di Assuntina Morresi
Tratto da Il Sussidiario.net il 23 maggio 2011

Ragionare sui programmi dei candidati a sindaco è d’obbligo quando si va a un ballottaggio, specie con toni tanto accesi come adesso:

al di là del giudizio sulle strategie comunicative scelte o dell’immagine più o meno accattivante dei candidati in lizza, è sulle proposte per il governo della città che ci si deve misurare, perché non sia il clima generale a determinare la propria scelta di voto ma la consapevolezza della posta in gioco.

È importante, quindi, notare nel programma di Giuliano Pisapia un capitolo ben distinto dagli altri, il n. 6, significativamente titolato “La città dei diritti”: un’espressione che è una bandiera, propria di un orientamento culturale preciso, quello della cultura radicale di sinistra a cui Pisapia appartiene. Secondo questa concezione il diritto principe è quello all’autodeterminazione di ogni singolo essere umano, per cui si è via via affermato il diritto ad abortire e insieme il diritto ad avere un figlio a tutti i costi, soprattutto sano, e poi il diritto a chiamare famiglia i legami affettivi al di fuori del matrimonio, pure omosessuali, e ancora il diritto a morire, e via dicendo.

Chi difende questo diritto in nome della libertà dovrebbe riflettere sulla differenza esistente fra una autodeterminazione individualista e una libertà vera per cui l’uomo, essere per struttura relazionale, può concepire i suoi diritti solo in rapporto con la comunità cui appartiene. Sarebbe troppo ragionevole e “legale” ricordare che forse questi temi non hanno a che fare con l’amministrazione di una città e non dovrebbero essere competenze prima di una sindaco, essendo argomenti che devono essere regolati da una intera comunità nazionale data la loro importanza. È proprio Giuliano Pisapia a spiegare che quello dei diritti è “un approccio di principio”, e che lui intende intervenire pesantemente su questi temi se eletto, sui binari di “eguaglianza e laicità”.

Infatti, se non è chiaro di cosa si dovrà occupare il “Garante comunale dei diritti dei bambini e dei ragazzi”, e tantomeno cosa significhi “l’estensione dei diritti di partecipazione alla vita pubblica” degli adolescenti, in compenso non lascia dubbi il paragrafo “famiglie plurali: un registro per i diritti”.

È breve, ma denso e importante, e vale la pena riportarlo per intero:

Parità dei diritti e dei doveri per tutte le comunità affettive e di vita che vogliano essere riconosciute dall’amministrazione comunale (casa, assistenza, scuola, cultura, sport).

La comunità cittadina è caratterizzata dalla presenza – in continua crescita – di forme di legami affettivi e di vita stabili e durature, estranee all’istituto del matrimonio, ed è doveroso che l’Amministrazione Comunale promuova e tuteli i diritti costituzionali attinenti alla dignità ed alla libertà delle persone, contrastando ogni forma di discriminazione, in particolare quelle riferite agli orientamenti sessuali.

Verrà quindi riconosciuta la pluralità delle forme di comunione di vita, con impegno dell’amministrazione a promuovere la parità e contrastando ogni discriminazione, in tutti i settori dell’attività del Comune, indicando insieme i diritti ed i doveri che sorgono in conseguenza della volontà di vedere riconosciuta la propria stabile convivenza.

Sotto questo profilo, quindi, il registro delle unioni civili, che il Comune intende istituire, non è un atto simbolico, ma funzionale all’adozione di politiche e di atti non discriminatori. ” (il grassetto è nostro).

Da questi spunti tratti dal programma di Pisapia è chiaro che il “registro di unioni civili” etero ed omosessuali che Pisapia si impegna ad istituire non sarà formale, ma diventerà lo strumento con cui la sua amministrazione vorrà promuovere i “nuovi diritti”.

In un programma politico ci sono punti prioritari e secondari, e questo delle “famiglie plurali” deve essere considerato fra i principali, vista l’enorme portata culturale e sociale: governare la città in modo da minimizzare le differenze fra convivenze, anche omosessuali, e famiglie, non significa dare la libertà a tutti di fare quello che vogliono. Significa stravolgere l’idea di famiglia, basata sul matrimonio fra un uomo e una donna non solo “cattolico”, ma come esso è difeso dalla Costituzione, condivisa anche da tanti laici. È perciò una sorta di golpe strisciante che, aprendo alle convivenze anche omosessuali in una città come Milano, già muta la Costituzione in modo surrettizio.

C’è da chiedersi come molti cattolici che magari hanno anche partecipato o approvato gesti come il Family Day, possano a cuor leggero sostenere tali programmi. Sono gli esiti di una politica urlata in cui si dimenticano i contenuti. Si è ancora in tempo per ravvedersi.