L’appello del cardinale divide Milano. Maroni: «Non sono un costruttore di luoghi di culto islamici»
di Alberto Giannoni
Tratto da Il Giornale del 6 settembre 2010

Un fiume in piena. Un fiume di parole per dire che la mancanza di una   moschea a Milano è «un problema grave, che bisogna risolvere urgentemente» e che la politica non può più rimandare. Non è una dichiarazione estemporanea quella dell’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, ma un ragionamento ben ponderato, che però arriva proprio nel giorno in cui il mondo guarda con apprensione in direzione di Teheran, la capitale iraniana da cui si attendeva, con poche speranze, un gesto di clemenza verso la prigioniera Sakineh, la donna condannata alla lapidazione dal regime teocratico per adulterio e complicità nell’omicidio del marito.

Un ragionamento accolto con grande cautela dalle istituzioni, che poche settimane fa avevano dimostrato di non avere ostilità per la «questione musulmana», accogliendo con favore l’invito del governatore Roberto Formigoni a discutere del caso moschea.

Ma la questione è controversa. L’appello del cardinale – raccolto da «La Repubblica» – è stato pronunciato infatti in piazza Duomo, a pochi metri da quel sagrato che appena un anno e mezzo fa fu invaso da migliaia di musulmani, i fedeli dei centri islamici cittadini che – alla fine di un lungo corteo che bruciò anche le bandiere di Usa e Israele – si fermarono a pregare proprio nella piazza che custodisce la storia del cattolicesimo ambrosiano. Solo pochi giorni prima, proprio nel tradizionale discorso alla città per Sant’Ambrogio, aveva fatto scalpore un altro appello del cardinale, quello per i luoghi di culto «in tutti i quartieri». E ancora, nel dicembre scorso, le bacchettate agli amministratori sui temi dell’accoglienza sono valse al pastore della più grande diocesi italiana l’attacco della Lega, che arrivò a chiedersi provocatoriamente se fossimo in presenza di un «cardinale o imam?». Anche ieri il Carroccio ha invitato Tettamanzi a «ospitare gli islamici nei suoi immensi palazzi».

È una linea vera e propria, quella del Cardinale. E l’ultima sferzata, quella di ieri, è diventata il primo caso della campagna elettorale per le Comunali. In effetti i candidati alle primarie del centrosinistra hanno fatto a gara a riprendere le parole dell’arcivescovo, nel tentativo di riportare la questione all’ordine del giorno, utilizzando il caso sollevato dalla Curia per ottenere quell’autorevolezza e quegli argomenti che ancora latitavano.

Al contrario il sindaco Letizia Moratti ha confermato di non considerare la moschea come una priorità, non prima di aver chiarito le condizioni di legalità e trasparenza in cui i centri islamici sono gestiti. Eppure la Moratti ha rivendicato: «Abbiamo avuto tante iniziative culturali e continueremo ad averne. Quest’anno è l’anno dedicato alla cultura islamica a Milano, con tante iniziative finalizzate a far conoscere e a far capire quali sono i valori della cultura islamica». «Sono un ministro, non un costruttore di moschee» ha risposto da parte sua il ministro dell’Interno Roberto Maroni: «Abbiamo già risolto il problema della “moschea” di viale Jenner – ha detto – prendendo atto della richiesta del cardinale di costruire una moschea a Milano».

La moschea di viale Jenner in effetti tutti i venerdì fino al luglio del 2008 ha invaso la strada e i marciapiedi con centinaia di fedeli, con comprensibili disagi per i residenti. Non è un mistero inoltre che in questi anni siano emersi spesso collegamenti fra progetti e iniziative terroristiche e la comunità musulmana cittadina, in particolare quella di viale Jenner. Prima è stato dimostrato che il kamikaze di piazzale Perrucchetti, il libico Mohammed Game che si è fatto esplodere nella caserma Santa Barbara meno di un anno fa, faceva parte dell’Istituto islamico da cui poi si è dovuto dimettere anche l’imam, Abu Imad, condannato per terrorismo in via definitiva dai tribunali italiani.

Così si benedicono soltanto i fuorilegge

Ho letto ieri, forse non a caso sul quotidiano «Repubblica», la notizia che il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, chiede con forza che a Milano venga subito costruita una moschea. Immaginiamo pensi a una grande moschea, capace di competere per forza arcitettonica e simbolica con il Duomo. O forse più moschee. La cosa non mi sorprende, vista la grande attenzione che il Pastore della diocesi Ambrosiana da sempre dedica al mondo islamico. Ma al contempo mi lascia molto perplessa nonostante io sia ovviamente favorevole alla libertà di culto. Perplessa perché l’appello del cardinale alle autorità e istituzioni della città rappresenta una parte del problema, è il richiamo a rispettare una sola delle libertà in questione, quella appunto di pregare chi si crede.

Affrontare soltanto questo spicchio è forviante, addirittura pericoloso. É ovvio che uno Stato laico non debba interferire nelle scelte private dei cittadini e anzi laddove possibile addirittura agevolarle. Ma ciò non è possibile che avvenga senza regole che tutelino l’intera comunità e quindi lo Stato stesso. Financo con la Chiesa cattolica i rapporti sono regolati da un concordato che stabilisce i diritti e i doveri delle parti. Dalle messe alle processioni, dai battesimi ai funerali, tutto avviene in modo pubblico, trasparente e al di là del segreto della confessione i religiosi possono essere chiamati a rispondere, alla gerarchia cattolica e alle autorità civili, del loro operato.

Nel mondo islamico così non è. Non esiste gerarchia, non c’è un registro degli imam (le guide delle comunità), le predicazioni avvengono in lingua araba, il loro contenuto spesso esula dai precetti religiosi e sconfina in quelli politici, gli stessi precetti spesso sono in conflitto con il nostro codice civile e penale. Così, semplifico, può accadere che un luogo pubblico e autorizzato dallo Stato, si inciti alla poligamia, alla sottomissione delle donne, a sacrificare la propria vita in nome di Allah, si lancino fatwe contro infedeli (cioè noi), o si giustifichino barbarie tipo la lapidazione delle donne infedeli. E per di più a nostra insaputa non avendo modo di comprendere la lingua.

Senza la garanzia che tutto ciò non possa avvenire, accogliere l’appello del cardinale Tettamanzi vorrebbe dire garantire l’impunità a una serie di reati che invece verrebbero contestati e perseguiti se compiuti da cittadini appartenenti ad altre religioni. Significa permettere che una cultura in conflitto con le nostre leggi cresca e si espanda, significa mettere a rischio la nostra civiltà e la nostra sicurezza.

Chiedo quindi al sindaco Letizia Moratti, al prefetto e a chi dovrà esaminare la risposta della Curia di Milano di pensarci bene prima di imboccare strade che solo apparentemente farebbero fare alla città un passo verso una comunità più accogliente e solidale. Il numero di reati che vengono compiuti nelle moschee dietro lo scudo della libertà di culto già accertati in Italia e nel mondo è impressionante e vanno dalla protezione dei clandestini alla complicità con le cellule terroristiche islamiche. Questi sono fatti documentati nei tribunali italiani, non opinioni personali.

Se gli islamici vogliono la collaborazione delle autorità pubbliche, diano segnali concreti di voler adeguarsi alle nostri leggi. E al nostro sentire. Non mi risulta, per esempio, che la comunità islamica milanese sia scesa in piazza per chiedere ai fratelli iraniani di sospendere l’esecuzione della giovane Sakineh. Né su questo tema c’è traccia esplicita di sdegno, a differenza di quanto sta avvenendo in Vaticano, nelle parole del cardinale Tettamanzi. E ciò, come membro della sua comunità cristiana, mi ferisce e addolora più, molto di più, della mancanza di una moschea.