Denuncia violenze sul figlio, il giudice lo affida a una comunità gestita da un condannato per abusi. Il caso che ha portato a Strasburgo un sistema in cui i genitori sono sempre colpevoli
di Chiara Rizzo
Tratto da Tempi del 26 maggio 2009

C’è una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, del 13 luglio 2000. Caso Scozzari-Giunta. Avrebbe dovuto essere un memento per l’Italia a non commettere più un errore in cui invece si pasce ancora oggi. Strasburgo ha ammonito il nostro paese, in particolare il Tribunale dei minori di Firenze e il sostituto procuratore allora in servizio nel capoluogo toscano: «Hanno proceduto con leggerezza». È stato il giudizio meno pesante con cui la Corte ha condannato l’Italia a risarcire Dolorata Scozzari e i suoi due figli, per il «ritardo con il quale si sono svolti gli incontri», dopo che il Tribunale dei minori le aveva revocato la patria potestà.

Quella di Dolorata Scozzari resta una vicenda complicata, ma esemplare di certi malcostumi giudiziari. Dolorata ha due figli, Giorgio e Matteo, li chiameremo così, nati dal matrimonio con N., cittadino belga dalla vita molto turbolenta, condannato nel suo paese ai lavori forzati. Dopo un periodo in Belgio Dolorata si trasferisce coi bambini in Italia, a Figline Valdarno, in mezzo al verde dell’appennino toscano. Nel ’97 nella sua vita emerge una piaga purulenta. Scopre che il figlio Giorgio è stato vittima di abusi da parte di un pedofilo, M. L., un assistente sociale che lo stava aiutando. Denunciato, M. L. viene arrestato e in seguito condannato, Dolorata e i figli vengono assistiti dalla Caritas locale. L’incubo sembra finito, ma poi per madre e figli seguono quattro mesi di odissea tra comunità di accoglienza. L’8 settembre ’97 il Tribunale dei minori si riunisce con assistenti sociali e specialisti per decidere del caso. In quell’occasione un responsabile dei servizi sociali propone di mandare i bambini presso una comunità-cooperativa agricola del Mugello, Il Forteto. Il giorno dopo il giudice ordina «la collocazione dei due bambini» al Forteto, e sospende la patria potestà ad entrambi i genitori. Anche a Dolorata. Ricapitoliamo: madre di bambino che ha subìto abusi denuncia il pedofilo. È sola. La giustizia che fa? Prende i figli e glieli toglie.

Da quel giorno terribile passeranno due anni e dieci mesi, durante i quali Dolorata potrà rivedere Matteo e Giorgio solo due volte. In mezzo c’è una guerra di ricorsi e suppliche della madre al Tribunale, e poi di sentenze disattese dai servizi sociali. La Corte europea, chiamata a riesaminare il caso, nota fatti sconcertanti. Un esempio: nel ’98 il Tribunale dei minori ci ripensa, e vorrebbe concedere a Dolorata il permesso di incontrare i figli. A due giorni dall’appuntamento, però, salta tutto, perché «il Tribunale per i minorenni decise, su domanda del sostituto procuratore della Repubblica, che aveva aperto un’inchiesta sul padre dei bambini, di sospendere gli incontri». Prosegue Strasburgo nella sentenza: «Non si capisce su quale base il Tribunale dei minorenni abbia potuto prendere una decisione tanto severa e pesante di conseguenze psicologiche per gli interessati, se si pensa che il procuratore aveva fondato la sua domanda sulla semplice ipotesi, priva di ogni riscontro oggettivo». Signori della Corte, che ci volete fare. È la magistratura italiana.

«Riguardo all’assenza di limiti della collocazione presso il Forteto – scrive Strasburgo – la pratica mostra che bambini sottoposti ad una tale misura (…) non recuperano mai una vita familiare all’esterno della comunità. La Corte non vede alcuna valida giustificazione al fatto che il collocamento dei figli (…) non sia munito di un limite temporale. (…) Considera che le autorità non hanno dato prova della prudenza e della vigilanza richieste in un contesto così delicato, in pregiudizio dei diritti della ricorrente (Dolorata, ndr) ma anche dei superiori interessi dei suoi figli». Ecco perché ha condannato lo Stato al risarcimento.

La sentenza Scozzari avrebbe dovuto far scuola. Non è andata così, non dappertutto almeno. Ne sono esempio tanti casi di “rapiti della giustizia”. È accaduto ai bambini di Basiglio, allontanati da casa per 63 giorni per un disegno osè, in realtà realizzato un’altra bambina. O ad Angela L., separata per dieci anni dalla famiglia per false accuse piovute addosso a suo padre. «Nel caso Scozzari di certo c’era una famiglia problematica, ma questo non giustificava l’allontanamento dalla madre, che di fatto è stata la vittima di tutti», accusa Anna Maria Mazzarri, all’epoca avvocato difensore di Dolorata.

Rapporti distrutti per sempre
«La filosofia della comunità in cui erano finiti i bambini è che la famiglia d’origine è un male da estirpare. Ma credo che questa filosofia abbia impregnato il Tribunale dei minori, che agisce con leggerezza perché non controlla l’operato dei servizi sociali con cui collabora. E perché agisce con pregiudizio nei confronti della famiglia». «C’è una presunzione di colpevolezza della famiglia naturale» ribadisce a Tempi Lucrezia Mollica, avvocato del foro di Milano che si occupa di diritto della famiglia e dei minori, che è intervenuta sugli attacchi giudiziari alla famiglia anche al convegno “Abusi, falsi abusi e scienze forensi”, che si è tenuto all’Università di Milano Bicocca dal 20 al 22 maggio. «Salvo estreme eccezioni, casi certi di brutalità – prosegue Mollica – bisognerebbe sempre tutelare il minore mantenendo i rapporti con la famiglia d’origine. Le scelte irreversibili, come la separazione dalla famiglia, sono sbagliate. Perché poi è impossibile ricucire il tessuto di rapporti distrutti. Invece il ragionamento in Italia è sempre lo stesso. Ti tolgo il bimbo e non te lo faccio più vedere, finché non provi la tua innocenza. I servizi sociali hanno sempre ragione, per il Tribunale, anche quando sono inadeguati».

C’è infatti un secondo punto del caso Scozzari che ha lasciato particolarmente basiti i giudici della Corte di Strasburgo. Alla riunione in Procura in cui si decise «la collocazione» di Giorgio e Matteo alla comunità Il Forteto, tra gli assistenti sociali che caldamente raccomandano al Tribunale questa scelta, c’è anche L. R. F., uno dei responsabili della comunità. Ebbene, L. R. F. nel 1985 è stato condannato per maltrattamenti e abusi sessuali commessi su persone (in particolare tre handicappati) ospiti del Forteto, insieme a L. G., un altro degli assistenti sociali che si occupa di Giorgio. Tuttavia, dopo la condanna entrambi continuano a lavorare nella comunità. Anzi, all’epoca dei fatti L. R. F. è il presidente della comunità (L. G. è invece l’attuale guida).

Ricapitoliamo una seconda volta. Un bambino, vittima di abusi sessuali, viene tolto alla madre e affidato ad una comunità guidata da due persone condannate per abusi sessuali sui minori. Ottima scelta, non c’è che dire. Dolorata, da quel disgraziato autunno del 1997, per anni denuncia la gravità della situazione, ma il Tribunale sembra non rendersi conto di nulla. La Corte di Strasburgo scrive nella sentenza che la decisione di affidare Giorgio e Matteo proprio a quella comunità «suscita delle serie riserve». Prosegue la Corte: «Le coincidenze degli abusi sofferti dal maggiore dei bambini, e i precedenti di L. R. F. e L. G., rendono oggettivamente comprensibili le inquietudini» della madre. Poi, sulla mancanza di spiegazioni del Tribunale alle richieste di Dolorata: «Una simile assenza di informazioni non è compatibile con i doveri di equità e di informazioni che incombono sullo Stato». Strasburgo nota anche un’«influenza crescente dei responsabili del Forteto», su Giorgio e Matteo, «che mira ad allontanare questi dalla propria madre». Conclude la Corte europea, che «i fatti mostrano che i responsabili del Forteto (…) hanno contribuito a deviare dal loro scopo le decisioni del Tribunale dei minorenni, che consentivano gli incontri. (…) Le varie persone che accompagnano i bambini al di fuori del Forteto (…) si sono presentate tutte come “i genitori affidatari”. (…) Questa situazione e i precedenti penali dei succitati responsabili avrebbero dovuto indurre il tribunale ad esercitare una maggiore sorveglianza riguardo al controllo dei bambini all’interno del Forteto, e all’influenza dei responsabili su di loro e sulle loro relazioni con la madre. Questo non si è verificato».

I servizi sociali hanno sempre ragione
Anche per questo, il Caso Scozzari è da manuale. Questa commistione giudizi-servizi sociali è continua, ogni giorno. Come la mancanza di verifiche sull’operato dei servizi. «C’è una totale confusione di ruoli tra Tribunale dei minori e servizi sociali» spiega Leonardo Lenti, professore di Diritto di famiglia all’Università di Torino. «Il caso dell’allontanamento d’urgenza del minore è emblematico. Il provvedimento viene attuato subito dopo la denuncia dei servizi, il giudice “delega” per fiducia il controllo della situazione. Però andrebbe applicato in caso di una reale urgenza assistenziale – un bimbo trovato da solo per strada, per esempio – non nel caso di presunta “urgenza educativa”. I servizi sociali invece tendono a forzare la mano, approfittando del fatto che lavorano con il magistrato come fossero una stessa persona».

Un capitolo a parte andrebbe poi aperto sulle pressioni – le minacce, il tentativo di allontanare le figure dei genitori dalla mente dei bambini – e i metodi con cui i minori vengono effettivamente “tutelati” in molte di queste comunità, com’è accaduto anche nel caso Scozzari. Con gli assistenti sociali che provocano la madre durante i due incontri con Giorgio e Matteo, che scrivono al Tribunale che i figli la respingono, quando più volte mostrano invece di voler stare con lei. Marco Casonato, professore di Psicologia dinamica all’università di Milano Bicocca, parla di «psicopolizia», perché «se ben guardiamo, scopriremo che i medesimi passaggi sperimentati sui “prigionieri di guerra” vengono applicati comunemente ai minori coinvolti a vario titolo in procedimenti di potestà soprattutto se vi sono collegati procedimenti penali». Chiudete gli occhi, immaginate che i vostri bambini vi vengano sottratti all’improvviso e avrete l’idea di ciò che sta accadendo alla vostra famiglia.