«L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Questa frase, attribuita a D’Azeglio, l’abbiamo imparata dai sussidiari ma forse mai ci siamo soffermati a soppesarne l’incongruenza. Sì, perché testimonia il tipico giro mentale degli ideologi a tavolino, che «creano» quel che prima non c’era. Dunque, a sentir D’Azeglio o chi per lui, non c’erano né l’Italia né gli italiani prima del Risorgimento. Invece gli italiani c’erano, eccome. E l’unità politica della penisola non fu fatta in modo corale, ma tramite l’allargamento dello Stato meno italiano di tutti, il Piemonte, a spese di quelli italianissimi Pontificio e Borbonico.

Quello staterello periferico che parlava francese dovette trovare i denari necessari al suo progetto e gli appoggi internazionali. I primi li reperì col solito metodo, quello di cui si erano serviti l’Inghilterra di Enrico VIII e la Francia di Robespierre per costruire la loro potenza: espropriare i beni ecclesiastici. I secondi li ebbe dalle forze antipapiste: il protestantesimo soprattutto inglese e la massoneria. Per realizzare lo scopo non esitò di fronte a nulla, arrivando a infilare la sua più altolocata cocotte nel letto di Napoleone III. Così è stata «fatta» l’Italia, il resto è pura mitologia. La storia, si sa, la fanno i vincitori. Ma negli Usa, per esempio, le vicende della guerra civile sono sciorinate tranquillamente, con grande rispetto per i vinti; e lo stesso dicasi per il genocidio dei pellerossa. Senza che ciò faccia venir meno il patriottismo o incrini l’unità nazionale. Invece, da noi, ogni «revisionismo» è attaccato come oltraggio alla Patria.
Angela Pellicciari è una di quegli studiosi che al mito preferiscono la verità, convinti che può fare solo del bene. Già nota per i suoi libri sul Risorgimento (tra cui I panni sporchi dei Mille, edito dalla casa editrice di liberal, rivista che, meritoriamente, non si vergogna di far sapere che il liberalismo ottocentesco, molto diverso da quello odierno, era, ma sì, totalitario), ha messo sottosopra le biblioteche per trovare una copia del fondamentale Memorie per la storia dei nostri tempi dal Congresso di Parigi del 1856 ai primi giorni del 1863, di don Giacomo Margotti, giornalista dell’Armonia ed eletto nel 1857 al parlamento torinese (elezioni annullate da Cavour perché avevano sancito la vittoria dei cattolici). Si tratta di quasi duemilatrecento pagine di citazioni, documenti, cronaca: importantissime per la storia e per gli storici. Invece, neanche gli istituti di storia patria ne possiedono copia. La Pellicciari ne ha trovata una, fortunosamente, a Messina. E ne ha estratto le duecento pagine che documentano in modo inoppugnabile la vera e propria persecuzione anticattolica (con arresti di vescovi e preti, anche di quelli che rifiutavano di cantare il Te Deum per gli scomunicati autori della violenta «modernizzazione» dell’Italia) con cui fu «fatta» l’Unità. Che fu anche guerra civile tra italiani (erano italiani, italianissimi, infatti, i pontifici e i duosiciliani) e che trasformò in emigranti per fame milioni di meridionali. Don Margotti, ideatore sul suo giornale della formula «né eletti né elettori», fu anche oggetto di intimidazioni e attentati. Qualcuno doveva pur fare uscire la sua opera dall’oblio, anche se per un decimo. Speriamo che altri storici prendano in considerazione il resto. Infatti, il non sapere come fu veramente fatta l’Italia rischia di perpetuare i problemi nati allora e mai risolti. Federalismo in primis.

Angela Pellicciari, Risorgimento anticattolico, Piemme, 214 pagine, 14,50 euro