di monsignor Giampaolo Crepaldi*
Tratto dal sito ZENIT

Esiste di fatto una unità culturale dei cattolici? Può esistere di diritto? Dovrebbe esistere?

La Chiesa non è una realtà disincarnata, essa ha una sua propria cultura in quanto il cristianesimo produce cultura. La fede cristiana ha sempre dimostrato di agire nei confronti delle culture in modo da purificarle, producendo nuova cultura. Chi entra nella Chiesa, ha scritto Joseph Ratzinger, deve sapere di entrare in una realtà avente una cultura profondamente stratificata. Ciò non significa che la fede cristiana sia chiusa in una cultura particolare e che la consacri definitivamente. Il cristianesimo immette nelle culture una trascendente verità che invita le culture stesse a verificare la propria verità e così, nel dialogo, raggiungere una maggiore libertà, perché quando la verità fa dono di sé tutte le culture sono chiamate ad uscire da sé e a liberarsi, procedendo sulla strada della verità. Esistono quindi diverse culture politiche dei cattolici, diversamente articolate, che accentuano più un aspetto o l’altro della vita sociale e che sono una ricchezza e una prova della fecondità della fede. Anche qui, però, bisogna porre attenzione al fatto che la fede cristiana nel mentre suscita diverse culture politiche, ne stabilisce anche i limiti senza dei quali non possono dirsi culture cristiane e nemmeno umane.

Il cristianesimo non può stare senza cultura, non può non farsi cultura, ma non ogni cultura è conforme al cristianesimo. È lo stesso di quanto si dice per la filosofia. La fede cristiana produce filosofia in quanto porta con sé delle verità che presuppongono anche delle verità razionali. La fede cristiana non può stare senza filosofia ed infatti la teologia non ne può fare a meno. Anche quando si illude di farne a meno, inconsciamente ne utilizza qualcuna. Non tutte le filosofie però sono ugualmente utilizzabili dalla teologia cristiana. Se nella società i cristiani rinunciano a produrre cultura, o la producono in forme ambigue, è logico che i cattolici in politica troveranno maggiore difficoltà a conseguire una unità possibile.

Quanto abbiamo detto colloca in un rapporto particolare l’azione dei cattolici in politica, la cultura che i cattolici sanno fare nella società civile e la vita della comunità ecclesiale. Se tra questi tre elementi non si costruisce nessuna continuità, vale a dire se si pensa che la comunità ecclesiale non possa e non debba fare cultura, se si ritiene che i cattolici non debbano essere presenti nella società singolarmente e in modo organizzato per animarla anche culturalmente, finirà che i cattolici in politica saranno lasciati a se stessi. Si badi bene che non devono essere prima di tutto le istituzioni a fare cultura politica, ma la comunità civile; non devono essere prima di tutto i partiti, ma le persone e le loro aggregazioni. È vero che l’azione di governo o le leggi del parlamento creano cultura in quanto incidono sui modi di pensare e di atteggiarsi di fronte ai problemi, ma è altrettanto vero che le scelte culturali originarie dovrebbero provenire dalle famiglie spirituali di cui è fatta la società e di cui le istituzioni sono a servizio.

Non dovrebbe esserci una “cultura di Stato”, anche se lo Stato non può non nutrirsi di una cultura che tuttavia non produce esso direttamente – per non cadere in forme più o meno larvate di Stato etico, ossia di uno Stato che pretende di imporre una sua verità assoluta e di plasmare la mente e il cuore dei cittadini –, ma che nasce dalla comunità e dalla sua storia. Il cattolico impegnato in politica deve quindi essere consapevole di esprimere sì una cultura, ma di aver bisogno di essere alimentato da dietro. Quindi non perderà il rapporto con la società civile, con i cattolici attivi nella società civile e con l’intera comunità ecclesiale. Certamente con le proprie scelte egli impegna solo se stesso, ma per essere se stesso deve mantenere un vivo collegamento con altro da sé che lo precede. Questo impegno, naturalmente, vale sia per l’uomo politico cattolico che per la comunità ecclesiale, a cominciare dalla comunità parrocchiale. In altre parole: la possibile unità dei cattolici in politica comincia molto prima della politica.

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*Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo-vescovo di Trieste e Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE).