«Per l’aborto farmacologico ci vuole il ricovero ospedaliero ordinario». Non si attenua in Umbria l’onda del sasso gettato dal presidente del Consiglio Regionale Eros Brega, in compagnia dei consiglieri del Pd e compagni di partito Luca Barberini e Andrea Smacchi, che invitano a un ripensamento del protocollo per l’utilizzo della Ru486. Brega, classe ’68, sposato e padre di una bambina, ex Dc, Popolari e Margherita, non pare turbato dal fuoco amico all’interno della maggioranza. E va per la sua strada.

Se la posizione dell’assessore alla Sanità Riommi in materia di pillola abortiva (day hospital) è nota da mesi, perché rompere il ghiaccio solo ora?
«In realtà l’Umbria, unica Regione che non ha ancora un protocollo definitivo, non aveva finora reso ufficiale la sua posizione. È passata molto sotto silenzio, il 26 luglio, la delibera che adotta il day hospital deciso dal comitato scientifico, e noi non ne sapevamo nulla. Questo perché, ci è stato detto, si vuole discuterne con le associazioni e i cittadini. La delibera dice di volere un percorso partecipativo, ma nei fatti le decisioni sono già prese. Mi sarei almeno aspettato un coinvolgimento della maggioranza, al cui interno ci sono sensibilità diverse, che vanno rispettate».

Cosa pensa dell’operato della sua giunta?
«Credo che le linee guida ministeriali, che parlano di ricovero ordinario, siano molto chiare. Penso, per il bene della donna, che far passare l’idea che la pillola sia come un chewing-gum sia profondamente sbagliato. È una mia idea, che potrebbe non essere condivisibile, ma ritengo che proprio a tutela della donna si debba ricorrere al ricovero. Non certo come punizione, come obietta qualcuno, ma piuttosto come garanzia».

C’è chi sostiene che manchino strutture ospedaliere adeguate.
«Questo non riguarda solo l’Umbria, e fa parte di un altro ordine di problemi, che va risolto senza affermare in modo ipocrita che la mancanza di strutture adeguate sia umiliante per la donna e per questo si debba fare tutto in giornata, con le dimissioni immediate».

Teme una domiciliazione dell’aborto?
«Preferirei rispondere a chi sostiene che siccome l’aborto chirurgico si fa in giornata si dovrebbe fare lo stesso con la pillola. Certo, se l’aborto fosse già avvenuto e la donna non avesse problemi, sarebbe assurdo imprigionarla in ospedale. Peccato però che per la pillola il procedimento duri tutti i tre giorni del ricovero. È importante far capire che per una donna che abortisce è fondamentale l’assistenza sanitaria e psicologica. Anche perché della pillola non conosciamo tutte le reazioni, visto che gli studiosi dicono molte cose diverse. Non credo sia giusto obbligare al day-hospital: credo che si voglia aprire uno scontro ideologico su questo terreno, ma così non si fa il bene delle donne».

In Umbria si registra un empasse sulla pillola abortiva…
«Su questo la Regione è stata attenta, non ci sono stati salti in avanti. Il mio invito sta a dire che come c’è stata prudenza in questo periodo, dovrebbe esserci anche nel fare scelte che potrebbero avere effetti negativi sulla donna e sulla società intera».

Non si sente a disagio nel partito di cui è membro autorevole?
«Non credo che il mio partito, a cui ho aderito sperando di poter portare i miei valori e le mie idee, mi metta in difficoltà. Anzi, ciò che dico potrebbe arricchire il Pd. Peraltro non mi sento solo, perché ci sono anche due consiglieri sulla mia stessa posizione. Mi sento onorato nel portare avanti questa battaglia, cosa che farò fino in fondo, per cercare una soluzione a un problema che, se affrontato male, porterà effetti negativi sulla società, anche al di là della pillola. So che queste battaglie si possono vincere o perdere, ma il mio obiettivo è far capire il valore che sta dietro la mia posizione. Quello di cui sono certo è che non rinuncerò alla mia coscienza, anche se ciò dovesse portare a forti conflitti».

In che clima vive questi giorni?
«C’è stato nel Pd un confronto sereno. Una parte della coalizione ha però alzato barricate ideologiche…».

Si riferisce alle critiche dell’assessore Vinti?
«Cosa vuole, è di Rifondazione… Sappiamo bene che su questo tema ci troviamo su posizioni completamente diverse. Ritengo invece che questa sia una questione di coscienza che supera gli schieramenti. Non a caso ho avuto la solidarietà di diversi consiglieri anche dell’opposizione, sia dell’Udc che del Pdl».

Crede che nelle altre Regioni in cui si è scelto il day-hospital possano emergere posizioni come la sua da parte di esponenti Pd?
«Posso solo dire che ho chiesto ad amici e colleghi di capire che è importante mettere paletti fermi per evitare derive pericolose, specie ora che il farmaco è stato appena introdotto. Da vicepresidente della conferenza dei presidenti delle assemblee legislative delle Regioni, ho sentito alcuni colleghi in giro per l’Italia. E siamo giunti alle stesse conclusioni».

Come fa una Regione a far diminuire gli aborti?
«La parola d’ordine è prevenzione, e devo dare atto che l’Umbria ha investito molto nei consultori e nel rapporto con le associazioni vicine alle donne. Siamo una realtà con pochi aborti in percentuale rispetto agli abitanti. Al contrario, su questo fronte, il governo è ancora latitante. Mancano adeguati e concreti interventi. Credo, pertanto, che anche il governo dovrebbe impegnarsi per applicare meglio la 194».

Fabrizio Assandri

© Avvenire – 30 settembre 2010