tratto da Avvenire
di Vittorio Possenti

La Caritas in veritate è un’encicli­ca ricca di speranza che potrà sorprendere chi si attendeva solo un elenco di critiche, mentre la spe­ranza guarda lontano verso cose ne­cessarie ma ardue. Un suo punto di vertice, finora poco avvertito, è quello in cui il Papa tocca uno dei massimi nodi della situazione mondiale ed un nucleo che presiede alla vita dei popo-­li: la chiave politica (n. 67). La crisi at­tuale, da tanti sentita quasi solo come finanziaria, possiede profonde radici politiche: se le istituzioni economiche e finanziarie mondiali hanno funzio­nato male, almeno altrettanto è capi­tato per le istituzioni politiche nazio­nali e sovranazionali. Le grandi diffi­coltà planetarie hanno molti nomi: povertà (insieme alla fame, monta l’e­norme problema della sete e dell’ac­cesso all’acqua: un vero diritto, sinora non riconosciuto e invece elencato dall’enciclica), guerre, corsa agli arma­menti, crisi energetica ed ecologica.

È impensabile che un tale fascio di pro­blemi di dimensione mondiale possa essere avviato a soluzione senza un grande disegno che sbocchi in un’au­torità politica mondiale: «Urge la pre­senza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio predecessore, il beato Giovan­ni XXIII», ed organizzata secondo sus­sidiarietà (n. 67). Occorre un’organiz­zazione sovrastatale planetaria, resa necessaria dall’esistenza di un bene comune universale che non può esse­re assicurato da una responsabilità politica frammentata. Anche in questo campo decisivo Caritas in veritate ap­plica il criterio della tradizione che si evolve nei nuovi contesti, riprendendo e rilanciando le preziosissime acquisi­zioni di Pacem in terris.

Secondo l’en­ciclica giovannea «i poteri pubblici delle singole Comunità politiche, posti come sono su un piede di uguaglianza giuridica fra essi, per quanto moltipli­chino i loro incontri e acuiscano la lo­ro ingegnosità nell’elaborare nuovi strumenti giuridici, non sono più in grado di affrontare e risolvere gli ac­cennati problemi adeguatamente; e ciò non tanto per mancanza di buona volontà o di iniziativa, ma a motivo di una loro deficienza strut­turale », per il dislivello in­colmabile tra l’attuale or­ganizzazione e le esigenze obiettive del bene comu­ne universale. I nuovi pro­blemi a dimensioni mon­diali non possono essere adeguatamente affrontati e risolti che ad opera di autorità politiche aventi ampiezza, strutture e mezzi delle stesse propor­zioni e in grado di operare in modo efficiente su pia­no mondiale».

Nell’arco di tre anni (1963-65) Gio­vanni XXIII con la Pacem in terris, Paolo VI col discorso del 1964 all’Onu e il Concilio con la Gaudium et spes, parlando all’unisono, hanno gettato le basi di una filosofia politica postmo­derna, di cui il pensiero è per secoli ri­masto privo anche nei suoi rappresen­tanti più illuminati come Kant, men­tre la sua linea prevalente (Machiavel­li, Hobbes, Rousseau, Hegel, eccetera) andava in direzione contraria. Adesso Benedetto XVI ripropone questo es­senziale filo conduttore. Circa 15 anni prima della Pacem in terris, Jacques Maritain con L’uomo e lo Stato aveva aperto il cammino, affermando la ne­cessità di un’autorità politica mondia- le che non si limitasse alla riforma del­l’Onu, certo necessaria ma viziata dal fatto (semplice ma radicale) che l’Onu è un’associazione di Stati sovrani che sui punti più essenziali non rinuncia­no alla loro sovranità, garantendosi ad esempio ad ogni costo il preteso dirit­to di dichiarare guerra. Il lavoro, pur prezioso, dell’Onu non può arrivare alla radice del male e resta inevitabil­mente precario, per il fatto che esso è un organismo creato e messo in moto dagli Stati, di cui non può che registra­re le decisioni (in specie di quelli più potenti).

L’ostacolo grande che impe­disce l’avvio a soluzione dei grandi problemi della famiglia umana è la mancanza di organizzazione politica del mondo che, perpetuando l’anar­chia e l’irresponsabilità internazionali, rende vani tanti progetti di migliora­mento. In mancanza di ciò si deve cer­to ricorrere al multilateralismo, consa­pevoli però dei suoi limiti intrinseci. Collocandosi ad un livello di penetra­zione particolarmente felice che non è dato riscontrare in importanti pensa­tori del ’900, la dottrina sociale della Chiesa rappresenta il futuro più au­tentico della politica. Hans Kelsen av­vertì il rischio mortale rappresentato dalla sovranità, ma non andò oltre un progetto di organizzazione solo giuri­dica della società mondiale, oltretutto minato dal suo drastico positivismo giuridico che esclude ogni diritto natu­rale.

Nelle sue ricerche sulla guerra e sulla pace Norberto Bobbio sviluppò il rilievo delle istituzioni politiche, senza però giungere all’idea di un’au­torità politica mondiale, di cui diffidava poiché la pensava del tutto hobbe­sianamente come un su­perstato monocratico senza alcuna sussidia­rietà.

Recentemente Jurgen Habermas ha ripreso il progetto kantiano per la pace perpetua, senza a mio avviso an­dar oltre la sfera pur essenziale del di­ritto per entrare in quella della politi­ca. Sono le categorie stesse della poli­tica moderna (sovranità indivisibile, potere, conflitto) e il suo paradigma, spesso centrato solo sulla forza, ad es­sere inadeguati, mentre la dottrina so­ciale della Chiesa riposa sui cardini di bene comune, autorità, giustizia, sus­sidiarietà, solidarietà. Anche da que­sto lato essa mostra la necessità di u­scire dallo schema hobbesiano ed he­geliano, retaggio infelice della moder­nità, per un nuovo inizio.