Rubrica di teologia liturgica a cura di Don Mauro Gagliardi

ROMA, mercoledì, 13 maggio 2009 (ZENIT.org).- Nel suo articolo, originariamente scritto in inglese, padre Paul Gunter, osb, Professore presso il Pontificio Istituto Liturgico di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, presenta il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento nella liturgia cristiana. Consigliamo ai lettori di operare una lettura attenta, frase per frase, di questo contributo, sintetico nell’estensione, ma denso per contenuti e ricco di spunti utili ad ulteriori approfondimenti (Mauro Gagliardi).

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di padre Paul Gunter, osb

La vita di Gesù Cristo era definita ed ordinata dalla preghiera pubblica e privata. Gesù conosceva la liturgia della sinagoga, e il suo costante desiderio di compiere la volontà del Padre era sostenuto dalla liturgia di Israele, mentre la Torah coordinava i sacrifici prescritti per il culto di Dio. Il percorso storico del culto di Israele ci proietta dall’Antico Testamento verso il Nuovo Testamento, mentre la storia della salvezza trova la sua unità nella Croce e nella Resurrezione di Gesù [1]. Senza tenere conto dello stretto rapporto fra l’Antico e il Nuovo Testamento sarebbe impossibile comprendere il dono e il significato della liturgia cristiana.

Nel contesto di queste fondamentali connessioni non si deve dimenticare che le pratiche ebraiche si sono evolute nel corso della storia, soprattutto dopo la distruzione del Tempio, similmente a come si sarebbe poi sviluppata la stessa liturgia cristiana, in contesti diversi, attraverso i secoli. Molti studiosi sostengono che la liturgia della sinagoga è mutata quando i riti che in precedenza si svolgevano nel Tempio furono trasferiti alle sinagoghe. Nel ricercare parallelismi tra cristiani ed ebrei, si potrebbe talvolta anche riconoscere che essi facevano cose opposte gli uni dagli altri, allo scopo di distinguersi. Gli influssi sul Cristianesimo sembrano essere provenuti anche da movimenti giudaici del primo secolo, spesso nascosti alla comparazione a causa della distruzione del Tempio, piuttosto che necessariamente e con la stessa ampiezza da parte di tradizioni rabbiniche, che solo più tardi sarebbero state accettate come Giudaismo ortodosso [2].

L’esortazione di San Paolo a pregare incessantemente (1 Ts 5,17) trae ispirazione dai vari momenti di preghiera quotidiana nella liturgia di Israele. Il Deuteronomio, ai versetti 6,7 e 11,19, richiede la recita del Shma Israel [Ascolta Israele] ogni mattina e ogni sera. Daniele 6,10 aggiunge altri tre momenti di preghiera da svolgere durante la giornata. Le cinque diverse ore della Liturgia ebraica delle ore ruotano attorno alle preghiere della mattina e della sera. Si ritiene che la Pentecoste sia iniziata al mattino, quando i discepoli erano riuniti in preghiera (Atti 2,15). Pietro si trovava in preghiera a mezzogiorno quando ebbe la visione presso Giaffa (Atti 10,9). Pietro e Giovanni entrarono nel Tempio per la preghiera quotidiana all’ora nona (Atti 3,1). I salmi dell’Hallel, 148-150, caratterizzano le lodi cristiane. Il salmo 141 dà ai vespri un’enfasi sacrificale. La liturgia domestica della luce al Sabato, nel contesto del sacrificio di lode, ha influenzato molti inni e preghiere cristiani che hanno trasferito quella luce a Cristo. La Didachè prescriveva la recita del Padre Nostro tre volte al giorno, al posto della preghiera ebraica delle Diciotto benedizioni [3].

Oltre alla Liturgia delle ore, la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme incentrava la sua vita sull’Eucaristia. Nonostante ciò, la comunità prendeva parte anche alle funzioni del Tempio e della sinagoga, considerando che il culto era indirizzato al Padre di Gesù Cristo, che poteva essere lodato attraverso il Figlio. La prima liturgia dei cristiani specificamente ‘cristiana’ era ancora strutturalmente semplice e i primi cristiani appagavano il loro desiderio di solennità liturgica nelle funzioni presso il Tempio.

Le primitive celebrazioni eucaristiche avvenivano nell’ambito di un pasto comune, al cui inizio il capofamiglia aveva spezzato il pane. Nella tradizione ebraica, il significato religioso del pasto era espresso sia nel Kiddush iniziale sia nella Berakah finale, in cui si recitavano tre preghiere di benedizione sul calice d’argento della benedizione: ringraziamento per il pasto che era condiviso, lode per la Terra Promessa, e preghiere per Gerusalemme. Il racconto del calice e della frazione e distribuzione del pane, in Lc 22,17, si pone in linea con la tradizione del Kiddush che iniziava il pasto. Le parole pronunciate sul calice “dopo la cena” (Lc 22,20) si riferiscono al calice della benedizione dopo il pasto [4]. L’Ultima Cena di Gesù, del tutto lontana da qualunque dimensione di fraternità, si pone nel solco della tradizione dei pasti festivi ebraici con i relativi rituali rivolti all’Alleanza con il Dio di Israele. La novità dell’Ultima Cena sta nella nuova ed eterna alleanza istituita nel sacrificio del Corpo e del Sangue di Cristo. Dopo l’Ascensione la comunità degli apostoli spezzava il pane tutti insieme “a casa” (Atti 2,46) e frequentava insieme il tempio.

Alle origini della storia cultuale, la Genesi descriveva l’ingiunzione ad Abramo di sacrificare il suo unico Figlio e discendente in vista di una terra promessa. Il sacrificio offerto consistette in un agnello, sacrificio rappresentativo dato da Dio ad Abramo e che Abramo offrì debitamente. Nella stessa scia, noi offriamo il sacrificio come descritto nel Canone Romano ‘de tuis donis ac datis’. Qui l’agnello viene da Dio non in sostituzione, ma come vero rappresentante [5], come l’Agnus Dei, nel quale noi siamo condotti a Dio. Nell’Esodo, capitolo 12, all’istituzione della liturgia della Pasqua, l’agnello del riscatto è il primogenito, di cui poi si dirà che è “il primogenito della creazione” (Col 1,15).

Accanto al sistema sacrificale dell’Antico Testamento vi è anche la profezia. Osea 6,6 auspica l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti. Gesù dice semplicemente: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13). La ragione della limitazione nel culto del tempio è indicata nel Salmo 50: “Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri?”. In Atti 7, Stefano risponde all’accusa di aver detto che Gesù avrebbe distrutto il Tempio e sovvertito i costumi tramandati da Mosé (Atti 6,14). Egli afferma che Mosé aveva costruito la tenda dell’incontro secondo il modello che aveva visto sulla montagna, cosa che dimostra che il tempio terreno era solo il riflesso di un qualcosa che rimanda ad altro da sé. Stefano cita la profezia messianica del Deuteronomio 18,15: “Dio vi farà sorgere un profeta tra i vostri fratelli, al pari di me”. Nella stessa maniera in cui Mosé costruì il tabernacolo [guardando oltre], così il culto, l’insegnamento morale e i successivi profeti si sarebbero mossi verso il Nuovo Mosé. Stefano afferma che il Profeta definitivo avrebbe condotto il popolo al compimento di queste profezie sulla Croce [6] dove la distruzione del corpo terreno di Gesù coincide con la fine del Tempio in Gv 2,19: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Ma mentre non è Gesù che ha demolito il Tempio, il nuovo Tempio inizia nel corpo vivente di Gesù, dalla Resurrezione. Nella Messa, il Cristo vivente comunica se stesso a noi e ci attira verso il Dio dell’Alleanza come punto di incontro a cui arriva tutto ciò che parte dall’antica Alleanza e dall’intera storia religiosa dell’uomo, per la potenza della Croce e della Resurrezione di Gesù.

Sebbene la liturgia della fede cristiana debba molto del suo sviluppo al culto della sinagoga, quest’ultima era sempre ordinata al Tempio, anche dopo la distruzione di esso. Il culto della sinagoga aspettava la restaurazione del Tempio. Nel culto cristiano, invece, il posto del Tempio di Gerusalemme è stato preso dal Tempio universale del Cristo risorto che attrae l’umanità nell’eterno amore della Trinità, attraverso l’Eucaristia che è il Sacrificio della Nuova Alleanza. Sia la sinagoga che il Tempio sono entrati nella liturgia cristiana [7]. La progressione dall’Antico Testamento verso il Nuovo, la ricerca umana e il dialogo fra Dio e l’uomo nella preghiera si fondono nella liturgia cristiana che ci presenta il Redentore mentre ci insegna a desiderare la nostra dimora eterna in Dio.

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1) RATZINGER J., The Spirit of the Liturgy, Ignatius Press, San Francisco 1999, 37.

2) LEVINE L.I., The Ancient Synagogue: The First Thousand Years, Yale University Press 1999, 134-159.

3) KUNZLER M., The Church’s Liturgy, Continuum, New York, 2001, 333.

4) KUNZLER M., The Church’s Liturgy, 177.

5) RATZINGER J., The Spirit of the Liturgy, 38.

6) RATZINGER J., The Spirit of the Liturgy, 40-42.

7) RATZINGER J., The Spirit of the Liturgy, 49.