di Paolo Rodari
Tratto da Palazzo Apostolico , il blog di Paolo Rodari, il 30 maggio 2010

«Chi dopo essersi portato a una professione di santità distrugge altri tramite la parola, con l’esempio sarebbe davvero meglio per lui che i suoi malfatti gli fossero causa di morte essendo secolare, piuttosto che il suo sacro ufficio lo imponesse come esempio per altri nelle sue colpe, perché tendenzialmente se fosse caduto da solo il suo tormento nell’inferno sarebbe di qualità più sopportabile».

Sono state queste parole pronunciate ieri nella basilica di San Pietro dal Promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, il maltese Charles Scicluna – è lui che guida da otto anni la task-force dell’ex Sant’Uffizio incaricata di indagare sui casi di pedofilia che coinvolgono esponenti del clero – a scatenare giustamente la stampa che oggi offre titoli di questo tipo: “Preti pedofili: per loro l’inferno più duro”.

Le parole di Scicluna sono importanti più che altro per questo motivo: nelle omelie dei preti di oggi l’inferno, il paradiso, il purgatorio sono di fatto scomparsi. E la cosa secondo molti uomini di chiesa è un grave danno per i fedeli. Perché se non si crede più nella dannazione eterna come anche nella vita eterna – che senso hanno il peccato, la colpa, la redenzione… non esistono più e infatti nessuno sa più distinguere ciò che è bene da ciò che è male.

Insieme a Scicluna è giusto ricordare – l’hanno fatto molti giornali oggi – un grande teologo che mai ha negato l’esistenza dell’inferno seppure sia stato spesso in merito travisato.

Si tratta di Hans Urs von Balthasar. Spesso lo si cita come il teologo che ha detto che l’inferno esiste, ma è vuoto. In realtà von Balthasar non ha mai detto niente di tutto ciò. Scrive in proposito Giandomenico Mucci sulla Civiltà Cattolica del 28 aprile 2008: “L’equivoco nasce nel 1984 dopo il Convegno romano sulla figura e sul pensiero di Adrienne von Speyr, durante il quale il teologo svizzero riprese la sua riflessione escatologica che già nel 1981 aveva suscitato aspre critiche nell’area teologica di lingua tedesca e ancora nel 1987 costringeva il suo autore a difenderla. La tesi di von Balthasar afferma che sperare la salvezza eterna di tutti gli uomini non è contrario alla fede. Essa si avvale dell’autorità di alcuni padri della Chiesa, tra i quali Origene e Gregorio Nisseno, ed è condivisa da non pochi teologi contemporanei, tra i quali Guardini e Daniélou, de Lubac, Ratzinger e Kasper, e da scrittori cattolici come Claudel, Marcel e Bloy. Ai suoi critici von Balthasar replicava: “La soluzione da me proposta, secondo la quale Dio non condanna alcuno, ma è l’uomo, che si rifiuta in maniera definitiva all’amore, a condannare se stesso, non fu affatto presa in considerazione. Avevo anche rilevato che la Sacra Scrittura, accanto a tante minacce, contiene pure molte parole di speranza per tutti e che, se noi trasformiamo le prime in fatti oggettivi, le seconde perdono ogni senso e ogni forza: ma neppure di questo si è tenuto conto nella polemica. Invece sono state ripetutamente travisate le mie parole nel senso che, chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, “spera l’inferno vuoto” (che razza di espressione!). Oppure nel senso che chi manifesta una simile speranza, insegna la “redenzione di tutti” (apokatastasis) condannata dalla Chiesa, cosa che io ho espressamente respinto: noi stiamo pienamente sotto il giudizio e non abbiamo alcun diritto e alcuna possibilità di conoscere in anticipo la sentenza del giudice. Com’è possibile identificare speranza e conoscenza? Spero che il mio amico guarirà dalla sua grave malattia – ma per questo forse lo so?”. Basti questo testo a quanti ripetono per abitudine la formuletta dell’”inferno vuoto” della quale sono responsabili le “fin troppo grossolane deformazioni sui giornali”.