Chi autorizza Santoro a urtare la sensibilità di milioni di italiani

Non dev’essere poi così brutto “stare in croce”. Non dovrebbe proprio, considerando la ressa di chi smania per salirci, si spintona, prima io, no io, no tu no, io sono più in croce di te. Se fanno di tutto, evidentemente rende. Non occorre un fenomenologo del martirio catodico per accorgersene. Il primo a piazzarsi in croce, fresco di messimpiega e sprizzante sorrisi sardonici, è Michele Santoro. Dai e dai, provocazione dopo provocazione, chi ce lo mette lo trova. Nessun danno, soltanto vantaggi. È il fascino del martirizzato cronico, del potente che strilla contro i potenti liberticidi, del giornalista- contro che tutto volge pro se stesso. Il celebre editto bulgaro lo catapulta al Parlamento europeo, peggio della Cajenna, sai che sacrificio. Ma i suoi fan non fan in tempo a versare troppe lacrime perché egli torna in video, ancora col tremito per la crisi d’astinenza.

Già, come faceva la democrazia italiana senza di lui? È il primo caso di martire cronico che – il pover’uomo ci corregga se sbagliamo – non vede calare il proprio conto in banca. Il secondo è Vauro Senesi, altro caso di emarginato con 5 milioni di telespettatori, di spregiudicato martello del potere pubblico sul quale spara con il pennarello da una rete pubblica. Siamo tutti profondamente commossi e pronti alla colletta, ora che è stato martirizzato, le sue vignette in video e lui fuori, terribile; anzi no, pare che tornerà. Il terzo è il precario che nelle vignette di giovedì sera è stato protagonista di una stucchevole Via Crucis ( ci ostiniamo a scriverla maiuscola, noi, da impavidi trasgressivi anticonformisti) con continui richiami alla morte e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo ( e vai con le maiuscole). V

auro stesso, nel 2006, aveva detto che mai avrebbe pubblicato le vignette su Maometto in quanto «tragica rappresentazione del cattivo gusto» . Il problema è che la linea di demarcazione tra buono e cattivo gusto è relativissima. Ad esempio, per noi l’uso a fini satirico- commerciali di un fatto religioso come la Via Crucis, che sta al cuore della fede cristiana, è di pessimo gusto. Non pretendiamo certo che Vauro la pensi come noi.

Ci piacerebbe però che Vauro, e tutti i fondamentalisti idolatri della satira ( all’inizio fu la satira; la satira al centro dell’universo; eccetera), prendano in considerazione questa ipotesi: e se ciò che per me è di buon gusto urtasse invece la sensibilità più profonda di decine di milioni di italiani? Ho il diritto di impormi, con il mio presunto « buon gusto » , anche su di loro? Oppure è delicatezza, buona educazione e buon gusto lasciar stare la Via Crucis? Poiché non aspiriamo ad essere messi in croce, sia chiaro che qui nessuno invoca la censura o altri analoghi strumenti odiosi. Quelli li lasciamo a chi, periodicamente, pretende di imporre alla Chiesa, ai suoi laici e ai suoi preti, di quali argomenti può parlare e di quali invece deve tacere.

Chiediamo soltanto di prendere sul serio l’Antonio Di Pietro che in apertura di Annozero, perorando la causa della vignetta della scandalo, quella sulle tombe d’Abruzzo, respinge l’accusa di lesa maestà affermando: « La maestà è la vita umana » . Bravo. Ma la Via Crucis proprio questo è: la rappresentazione della vita umana vilipesa, messa a morte ma infine vittoriosa sulla morte stessa. Roba grossa. Inevitabile che diventi un bersaglio prediletto per chi sa di essere piccino, per le tiranniche divinità dell’Olimpo catodico che, in nome di se stesse, dei sentimenti altrui fanno strame.

Umberto Folena da Avvenire