Tarticchio: il nostro 25 aprile? L’inizio delle stragi • «Quale memoria pretendere da un’Europa che nega le proprie radici cristiane e toglie i crocifissi?»
di Lucia Bellaspiga
Tratto da Avvenire del 10 febbraio 2011

Il genocidio dei giuliano-dalmati avviene a più riprese a par­tire dal 1943, con punte di ferocia alla fine della guerra, già in tempo di pace: mentre il resto d’Italia festeggia il suo 25 aprile e pone le basi della rinascita democratica, un’altra parte d’I­talia (Istria, Fiume, Dalmazia) è invece ‘liberata’ dai parti­giani di Tito. L’ordine del maresciallo è de-italianizzare quel­le regioni e per gli abitanti inizia il calvario delle foibe (cavità carsiche in cui sono gettati vivi a migliaia), dei campi di con­centramento jugoslavi, delle deportazioni e – in Dalmazia, dove le foibe non esistono – degli annegamenti di massa. Ol­tre 15mila persone sono trucidate e il 90% degli italiani af­fronta la strada dell’esilio senza distinzione di ceto sociale: in 350mila scappano lasciando a Pola, Fiume, Zara e in centi­naia di paesi e cittadine la casa, il negozio, le tombe di fami­glia. Ma spesso, giunti stremati nelle altre regioni, sono cac­ciati con l’accusa ingiusta di essere fascisti (in quanto in fu­ga da un regime comunista). In tutta Italia si allestiscono 109 campi profughi: baracche prive di servizi, ricavate in caser­me o scuole dismesse, dove più famiglie insieme convivono per anni tra fatiscenti divisori di cartone. Dopo 57 anni di si­lenzio, nel 2004 il Parlamento italiano ha istituzionalizzato all’unanimità il Giorno del Ricordo, celebrato il 10 febbraio: la data in cui nel ’47 il Trattato di Parigi cedette alla Jugosla­via le nostre regioni orientali. (L. Bell.)

«La gente spariva di notte». L’incubo è rimasto negli occhi di Piero, che allora aveva nove anni e, di notte, vide por­tar via suo padre, legato col filo di fer­ro: erano le due tra il 3 e il 4 maggio 1945, quando nella sua casa di Gal­lesano, alle porte di Pola, in Istria, fe­cero irruzione in quattro, tre in divi­sa scalcinata e berretto con la stella rossa di Tito, uno in abiti civili che parlava italiano: «Seguici in caserma, ti dobbiamo interro­gare». La guerra è appena finita, i tede­schi sono sconfitti, e mentre il resto d’Ita­lia festeggia la libe­razione dal nazifa­scismo e l’arrivo de­gli alleati anglo­americani che por­tano ventate di rina­scita, nella Venezia Giulia la ‘liberazione’ avviene per o­pera degli jugoslavi: al nazismo suc­cede il comunismo. E le foibe. «Men­tre gli altri italiani scendevano in stra­da gioiosi, noi conoscevamo i giorni dell’ira e delle vendette. E andavamo a dormire col terrore di non svegliar­ci nel nostro letto». Suo padre era ‘colpevole’ di avere un negozio di generi alimentari, altri di essere stati maestri di scuola, po­stini, messi comunali, sacerdoti, ca­rabinieri… L’ordine era di de-italia­nizzare Istria, Fiume e Dalmazia, e il genocidio fu scatenato in due onda­te: la prima dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando sparirono in foiba settecento persone nella sola I­stria, la seconda a guerra finita, dal maggio del 1945 in poi, quando gli jugoslavi occuparono l’intera Venezia Giulia fino a Trieste. «Nel ’43 in fami­glia avevamo avuto il primo di sette lutti – racconta oggi Piero Tarticchio, 75 anni, artista e scrittore, testimone in centinaia di scuole italiane di quanto avvenne sull’altra sponda dell’Adriatico – quando don Angelo Tarticchio, cugino di papà, venne ar­restato, torturato, mutilato orrenda­mente e poi, ancora vivo, gettato in foiba con una corona di filo spinato calcato sulla testa per dileggio. La sua salma fu recuperata dai vigili del fuo­co di Pola insieme ad altre 243…». Al funerale dello zio sacerdote Piero andò tenendo per mano suo papà: «Ricordo che me la stringeva forte. Non poteva prevedere che un anno e mezzo dopo sarebbe toccato a lui». La storia di Piero – come avviene in altri olocausti – è tragicamente ripe­titiva: nelle case gli sgherri di Tito che irrompono, il furto volgare di tutto ciò che possono arraffare, il pretesto di un interrogatorio sulla base di ac­cuse assurde, un padre o una madre trascinati via e spariti nel nulla. Co­me rivelano montagne di documen­ti, gli alleati anglo-americani sape­vano e lasciavano fare. Racconta Tar­ticchio: «Milovan Gilas, teorico del Partito comunista jugoslavo, nei suoi diari annota ‘dovevamo fare in mo­do che gli italiani se ne andassero da quella terra e così fu fatto’. Nel 1992 lo ribadì in un’intervista a Panora­ma, confermando una pulizia etnica decretata ufficialmente».

Negli occhi del pic­colo Piero, e di cen­tinaia di bambini co­me lui, l’ultima im­magine del padre spinto fuori con il calcio del fucile e mai più tornato. Nel­le orecchie il pianto delle donne: «Anco­ra oggi non riesco ad ascoltare le donne che piangono, sto male…». E in tutte le case, poi, una madre che i figli di allora, sopravvissuti alla mattanza, oggi raccontano così: «Con un co­raggio impressionante andò al co­mando della polizia segreta di Tito a Carlovac a chiedere notizie del ma­rito. Ricordo un particolare: dopo la deportazione di papà il mio solo pri­vilegio fu di dormire con la mamma nel lettone e lei, sapendo del mio trauma, mi lasciava toccare il lobo del suo orecchio…. aveva un orec­chino di oro e perla, al ritorno da Car­lovac non lo aveva più». Per qualche settimana suo padre fu recluso nel castello di Pisino, a 30 chilometri in treno da casa, e tutti i giorni madre e figlio si recavano  là sotto: «C’era un’inferriata e a uno a uno i prigio­nieri si sporgevano e salutavano. Un mattino nessuno si affacciò più». Un vecchio raccontò che erano stati ca­ricati sui camion e portati a Fiume per il processo, ma a Fiume non giun­sero mai. «Tutti gli anni, nel giorno dei Morti, mi reco in Istria – racconta Tarticchio – e porto un mazzo di fiori in un ci­mitero qualsiasi… Sono bellissimi i cimiteri istriani, andateli a vedere. Scelgo la tomba più disadorna, la tomba di uno sconosciuto, non guar­do nemmeno se è di un italiano, è il solo modo che ho per onorare mio padre. Sulle foibe però non vado, fa troppo male: i lager sono diventati veri santuari, sulle foibe nemmeno una croce».

Come tutte, anche la storia di Piero finisce con la diaspora. «La mamma, saputo che rischiavamo lei i lavori forzati, io il collegio di rieducazione comunista a Maribor, raccolse le 143 lire che ci restavano e mi portò via a piedi di notte, strisciando sotto i re­ticolati, fino a Pola, poi da lì sulla mo­tonave Trieste l’addio per sempre al­la mia amata terra che il Trattato di Parigi il 10 febbraio, oggi Giorno del Ricordo, nel ’47 cedette alla Jugosla­via: l’Italia intera aveva perso la guer­ra, ma solo noi pagavamo il suo de­bito». Iniziava così l’esodo dei 350mi­la. Per 57 anni la loro storia fu nega­ta da quell’Italia per cui avevano per­so tutto, e che anche oggi ha la me­moria corta: «Ho sfogliato 31 libri di storia per i licei, solo due racconta­no le foibe… Ma quale memoria pre­tendere da un’Europa che dimentica anche se stessa, che nega le proprie radici cristiane e stacca i crocifissi dai muri?».